“Bambino di cinque anni caduto dalle scale”, annuncia Sam mentre mi avvicino all’accettazione. “Lo prendi tu, Neela?”
“Ho scelta?” chiedo sistemando la cartella dell’ultimo paziente.
“Non direi… tutti gli altri sono occupati”, mi risponde con un sorriso porgendomi il foglio con i dati del nuovo arrivato.
“Hai già sentito Wen?” le domando mentre do un’occhiata veloce alle informazioni che mi ha appena passato.
“Ho chiamato ma hanno una giornata infernale in psichiatria. Comunque la famiglia è già stata seguita dall’assistenza sociale, trovi tutto scritto lì”, mi spiega.
“Grazie”, dico allontanandomi verso la sala visite dove Tommy, questo è il suo nome, mi sta aspettando.
Leggo velocemente la scheda. Il padre si è suicidato meno di un anno fa, la madre è sotto antidepressivi, ha un fratello di sedici anni che si chiama Daniel. Non ci sono mai stati sospetti di abuso su di lui, potrebbe essere effettivamente caduto dalle scale. La dottoressa Perkins, una psichiatra dell’assistenza sociale, si occupa del loro caso ed è già stata contattata, hanno un incontro fissato con lei nei prossimi giorni.
Apro la porta sistemandomi lo stetoscopio intorno al collo e sorrido rivolgendomi al bambino, che è seduto sul lettino con le gambe penzoloni e mi guarda con occhi curiosi e un po’ spaventati. Accanto a lui c’è un ragazzo coi capelli scuri spettinati e un giaccone addosso che gli sta troppo largo e che è forse troppo pesante per questa giornata di primavera.
“Ciao Tommy”, gli dico cercando di far uscire la mia voce più rassicurante e lui mi risponde con un saluto timido.
“Io sono suo fratello. Dan”, interviene il ragazzo.
“Ciao Dan”, sorrido. “Allora, cos’è successo?” chiedo subito dopo esaminando la ferita che il piccolo ha sopra l’occhio sinistro e rendendomi conto che per fortuna è superficiale.
“Stava giocando davanti a casa, ci sono delle scalette, io mi sono distratto un attimo e…” comincia il ragazzo lasciando cadere il discorso gesticolando. “E’ colpa mia”, conclude.
“Hey, succede”, replico subito. “E comunque non è niente di grave, devo solo dare un paio di punti e si sistemerà tutto molto presto.”
“Hai battuto la testa?” chiedo poi a Tommy. Lui mi guarda e fa segno di no, senza dire nulla. “Ti fa male da qualche altra parte?” domando ancora, ottenendo la stessa risposta. “Sei molto coraggioso, sai? Sei il bambino più coraggioso che sia mai venuto qui!” aggiungo sorridendo, e la sua espressione cambia leggermente, lasciandosi quasi andare ad un lieve sorriso, per poi ritornare sulla stessa serietà di prima, anche se forse ora è un po’ meno preoccupato e un po’ più orgoglioso.
“Non credo abbia preso altri colpi, è caduto in avanti e non si è fatto scudo con le braccia”, riprende suo fratello.
Dan osserva attentamente ogni mia mossa. Ha gli occhi scuri molto grandi e profondi, e un’espressione così diversa da qualunque di quei ragazzi, più o meno della sua età, che incrocio quasi ogni giorno alla fermata della metro sotto casa. Non sembra in grado di fare del male, tanto meno al suo fratellino. Ma fin troppe esperienze in questo lavoro mi hanno insegnato che non ci può permettere di fidarsi delle apparenze.
“Magari facciamo una tac per sicurezza, così stiamo tranquilli”, dico mentre continuo a disinfettare la ferita. Il ragazzo annuisce mentre il piccolo si gira verso di lui cercando una rassicurazione.
“E’ tutto a posto, fidati di me”, dice Dan rivolto al fratellino. “Ora questa dottoressa ti cura e ce ne torniamo a casa, ok?” continua passandogli una mano tra i capelli, poco prima di girarsi di scatto sentendo la porta aprirsi improvvisamente.
“Eccoti qua! Proprio te stavo cercando!” entra Morris tutto sorridente rivolgendosi a Tommy che lo guarda con aria interrogativa. “Vieni con lo zio Morris a prendere un bel regalo!” gli propone subito dopo tendendogli le mani. “Te lo porto via per qualche minuto”, aggiunge poi rivolto a me, “in accettazione stanno distribuendo i regali per i bambini dell’ospedale, prima di salire in pediatria sono passati a vedere se c’è qualche cliente da queste parti!”
“Hey, è un’occasione da non perdere!” sorrido guardando il mio piccolo paziente che si gira dubbioso verso Dan.
“Dai, vai col dottore, ti aspetto qui!” gli dice lui accennando appena un sorriso di circostanza.
Aiuto Tommy a scendere dal lettino, lui posa i piedi a terra e guarda ancora una volta il fratello, che annuisce indicando verso la porta con un cenno della testa.
“Andiamo, campione!” dice Morris prendendo il piccolo per mano. “Vedrai che con la mia raccomandazione ti prenderai il regalo più bello!”
Aspettando che chiudano la porta alle loro spalle, finisco di compilare la cartella clinica, poi alzo gli occhi verso Dan, che si accorge della mia attenzione e mi rivolge uno sguardo che potrebbe collocarsi esattamente a metà tra la sfida e una disperata richiesta di aiuto.
“Vi hanno fissato un appuntamento con la dottoressa Perkins, ti hanno già comunicato il giorno e l’ora?” gli chiedo, e noto immediatamente dei segni di impazienza da parte sua.
“Non ci posso credere, dovete per forza vedere la violenza sempre e comunque, vero?” sbotta nervosamente. “Non è possibile secondo voi che un bambino cada dalle scale e si faccia male, senza che ci sia un fratello o un genitore che lo massacra di botte? Quanto siete ottusi?” alza ancora la voce. “Se volessi pestarlo almeno prima mi preparerei una scusa un po’ più originale!”
“Dan, calmati!” lo interrompo, e lui scuote la testa chiudendo gli occhi, chiaramente cercando di trattenersi dal continuare a parlare.
“Nessuno ti ha accusato di niente e nessuna sospetta che tu abbia fatto del male a Tommy”, continuo mantenendo un tono tranquillo. “Si tratta solo di un colloquio, è una prassi abituale in casi come questo.”
“Prassi abituale? Intende dire che ci sono tanti casi di ragazzi che tornano a casa da scuola e trovano il padre che penzola dal soffitto appeso ad una corda? E che poi si ritrovano con una madre che piange tutto il giorno e non desidera altro che morire? E’ la prassi in questi casi?” mi domanda provocatoriamente e io codardamente abbasso per un istante lo sguardo di fronte ai suoi occhi, luccicanti di dolore e di rabbia. Nello stomaco qualcosa mi si stringe, non posso nemmeno immaginare cosa si è sentito e cosa ha passato, e ora mi sento in colpa per aver parlato con troppa leggerezza.
“Dan, questa persona ti può aiutare, e può aiutare tua madre, può fare in modo che Tommy cresca meglio e in un ambiente più sereno”, riprendo con calma facendo un passo verso di lui, fissando i miei occhi sui suoi.
“Tommy è spacciato, è messo perfino peggio di me”, mi risponde cinico. “E non c’è niente che voi onnipotenti medici possiate fare.”
“Guarda Danny, una Ninja Turtle!” entra il bambino entusiasta correndo e il fratello si gira senza riuscire a forzare un sorriso.
“Bellissimo, ora fatti finire la medicazione e poi andiamo a casa”, dice con una voce quasi sussurrata, chiaramente tenuta più bassa per non tradire il suo stato d’animo. Tommy se ne accorge, diventa più serio, il suo sorriso si spegne lentamente mentre Dan lo prende in braccio per rimetterlo sul lettino.
“Sai una cosa?” riattacco io cercando di ristabilire per lui un’atmosfera più rilassata. “La mensa di questo ospedale fa la torta al cioccolato più buona di tutta Chicago, appena finiamo la medicazione ne andiamo a prendere una fetta, ti va?”
“C’è anche la panna?” mi chiede lui timidamente.
“Vediamo cosa si può fare!” sorrido, e lui ricambia debolmente, mentre non riesco a notare alcun segno di distensione da parte di Dan, che evita tanto il mio sguardo quanto quello di Tommy, tenendo la testa bassa e gli occhi fissi rivolti verso un punto imprecisato ed insignificante del pavimento.
Vorrei avere la possibilità di parlargli da sola, ma forse non dovrei. Magari mi illudo di poterlo aiutare e invece farei ancora peggio. Ma ne parlerò con Wen, e se è possibile anche con la Perkins, voglio fare qualcosa per questo ragazzo, devo farlo.
Per un attimo mi ha ricordato lui, mi ha fatto pensare a lui. A Jeremy. Il cuore mi va in gola, forse smette anche di battere per qualche istante, per poi accelerare vorticosamente. Era tanto che non pensavo a Jeremy, era tanto che non lo sentivo così vicino a me. E ora ho paura.
Scuoto la testa impercettibilmente.
No, non è vero. Non ha niente a che fare. Sono solo gli occhi tristi, quelli si, quelli mi hanno ricordato lui. E forse quell’espressione così simile. Ma è tutto diverso ora, persone, situazioni, luoghi e tempi. Dan non lo farebbe mai.
Deglutisco e sospiro profondamente. Osservo il ragazzo senza farmi notare, poi riprendo a lavorare sulla ferita di Tommy, pensando a qualche domanda da potergli fare sui giochi, sui compagni dell’asilo, sui cartoni animati, su qualsiasi cosa che lo distragga anche solo per un istante dall’incubo che gli vive intorno.
Abbasso la cornetta e sbuffo.
“Che succede?” mi chiede Jerry.
“Sto cercando di rintracciare la Perkins, ma non c’è niente da fare”, scuoto la testa prendendo la cartella del prossimo paziente.
“Sempre per quei due fratelli che sono venuti stamattina?” mi domanda.
“Si, loro”, sospiro. Sono andati via da parecchie ore ormai, ma non voglio che passino giorni prima che Dan abbia la possibilità di parlare con qualcuno. “Ho lasciato detto di chiamarmi, se dovesse telefonare avvertimi per favore. In qualsiasi momento”, dico a Jerry che annuisce, e mi allontano verso il salottino per prendermi ancora un caffè prima della prossima visita, probabilmente l’ultima della giornata.
“Hey Mayday!” mi sento chiamare lungo il corridoio.
Tony Gates, esattamente ciò di cui avevo bisogno. Da quel giorno che ho fatto il turno nelle ambulanze continua a chiamarmi con quel fastidioso nomignolo e tutte le volte che mi incrocia non mi lascia un secondo di respiro.
“Che ne dici di cenare insieme una di queste sere?” riprende senza dare importanza alcuna al mio mancato saluto.
“Il significato dell’espressione ‘sono fidanzata’ giace nel fondo degli abissi del tuo immenso ego con un enorme cartello ‘non pervenuto’ stampato sopra, giusto?” rispondo senza degnarlo di uno sguardo e continuando a camminare.
“Hey, Barnett non se la prenderà per una semplice cena!” si lamenta allargando le braccia.
“Già. È chiaro come il sole che conosci Ray alla perfezione!” ribatto sarcastica.
“Beh, se è così geloso allora dovresti prenderti un po’ di respiro!” riprende lui. “E quale migliore occasione che il sottoscritto?? Pensa, mi hanno perfino detto che assomiglio ad un divo del grande schermo! Non trovi anche tu?” continua mentre mi segue nel salottino.
“Si…” annuisco pensierosa, “se consideri l’orso Yoghi un divo del grande schermo…” continuo con soddisfazione e lui mi guarda incredulo senza dire una parola. “Però mi dispiace doverti far notare che Yoghi è più da considerarsi un divo del piccolo schermo”, proseguo versandomi il caffè nella tazza.
“Hey, mi ferisci Mayday!” replica con un sorriso che probabilmente secondo lui dovrebbe risultare fascinoso. “Non sai quante donne ci sono che fanno la fila per uscire con me?”
“E allora toglimi una curiosità”, ribatto facendo un passo verso di lui. “Perché diavolo non te ne prendi una a caso della lista e lasci in pace me?”
“Perché tu sei Mayday, non sei una qualunque!” risponde con espressione candida.
“Gates?” si affaccia Aoi alla porta in quel momento. “Al telefono in accettazione!”
“Arrivo subito, grazie”, dice lui e si avvicina verso l’uscita. “Sono sicuro che prima o poi cederai al mio fascino! Poi ne riparliamo eh!” continua rivolto verso di me prima di uscire.
“Ma anche no!” replico alzando un po’ la voce per cercare di farmi sentire, ma lui è già fuori dalla stanza.
Aoi è rimasta con me, e sorride divertita.
“E’ esasperante”, commento scuotendo la testa.
“Ho notato!” annuisce lei. “E lui non è incluso nello schemino, vero?”
“No, direi di no!” rispondo. “A dire il vero lo conosco appena, non so molto di lui, e non ci tengo più di tanto ad approfondire!”
“Certo che se Ray è geloso di te come lo sei tu di lui…” mi lancia uno sguardo compiaciuto e significativo.
“Hey, Sam esagera, non sono mica poi così gelosa!” protesto. “Beh, un pochino forse…” ammetto poi mettendomi a ridere. “Ma comunque si, Ray non scherza in materia… la prossima cena ti racconteremo tutta la saga del ballerino brasiliano che è capitato qui come paziente di Ray dopo averci provato con me…”
“Ahi ahi”, commenta, “mi sa che non se l’è passata bene!”
“E no… affatto!” riconosco.
“Mi dovete raccontare tutto!” replica lei curiosa.
“Sarai aggiornata su ogni dettaglio!” le prometto. “Vuoi un po’ di caffè intanto?”
“Volentieri, grazie”, risponde gentilmente. “Nero e senza zucchero.”
“Ti piacciono i sapori forti eh?” sorrido.
“Decisamente!” risponde mentre riempio la tazza per lei. “In Giappone si beve il caffè americano, ma è molto più diffuso il the verde. Ma a me non piace proprio perché non sa di niente. E’ assolutamente insapore,” si lamenta cominciando a bere il primo sorso. “Mia madre per questo mio gusto a volte mi rimprovera di essere poco nipponica!”
“Le madri non possono mai fare a meno di rompere, in nessun angolo del mondo!” replico io mentre entrambe ci mettiamo a ridere.
“E in Giappone avete anche medici rompiscatole come Gates?” chiedo poi proseguendo la conversazione.
“Oh, i medici in Giappone sono una classe privilegiata, fanno solo matrimoni combinati!” risponde decisa. “Non prenderebbero mai in considerazione di fare la corte ad un’infermiera, e in quanto alle dottoresse… beh, solitamente non ce ne sono!”
“Non ce ne sono proprio?” chiedo un po’ stupita.
“Ce ne sono davvero poche”, mi spiega, “e le poche che ci sono devono seguire le regole più attentamente degli altri. Se sgarrano pagano caro, a differenza degli uomini che magari vengono coperti e graziati.”
“Ammetto che mi sta ribollendo il sangue…” non posso fare a meno di commentare. “Non mi sorprende affatto che tu sia voluta venire a lavorare qui.”
“Già”, si limita ad annuire.
“Scusa, non fraintendermi, non intendo dare un giudizio alla tua cultura”, mi sento in dovere di aggiungere, “a volte sono un po’ impulsiva e quando sento queste cose…”
“Tranquilla!” mi interrompe con un sorriso. “Sono perfettamente d’accordo con te. In fondo in fondo amo molto il mio paese, ma in effetti mi sta stretto. E proprio per queste ingiustizie ho deciso di trasferirmi, almeno per un periodo. Poi vedremo.”
“Capisco”, rispondo bevendo un altro sorso del tuo caffè. “Non sono mai stata in Giappone”, riprendo subito dopo, “ma mi affascina molto, mi piacerebbe un giorno andarci e conoscerlo meglio. Ancora di più dopo la cena dell’altra sera, era tutto così buono!”
“Ho notato che è stata apprezzata! Soprattutto il sakè!” commenta ed entrambe ci mettiamo a ridere ricordando la serata. “Mi sono divertita un sacco!” aggiunge poi.
“Oh credimi, anche io! E sono sicura di non sbagliarmi se dico la stessa cosa di Sam!” annuisco.
“Non vedo l’ora di replicare!” aggiunge.
“Si può fare anche da me! E potremmo farla anche diventare un’abitudine!” suggerisco.
“Sarebbe perfetto! Intanto io mi studio per bene gli schemini che per la prossima volta devo essere assolutamente preparata”, sorride.
“Neela, i due fratelli di stamattina li avevi tu, vero?” mi cerca Chuny in quel momento aprendo la porta del salottino.
“Si, perché?” chiedo preoccupata, spaventata che sia successo qualcosa.
“Ho trovato questo per terra in un angolo”, mi spiega porgendomi un portafogli nero, un po’ rovinato. “Non ci sono documenti dentro, ma potrebbe essere del ragazzo grande.”
Lo prendo e lo apro, all’interno ci sono due banconote da cinque dollari, un vecchio biglietto di cinema, un numero di telefono annotato a penna su un cartoncino, e alcuni foglietti piegati nei vari scomparti, con scritto sopra qualcosa che non voglio violare. Li lascio dove sono, poi sollevo lo sguardo verso Chuny. Non sono sicura che sia suo, ma non ho bisogno delle prove, mi basta una scusa.
Per rivederlo ancora un momento, per cercare di leggergli negli occhi, per vedere se sono davvero così simili a quelli di Jeremy.
“Si, è il suo, ho visto che ce l’aveva”, mento. “Tra venti minuti stacco, passo io a portarglielo, abita sulla strada tra l’ospedale e casa mia.”
Seguendo attentamente le indicazioni che mi hanno dato alla stazione della metro arrivo davanti al palazzo in cui abitano Dan e Tommy. Il quartiere è peggio di quanto mi aspettassi, più sporco, più brutto, con un sacco di gente con un’aria decisamente poco raccomandabile. Se Ray sapesse che sono in questa zona da sola credo che andrebbe fuori di testa. Per un attimo ho la tentazione di chiamarlo e chiedergli di raggiungermi, ma dovrei fargli interrompere il turno in tossicologia, oltre al fatto che non mi sentirei per niente a mio agio a tirare fuori il cellulare con questi sguardi in giro. E poi è una questione di un attimo, restituisco il portafogli al ragazzo, vedo come sta, e torno indietro. In un quarto d’ora sarò già sulla metro per tornare a casa, e dovrei riuscire ad arrivare anche prima di Ray.
Il portone è aperto e il citofono è rotto, quindi decido di entrare, prendere l’ascensore e andare direttamente all’appartamento. Arrivo sul pianerottolo, accendo la luce con un pulsante ma molte delle lampade sono fulminate. Vado avanti lentamente, cercando di leggere nella penombra i numeri e i nomi sulle porte, finché non trovo il campanello giusto e suono.
Passa qualche istante prima che io senta dei passi dall’altra parte. Poi la porta si apre e mi compare davanti Dan con un’aria sconvolta.
“Che cosa ci fai tu qui?” mi chiede appoggiando un braccio contro la porta e passandosi una mano tra i capelli ancora più spettinati di stamattina.
“E’ tuo questo?” gli domando semplicemente tirando fuori il portafogli dalla tasca e mostrandoglielo.
“Si…” mi dice prendendolo. “Non mi ero nemmeno accorto di averlo perso.”
Rimango lì e lo guardo, incapace di parlare e di dire tutto quello che vorrei.
“Grazie”, riprende con un sospiro, “e buona serata, doc”, aggiunge chiudendo la porta contro di me, ma io la fermo.
“Dan”, lo chiamo facendo un passo dentro casa mentre lui è già voltato di schiena. Ha addosso un paio di jeans e una maglietta con una camicia sopra. Quando sente il suo nome si ferma e porta le mani sui fianchi, sbuffando. Il lembo della camicia si alza e mi accorgo di una pistola nella sua tasca sinistra.
“Dan, cosa diavolo hai intenzione di fare con quella?” esclamo d’istinto, spaventata, senza soffermarmi a pensare un istante.
“Non credo siano affari tuoi”, mi zittisce girandosi verso di me.
“Dove sono tua madre e Tommy?” domando subito dopo.
“Stai tranquilla, non sono qui. Non imbratterò i loro vestiti di sangue quando mi farò schizzare le cervella!”, mi risponde nervoso prima di estrarre la pistola dalla tasca e dirigersi verso una stanza davanti a lui.
“Danny!” lo chiamo ancora chiudendo la porta alle mie spalle e seguendolo.
“Danny??” ripete. “Siamo diventati amici?” sento la sua voce sarcastica provenire dalla stanza scarsamente illuminata in cui sto entrando e lo vedo avvicinarsi alla finestra aperta e sedersi a cavalcioni sul davanzale, impugnando la pistola nella mano destra.
“Dan, siamo al nono piano!” urlo. “Allontanati da lì e dammi la pistola!”
“Secondo te non lo so che siamo al nono piano? Sono qui a caso?” ribatte, mentre faccio un passo lentamente verso di lui. “Stai dove sei!” mi ferma. “Sono qui da due ore e non ho ancora trovato il coraggio né di premere il grilletto né di buttarmi di sotto. Mi serve solo qualcuno che cerca di fermarmi per trovare la forza di fare una delle due cose”, conclude con una freddezza che mi agghiaccia.
“Non farlo”, riesco a dire con voce tremante.
“Non sta a te decidere”, replica secco.
“Non vuoi farlo davvero, non vuoi”, ripeto disperata.
“Fossi in te non mi sfiderei”, sento i suoi occhi su di me.
“Hai tutta la vita davanti, non puoi commettere un errore del genere”, riprendo terrorizzata, “le cose non saranno sempre come sono ora, tra qualche anno tutto sarà diverso! Non pensi a Tommy e a tua madre? E non hai…”
“Sto contando quante banalità riesci a dire in trenta secondi”, mi interrompe, “se vai avanti così rischi di battere il record mondiale!”
Faccio lentamente ancora un passo in avanti.
“Non avvicinarti un centimetro di più!” alza la voce portando in alto la pistola.
Indietreggio, atterrita dalla paura, con il cuore in gola. Non può succedere, non deve succedere.
Mi appoggio di schiena contro il muro, le gambe mi cedono, mi lascio scivolare a terra. Non c’è niente che io possa fare, niente. Non sono riuscita a salvarlo allora, non ci riuscirò nemmeno adesso.
“Neela, tu sei l’unica di cui io mi possa fidare, l’unica che mi capisce davvero”.
I suoi occhi continuano a presentarsi di fronte ai miei, e continuo a sentire la sua voce, sempre la stessa frase, insieme alle parole di mia madre, quelle che mi ha detto oggi quando sono rientrata a casa.
“Neela, non puoi andare da lui, Jeremy è morto, si è ucciso.”
Non è possibile, non ci credo, non può essere vero.
Ho cominciato a correre, correre via, scappare. Non so nemmeno io da quanto sto correndo. Potrebbero essere minuti, ore, giorni, settimane. Non lo so, non so più niente.
Non ci riuscivo a credere, sono passata a casa sua comunque. Dove avevamo l’appuntamento, dopo i miei allenamenti di calcio. Ho visto sua madre in lacrime disperata, ho visto la macchina delle pompe funebri parcheggiata davanti a casa sua, sul retro ho visto il sangue per terra. Hanno cercato di fermarmi, mio padre, mio fratello, il fratello di Jeremy, ma io sono scappata. Più veloce che potevo. Non voglio vedere nessuno, non voglio parlare con nessuno. Voglio stare con lui, lui è l’unica persona che voglio avere accanto. L’unica che vorrei che mi raggiungesse. E che non potrò mai più rivedere.
Io lo capivo, me l’ha detto lui che lo capivo, me l’ha detto lui che ero la sua migliore amica, forse l’unica. Ce lo siamo detti che ci volevamo bene. E allora perché? Perché mi ha fatto questo, maledetto bastardo?
Mi tornano in mente le sue parole, la sua voce, il suo sorriso e quei suoi occhi tristi. Ore intere passate a parlare di tutto, io e lui. Una volta l’aveva detto, che si era divertito a giocare con l’idea del suicidio. Era questa l’espressione che aveva usato. Non l’avevo preso sul serio, non avevo mai pensato che potesse farlo davvero. Mai.
Continuo a correre in mezzo al parco, tra gli alberi, sotto la pioggia che si fa sempre più fitta e fredda. Finché i muscoli mi fanno male, il pianto cede sempre più ai singhiozzi, ed è come se i polmoni non riuscissero più a funzionare.
Mi appoggio di schiena contro un albero, le gambe mi cedono, mi lascio scivolare a terra, sul prato bagnato.
Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho pensato davvero a lui? L’ultima volta che ho lasciato che il suo ricordo entrasse capillarmente dentro di me, con tutto il carico di emozioni, di angosce, di dolore e di senso di colpa? Tante volte mi si è presentato, e tutte le volte, troppe, l’ho ricacciato indietro, permettendogli solo di attraversarmi per poi allontanarsi, come se fosse qualcosa di concluso, come se fosse qualcosa che appartiene ad una vita precedente, o alla vita di qualcun’altro. Come se davvero avessi superato tutto l’orrore di quel momento.
“Non sono riuscita a salvarlo”, sussurro, senza nemmeno accorgermi di aver fatto uscire la voce.
“Stai per raccontarmi qualche storia strappalacrime per farmi capire quanto è bella la vita?” mi dice Dan senza voltarsi verso di me, e io rimango in silenzio. Paralizzata dalla paura di quello che può succedere adesso, e dilaniata dal ricordo di quello che è successo allora, un ricordo che per la prima volta dopo anni mi travolge con tutta la sua violenza, buttando giù ogni argine.
“Chi non sei riuscita a salvare?” mi chiede con un filo di voce dopo qualche istante.
“Jeremy”, rispondo esitante, con un sospiro, realizzando solo ora da quanto tempo non pronuncio il suo nome, e quanto sia difficile farlo. “Era il mio migliore amico, quando avevo sedici anni”, mormoro, mentre un nodo mi stringe la gola, e subito dopo, come in un flashback, mi passano davanti i mille volti di tutte le persone che hanno cercato di convincermi che non fosse colpa mia, che io non avessi nessuna responsabilità in quello che è successo.
“Si è ucciso?” mi domanda Dan continuando a guardare fuori, senza muoversi dal davanzale su cui è seduto, con la schiena appoggiata sul lato della finestra.
“Si”, dico con un filo di voce, e deglutisco.
“Quindi per salvarti il culo e la coscienza io dovrei decidere di non farlo, giusto?” riprende senza intonazione.
“L’ho odiato, da morire. Non gli ho mai perdonato quello che ha fatto a se stesso, a me, alla sua famiglia. E’ stato un bastardo egoista”. La voce rotta mi esce fuori di istinto, sto parlando senza pensare, sto elaborando quello che c’è dentro di me invece che aiutare lui. Mi rendo conto che sto piangendo, mi asciugo le lacrime, cerco di trovare una lucidità in questa situazione così terribile. Vorrei aver chiamato Ray, vorrei che fosse qui con me ora, che mi aiutasse a salvare Dan e ad affrontare tutto quello che mi sta esplodendo dentro.
“E’ per questo che odio mio padre”, mi dice secco. “Ha trovato il modo di scappare, e se ne è andato. Non eravamo abbastanza per lui, per rendere quella sua cazzo di vita meritevole di essere vissuta.”
“Tuo padre vi voleva molto bene”, ribatto. “Era debole, stava male, non era in sé. Per questo ha fatto quello che ha fatto. Non perché non vi amasse.”
“Non mi sembra che tu applichi le stesse attenuanti per il tuo amico”, ribatte pronto.
“Non ne sono stata capace per molto tempo, ora so che mi voleva bene nonostante tutto. Ma non lo perdonerò mai per quello che ha fatto. Come tu non perdonerai mai tuo padre”, mi fermo qualche secondo. “Come le persone che ti vogliono bene non potrebbero mai perdonare te se lo facessi”.
“Ma almeno smetterò di soffrire.”
“Smetterai di esistere. E’ diverso.”
“Quindi anche di soffrire.”
“Quindi anche di star bene, di vedere le persone che ami, di sperare, di conoscere nuove esperienze, nuove gente!” continuo alzando il tono di voce. “Non hai nemmeno idea di quante cose ti aspettano, di quanto la vita possa essere bella, di tutte le possibilità che vuoi buttare via, di tutto quello che può succedere. Credi che non mi chieda mai dove sarebbe Jeremy ora se non avesse fatto quella stronzata? Me lo chiedo ogni giorno! Avrebbe quasi trent’anni ora, hai idea di quante cose possano cambiare tra i sedici e i trent’anni? Hai idea della vita che c’è di mezzo? Non ne sai niente, non sai un cazzo di quello che sarà, ti vuoi almeno dare una chance, razza di idiota?” concludo la frase praticamente urlando e appena finisco di parlare il silenzio è glaciale. Lui mi guarda scosso, con un’espressione un po’ sorpresa. “Rivediamoci tra tredici anni esatti, mi dici come stai, e se vuoi ancora suicidarti ti porterò la corda! E ti giuro che non farò nulla per fermarti!”
Faccio fatica a credere che quello che ho appena detto sia effettivamente uscito dalla mia bocca e apparentemente anche Dan è piuttosto stupito. Di sicuro la mia reazione ha spiazzato anche lui oltre che me stessa.
Ho gli occhi ancora gonfi di lacrime, il respiro reso pesante dalla rabbia, dal dolore, dalla tensione.
“Tredici anni sono lunghi”, riprende, ma il suo tono è cambiato.
“Appunto”, ribatto.
“Sei stata molto male quando è morto il tuo amico?” mi chiede dopo qualche istante di silenzio.
“Da morire. Ero distrutta”, ammetto.
“E come ne sei uscita?” mi domanda.
“Con il tempo, con le lacrime, con la rabbia, con l’aiuto di altri amici. Ma mi sto rendendo conto che non ne sono mai uscita del tutto”, rispondo.
“Eri qui a Chicago?” riprende.
“A Londra” scuoto la testa.
“Non ci sono mai stato”, commenta.
“Altro ottimo motivo per non buttarsi di sotto”, ribatto forse rischiando un po’, ma ora l’atmosfera è diversa rispetto a prima, e il suo atteggiamento è differente, anche se la sua posizione su quel dannato davanzale non è cambiata di una virgola.
“Dici che non posso suicidarmi prima di essere stato a Londra?” replica un po’ incredulo girandosi verso di me.
“Non puoi”, ripeto. “Ci sono un miliardo di cose che devi fare prima di suicidarti, quindi datti da fare e togliti di lì…”
Per un momento lui fissa gli occhi nei miei, poi si gira e guarda ancora fuori.
“Danny…” sussurro sentendo di aver stabilito una connessione e sperando di non perderla proprio ora. Per un attimo si è fidato, forse solo per qualche frazione di secondo, ma qualcosa è successo. “Dan, ti prego…” riprendo, ma mi fermo senza riuscire a trovare le parole giuste per continuare.
“Non ti preoccupare”, dice abbassando leggermente la testa e osservando la pistola tra le sue mani. “Non credo di averci mai pensato davvero, volevo solo vedere com’era. Essere ad un passo dal farlo, ad un passo dal vuoto, ad un secondo dall’esplosione del proiettile. Ma non voglio suicidarmi, è solo che… che ogni tanto, ultimamente, mi piace giocare con l’idea di farlo”, continua, e le sue parole mi raggiungono come una violentissima scossa elettrica.
Chiudo gli occhi un istante, cerco di respirare.
“E’ quello che una volta mi ha detto anche Jeremy”, confesso senza essere troppo sicura di aver fatto bene a dirlo. Ma qualcosa mi spinge ad essere sincera con lui, fino in fondo.
“Bingo!” commenta ironico. “Scusa, non volevo, non potevo immaginare”, aggiunge poi. “Non lo faccio, doc, tranquilla”, conclude poi girando lo sguardo verso il mio.
Lo guardo preoccupata, senza riuscire a nascondere la mia paura.
“Sul serio”, mi ripete ancora. “Non lo faccio”.
“Com’è successo esattamente che… che ora sei tu quello che rassicura me?” riprendo un po’ confusa ma sollevata dalle sue parole, e lui si lascia scappare un sorriso debole.
“Un po’ per uno”, risponde semplicemente scrollando le spalle, ed io annuisco lentamente, accennando un sorriso quando sento i suoi occhi su di me.
“Non so nemmeno come ti chiami di nome”, aggiunge poco dopo.
“Neela”, gli dico, e noto in lui un’espressione che finalmente mi tranquillizza almeno un po’. “Piacere di conoscerti”, inizia a dire lui quando improvvisamente sentiamo la chiave nella toppa, seguita dalla voce squillante di Tommy.
“Cazzo, sono già rientrati!” esclama Dan saltando giù sul pavimento e chiudendo la finestra. Poi prende una sedia, ci sale sopra, posa la pistola sopra l’armadio e velocemente torna giù.
Io mi alzo in piedi prima che il fratellino entri nella stanza.
“Danny, abbiamo preso la torta!” grida andandogli incontro.
“Hai preso quella al cioccolato, vero?” sorride Dan prendendolo in braccio.
“Hey c’è la dottoressa!” riprende Tommy vedendomi, mentre io sorrido e lo saluto. “Mamma, c’è la dottoressa dell’ospedale!” urla poi correndo di là e la donna si affaccia alla porta qualche secondo dopo.
“Buonasera”, mi dice con un’espressione incuriosita. Ha l’aria stanca e un po’ trasandata, due profonde occhiaie e i capelli di media lunghezza raccolti in una coda. Le spiego gentilmente cosa sono venuta a fare, lei mi ringrazia, poi mi invita a rimanere per cena. Le dico che non posso restare, che il mio ragazzo mi aspetta a casa.
Controllo l’ora, Ray sarà già uscito dall’ospedale da un pezzo e sarà probabilmente anche molto preoccupato. Mi affretto a raggiungere la porta ripromettendomi di chiamarlo appena fuori dall’appartamento.
Prima di uscire passo a salutare Dan che sta apparecchiando la tavola insieme a Tommy. Ha gli occhi lucidi e l’aria stanca, sua madre gli tocca la fronte e gli chiede se si sente bene. Io e lui ci scambiamo uno sguardo, lui annuisce brevemente ed accenna un sorriso.
“Ti scrivo il mio numero”, gli dico quando mi accompagna alla porta e mi faccio dare un pezzo di carta per segnarlo.
“Ti lascio il mio?” mi chiede lui.
“Siamo amici ora, giusto?” rispondo.
“Già, puoi anche chiamarmi Danny”, replica finendo di scrivere il numero del suo cellulare.
“Chiamami domani”, gli dico prima di salutarlo, e lui annuisce, prima che il fratellino lo tiri dentro per giocare.
Sul pianerottolo mi appoggio contro la porta chiusa e sospiro, mentre mi sento salire il magone. Apro la borsa e tiro fuori il telefono per chiamare Ray. Sento il rumore dell’ascensore che si apre in fondo al corridoio, noto il fascio di luce che si proietta nella penombra, e una sagoma che esce correndo.
“Ray?” domando incredula.
“Neela, cazzo, hai deciso di farmi venire un infarto??” protesta mentre viene verso di me. “Come ti è venuto in mente di venire qui da sola senza avvertirmi?? Ma non sai che questa è una zona del cazzo? Ti ho chiamato sul cellulare ed era spento, se Chuny non mi avesse detto di quel portafoglio dove ti venivo a pescare? Vuoi farmi morire di paura? Ma possibile che…” le sue domande si fermano quando io senza dire nulla lo abbraccio e lo stringo forte, senza riuscire ad evitare di mettermi a piangere affondando il viso sul suo collo.
“Hey… che succede??” mi chiede preoccupato tirandomi su il viso e asciugandomi le lacrime.
“Andiamo a casa…” riesco solo a dire, mentre lui mi abbraccia passandomi una mano tra i capelli, e ci incamminiamo verso l’uscita.
|
“Era esattamente quello di cui avevo bisogno”, sospira Sam lasciandosi cadere affianco a me sul divano e stappando due bottigliette di birra. Ray, Alex e Brett sono al concerto con Mika, e io e lei ci stiamo concedendo qualche ora di totale tranquillità. “Una bella serata in pace, a chiacchierare con un’amica e senza nessuno con cui lottare per spedirlo a letto entro le undici!”
“E immagino che questo qualcuno di cui parli non sia Brett…” giro lo sguardo verso di lei con un sorriso malizioso.
“Immagini bene!” annuisce divertita e leggermente imbarazzata, “Lui non ho nessuna difficoltà a spedirlo a letto… sempre che io gli vada dietro!”
“Conosco il genere!” commento buttando giù un sorso di birra. “Come va la vostra… storia?” le chiedo poi un po’ esitante.
“Hmmm, non saprei esattamente se definirla una ‘storia’, o in qualsiasi altro modo…” risponde pensierosa, con lo sguardo rivolto alla bottiglia che tiene tra le mani. “Direi semplicemente che va, per il momento. Stiamo bene insieme, ci divertiamo, Brett e Alex si adorano e… così, giorno dopo giorno… le cose in qualche modo stanno procedendo”, continua scrollando le spalle. “Per ora preferisco andare avanti così, senza guardare troppo in là”.
Annuisco lentamente, chiedendomi se sia il caso di riferirle o meno i commenti che ho sentito da Ray qualche sera fa. “Mi sembra la scelta più giusta”, mi limito a dire. “Credo che comunque… lui sia innamorato”, riprendo poi senza riuscire a trattenermi.
“Lo credi tu o c’è qualcosa, o qualcuno, che te lo fa pensare?” mi domanda girandosi verso di me con un sorriso curioso.
“Diciamo che conosco piuttosto bene una persona… che conosce piuttosto bene Brett… e che potrebbe aver fatto dei commenti sull’atteggiamento di Brett nei tuoi confronti, magari anche paragonandolo all’atteggiamento che avrebbe avuto in passato nei confronti di altre ragazze…” rispondo tentennando e gesticolando nervosamente, cercando maldestramente di ostentare un’aria misteriosa.
“Mi sento molto onorata dal commento di questa persona…” replica Sam divertita. “Ha detto altro di più specifico?”
“No, direi di no, mi ha liquidato dicendo che sono cose da uomini!” le spiego mettendomi a ridere, e lei mi segue a ruota. “Di sicuro posso dirti che Ray conosce molto bene Brett, e che sembrava molto sicuro di quello che diceva.”
“Non riesco a non ammettere che quello che mi hai appena detto mi stia facendo un immenso piacere”, comincia dopo qualche riflessivo istante di silenzio. “Ma non voglio aspettarmi nulla”, continua girandosi verso di me, dandomi quasi l’impressione di cercare una mia approvazione al suo modo di sentire.
“Capisco perfettamente il tuo voler vivere alla giornata, in un certo senso è quello che faccio tuttora io con Ray”, commento, riflettendo sul fatto che per quanto siano passati ormai diversi mesi, e per quanto siamo innamorati l’uno dell’altra, tra me e lui la parola ‘futuro’ è ancora decisamente tabù. “Ma mi sembrava giusto farti presente che… che insomma, per lui tutto questo è probabilmente qualcosa di più di un ‘navigare a vista’.”
“Si, hai fatto bene a dirmelo, e comunque lo immaginavo”, annuisce. “Probabilmente anche per me è qualcosa di più di una semplice storia passatempo”, ammette. “Il punto è che… sai, la storia con Luka è sempre stata così seria, così impegnativa, lui ha cominciato a parlare di una famiglia insieme fin da subito, e io in un certo senso ho sempre sentito il peso di questa situazione. Questa tensione ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella fine della nostra relazione”, mi spiega mentre io ascolto con attenzione. “Con Brett mi piace l’idea di prendere la cosa un po’ più alla leggera, di ‘divertirmi’ in un certo senso, anche se mi fa perfino ridere sentire questo verbo uscire dalla mia bocca!” sorride scuotendo la testa. “Mi piace l’idea di vivere la cosa un po’ più come se fosse una storia tra ragazzi, piuttosto che tra persone adulte”, conclude poi con uno sguardo un po’ perso, in cui mi sembra di scorgere qualche traccia di senso di colpa.
“E’ legittimo, Sam”, mi affretto a dire credendo di poter interpretare il suo stato d’animo. “Hai ventisei anni, e il fatto che tu abbia un figlio di undici anni non vuol dire che tu ti debba sentire come una quarantenne. E’ logico che tu senta anche il bisogno di farti una storia che non comporti troppi pensieri e troppe responsabilità sul futuro. E direi che hai anche trovato la persona giusta. Sono convinta che Ray abbia ragione, e Brett probabilmente è davvero innamorato di te o molto vicino ad esserlo, ma di sicuro con lui non ti devi preoccupare di una eccessiva insistenza sulla pianificazione del futuro insieme!” sorrido con una punta di sarcasmo.
“Già, ma ancora una volta sto mettendo in gioco i sentimenti di Alex”, riprende con uno sguardo teso.
“Siete vicini di casa, e Brett e Alex si conoscevano da prima, avrebbero legato comunque, indipendentemente da quello che poteva succedere tra voi due”, la rassicuro. “Alex lo sa che avete una storia?”
“Ufficialmente… no…” mi risponde un po’ esitante. “Io non gli ho detto niente, e nemmeno Brett. Ma in realtà credo che abbia capito benissimo.”
“Beh, è molto sveglio, e man mano che gli anni passano immagino sia sempre difficile tenergli nascoste certe cose”, commento bevendo un altro sorso della mia birra.
“Appunto!” conferma con un sorriso rassegnato.
“E della coppia del secolo cosa mi dici?” mi chiede dopo qualche istante cambiando discorso. “Avete festeggiato il vostro primo San Valentino insieme?”
“Cosa??” ribatto divertita. “Ti pare che le parole ‘Ray’ e ‘San Valentino’ possano coesistere nella stessa frase??” domando mentre lei si mette a ridere.
“Allora non diceva tanto per dire quando commentava la festa degli innamorati in accettazione!” ribatte annuendo.
“Direi proprio di no!” esclamo decisa. “Il mio Roomie non conosce il significato dell’aggettivo ‘romantico’!”
“Dai, tutto sommato neanche tu mi sembri il tipo da cena a lume di candela e rose rosse!” considera lei guardandomi con un sorriso.
“No, fortunatamente non lo sono. Non troppo perlomeno. Anche se mi sono divertita facendogli credere di esserlo poco prima di San Valentino, mentre facevamo la spesa al centro commerciale! Dovevi vedere la sua faccia!” rido ripensando alla sua espressione, mentre Sam divertita mi chiede di riferirle tutti i dettagli.
“Vuoi dire che ha pensato davvero che dicessi sul serio??” si asciuga le lacrime al termine del mio racconto particolareggiato.
“Eccome!” annuisco sicura. “Credo abbia rischiato l’infarto!”
“Sei stata crudele però!” riprende lei continuando a ridere.
“Crudele un corno! Se lo meritava! Tenuto conto che non vuole farmi sapere nulla dell’unica cosa romantica che abbia mai fatto per me…” mi lascio scappare.
“E sarebbe?” mi chiede lei incuriosita.
“A New York mi ha detto di aver scritto una canzone d’amore per me, ma non vuole farmela sentire nemmeno sotto tortura!” mi lamento.
“Cosa?? Una canzone d’amore??” esclama stupita. “Ray Barnett?? Stiamo parlando dello stesso Ray Barnett che conosco io??”
“Esattamente! Proprio lui!” affermo decisa. “Ma non riferire a nessuno quello che ti ho appena detto, soprattutto a Brett, altrimenti sono morta!”
“E non ti vuole far sentire niente? Nemmeno una nota?” continua sorpresa.
“Niente da fare”, scuoto la testa con un sospiro.
“Però il fatto che abbia fatto una cosa del genere…” riprende con aria riflessiva, “beh, è molto dolce da parte sua, soprattutto considerando la pasta di cui è fatto!”
“Si, è vero, e con te e solo con te ammetterò che vado assolutamente in brodo di giuggiole se ci penso”, confesso. “Ma mi piacerebbe sentire almeno un pezzettino, o leggere qualche parola del testo.”
“Forse se lo fai bere per bene…” suggerisce.
“Magari prima o poi proverò!” annuisco divertita.
* * *
“Cosa???” lo guardo esterrefatta forse alzando la voce un po’ troppo. “Morris, non posso fermarmi qui sei ore in più! Oggi è il compleanno di Ray e non l’ho visto tutto il giorno, non posso perdermi anche il suo concerto di stasera! Ci tiene un sacco che io vada e non posso mancare!”
“Senti, piccola, è inutile che tu te la prenda con me! Sono ordini dal capo!” mi guarda allargando le braccia.
“Non chiamarmi in quel modo!” protesto.
“Beh, comunque io ti chiami, resta il fatto che la Weaver vuole che tu ti fermi qui, e io non ci posso fare niente!” si difende.
“Non puoi chiederlo a qualcun’altro?” domando andandogli dietro mentre lui riprende a camminare verso l’accettazione.
“Mi ha chiesto espressamente di te”, mi risponde prendendo una cartella e cominciando a sfogliarla. “E non sono nella posizione di oppormi, piccola.”
“Morris!” ringhio.
“Che c’è?” mi chiede con aria innocente. “Ah, ok, scusa scusa…” aggiunge poi realizzando. “E non prendertela così!” mi guarda diffidente e un po’ spaventato.
“Dov’è la Weaver?” riprendo cercando di non ucciderlo con lo sguardo.
“Credo in sala visita due, ma fossi in te lascerei perdere, è molto nervosa”, mi avverte. “E siamo in piena emergenza, Pratt ha l’influenza, e abbiamo un numero di pazienti da smaltire che è spaventoso.”
“Provo comunque”, lo informo.
“Ok, poi torna qui che ho un paziente per te!” annuncia mentre io mi allontano. “E buona fortuna!” lo sento augurare in lontananza.
Busso piano alla porta di sala visita due ed entro. La Weaver sta prescrivendo dei farmaci ad un paziente.
“Neela, eccoti qua”, mi dice appena mi vede. “Morris ti ha già informato che ti devi fermare sei ore oltre il turno?”
“Appunto di questo volevo parlarle”, azzardo. Lei semplicemente mi guarda storto e si avvia verso l’uscita della saletta, mentre io le vado dietro.
“Spero che tu non intenda dirmi che non ti puoi fermare”, ribatte senza guardarmi.
“Ecco, in realtà preferirei se potesse assegnare quelle sei ore a qualcun’altro”, comincio un po’ esitante, “non è la serata ideale per me per fermarmi oltre e…”
“Neela, non era una richiesta”, mi interrompe secca.
“Ho sempre accettato di fermarmi, ma stasera proprio non posso”, riprendo cercando di mantenere un tono educato ma deciso.
“Forse non sono stata sufficientemente chiara”, si ferma e si gira a guardarmi.
“Lo è stata, ma ecco…” mi fermo un istante. Ma si, tutto sommato anche la Weaver è umana, magari si rende conto, magari capisce, mi viene incontro. “Ecco, oggi è il compleanno di Ray, non l’ho visto tutto il giorno e stasera ha un concerto importante e io vorrei esserci. Tra l’altro stamattina ho cominciato alle cinque, tre ore prima dell’inizio del mio turno per essere sicura di finire in tempo per il concerto”, continuo a parlare andandole dietro mentre lei nel frattempo ha ripreso a camminare per il corridoio.
“Farò finta di non aver sentito, Rasgotra”, commenta con tono glaciale senza degnarmi di uno sguardo.
“Come scusi?” domando perplessa.
“Una volta avevi un senso di responsabilità!” mi apostrofa fermandosi nuovamente mentre ci avviciniamo all’accettazione. “Siamo in piena emergenza e non posso credere che tu stia cercando di rifiutare il doppio turno perché è il compleanno del tuo fidanzato! Non voglio più sentire un’idiozia del genere! Ringrazia ancora che non ho annullato a lui il giorno libero e si è fatto il compleanno in pace!” conclude prima di allontanarsi senza lasciarmi possibilità di replica.
“Beh, piccola, ci hai provato…” passa Morris guardandomi con aria di comprensione, lasciandomi una cartella in mano e proseguendo oltre.
L’istinto sarebbe inseguirlo e ucciderlo, mettendolo a rosolare a fuoco lento insieme alla Weaver, ma sarà meglio che prima io vada ad avvertire Ray. E so già che non la prenderà bene.
Esco un attimo nel piazzale delle ambulanze, prendo il cellulare dalla tasca e faccio partire la chiamata.
“Hey Roomie!” mi risponde con voce squillante. “Non ti ho sentito tutto il giorno!”
“Qui è una giornata infernale, manca Pratt e in più le emergenze sembrano non finire mai”, gli spiego. “Buon compleanno!” aggiungo subito dopo cambiando tono. “Scusa, avrei voluto chiamarti prima.”
“Non ti preoccupare, abbiamo tutta la serata, prima e dopo il concerto!” replica, e io sento una fitta allo stomaco.
“Ecco, veramente ci sarebbe un problema”, comincio, riferendogli poi per filo e per segno tutto quello che è successo con la Weaver.
“Ok, non importa, ci rifaremo una delle prossime sere”, mi dice con un filo di voce quando ho finito di spiegare, ma si intuisce chiaramente che è molto deluso.
“Ray, mi dispiace”, riprendo sinceramente, “mi dispiace davvero.”
“Non ti preoccupare, capisco perfettamente, lo so com’è la Weaver in certe situazioni”, cerca di tranquillizzarmi. Ma so quanto ci teneva che io andassi con lui stasera, e riesco a capire dalla sua voce quanto ci è rimasto male.
“Mi dispiace”, ripeto, “non sai quanto darei per…”
“Roomie!” mi interrompe. “E’ solo uno stupido compleanno, avremo un sacco di altre sere per noi! Stai tranquilla!”
“Ma stasera…” obietto, ma lui mi ferma di nuovo.
“Stasera festeggerò coi ragazzi… e con le groupies ovviamente!” esclama lasciandosi scappare un tono divertito.
“Ray!!” protesto alzando la voce. “Te ne approfitti perché sono al telefono e non posso padellarti!” continuo e lo sento ridere.
“Davvero, Roomie, non preoccuparti”, mi rassicura ancora. “Appena finisce il concerto volo a casa e ci vediamo lì. Se ce la fai aspettami sveglia, che un modo per festeggiare lo troviamo…”
“E’ una promessa?” chiedo, cogliendo il tono malizioso nella sua voce.
“Ovvio!” mi garantisce.
* * *
“Ok, ragazzi, avete fatto un ottimo lavoro”, arriva la Weaver in accettazione mentre sto compilando l’ennesima cartella dell’ennesimo paziente della giornata. Sollevo appena gli occhi da quello che sto facendo, sono esausta, non mi sono fermata un secondo nelle ultime diciotto ore, e non ho proprio voglia di interagire con lei, nemmeno per sentirmi dire quanto sono stata brava ed efficiente.
“Neela, a casa!” mi dice passandomi accanto.
“Come?” domando incredula, sicura di aver capito male.
“Mi hai capito benissimo! Fuori di qui!” ripete. La guardo, do poi una rapida occhiata all’orologio e mi rendo conto che mancherebbero ancora due ore alla fine del turno supplementare, ma direi che non mi conviene obiettare.
“Senti, sono stata troppo dura prima, ma eravamo in piena emergenza e non avevo altra scelta”, riprende abbassando il tono di voce per non farsi sentire dagli altri. “Ma avete smaltito i pazienti in meno tempo del previsto, quindi sparisci dalla mia vista prima che io cambi idea!”
“Grazie”, rispondo senza poter evitare un sorriso aperto. Ripongo l’ultima cartella su cui sto lavorando e mi precipito verso il mio armadietto. Se mi sbrigo forse faccio ancora in tempo a sentire la seconda metà del concerto.
“Hey, la Weaver ha sguinzagliato anche te!” mi accoglie Morris che è già pronto ad uscire. “Dov’è il concerto del tuo Roomie?”
“Al Barfly, sulla cinquantunesima”, rispondo mentre mi tolgo il camice e prendo la mia borsa.
“Non arriva la metropolitana in quella zona, ti do un passaggio io”, mi propone.
“Ma hai avuto un turno massacrante anche tu, sarai stanco morto”, replico. “Posso prendere un taxi.”
“Non se ne parla neppure!” ribatte con aria fiera. “C’è il tuo Archie qui a risolvere ogni problema!”
Il mio Archie? Decido di non prestare troppa attenzione ai suoi deliri e accetto.
“Beh, allora grazie!” sorrido.
“Andiamo, ti porterò dalla tua dolce metà in men che non si dica!” mi promette mentre ci incamminiamo verso il parcheggio.
“Stamattina sono entrata alle cinque per essere sicura di uscire in tempo per passare da casa e andare al concerto, e invece guarda che disastro”, mi lamento prima di raggiungere la sua auto sportiva rossa e fiammante.
“Accidenti che macchina!” esclamo mentre lui apre le portiere con il telecomando.
“Roba di classe, piccola!” replica mentre io gli lancio un’occhiataccia.
“Arriveremo in un lampo!” annuncia poi, prima di infilare la chiave nel quadro, e io mi siedo accanto a lui. Il motore emette un rumore sordo, poi di nuovo silenzio. Morris riprova a girare la chiave, ma il risultato è identico.
“Che succede?” chiedo smarrita.
“Non ho idea”, allarga le braccia perplesso per poi tentare ancora più volte, senza ottenere alcun esito.
“Oooook, mi prendo un taxi”, mi rassegno mettendo la mano sulla portiera per aprirla, ma lui mi ferma.
“Hey hey hey! Ti ho promesso di portarti là e quando Archie fa una promessa la mantiene!” mi guarda deciso prima di scendere dalla macchina e aprire il cofano. Scendo anche io e lo osservo perplessa mentre si tira su le maniche della camicia e comincia a esaminare il motore facendosi luce con una torcia elettrica.
“Ecco fatto!” riprende convinto. “Era solo quello stupido contatto, dopo l’incidente il meccanico mi ha detto che sarebbe potuto succedere.”
“Quale incidente?” chiedo incuriosita e un po’ preoccupata.
“Ehm… niente, poi un giorno ti racconterò…” mi liquida vagamente imbarazzato mentre rientriamo in macchina e questa volta il motore parte alla prima.
“E ora, più veloce del vento!!” annuncia festante facendo rombare la sua BMW.
“Heyyyy!! Voglio arrivarci viva al concerto!” protesto cercando di contenere il suo entusiasmo.
“Non ti fidi di me?” mi sorride con aria di sfida.
“Ecco, veramente, ho una riserva di fiducia limitata nei tuoi confronti…” ammetto. “Soprattutto dopo il riferimento all’incidente di cui non mi vuoi parlare…”
“Oh ma quella volta ero un po’ ubriaco e andavo a duecento all’ora”, ribatte con naturalezza scrollando le spalle.
“Cosa??” reagisco. “Morris, vai più piano per favore!” aggiungo poi notando la lancetta sui centocinquanta.
“Ma adesso non sono ubriaco!” si difende.
“Non mi interessa!” replico.
“Ma non vuoi arrivare in tempo per sentire il tuo Roomie?” mi domanda candido.
“Come ti ho già detto, più che altro voglio arrivarci viva!” lo guardo minacciosa, ma a quanto pare invano, visto che la lancetta dell’acceleratore non scende. Faccio appena in tempo ad aprire la bocca per lamentarmi ancora quando il suono di una sirena dietro di noi si fa sentire.
“Oh cazzo!” esclama lui mentre io mi porto una mano alla fronte sbuffando.
Accostiamo lentamente e aspettiamo che il poliziotto si avvicini alla macchina.
“C’è qualche problema, agente?” chiede Morris con aria innocente quando il vigile chiaramente innervosito si avvicina al finestrino.
“Patente e libretto”, richiede lui, imperturbabile, ignorando la domanda.
“Sono un medico”, si affretta ad informarlo il mio collega mentre gli porge i documenti.
“E quindi?” chiede l’altro sfogliando pigramente i suoi dati mentre io alzo gli occhi al cielo e controllo l’ora.
“Beh, sono una persona rispettabile!” ribatte Morris allargando le braccia.
“Questo non le dà il diritto di andare a centocinquanta all’ora su una strada come questa”, replica secco il poliziotto. “Le faccio il verbale, ed è fortunato a cavarsela con una multa”, conclude.
Quando ripartiamo il mio autista ha un diavolo per capello e guida come un pazzo.
“Hai intenzione di farti ritirare la patente?” cerco di calmarlo.
“Solo perché hanno una divisa si credono di poter comandare le strade!” protesta gesticolando.
“Si, ok, ma tu intanto tieni le mani sul volante per favore!” lo imploro.
“Per colpa sua ti sei persa come minimo tre canzoni!” si lamenta. “Razza di idiota in divisa!”
“Tranquillo, anche se arrivo all’ultimo va bene lo stesso”, lo rassicuro.
“No che non va bene”, riprende, “ti avevo fatto una promessa e… che succede ora?” domanda quando sentiamo un rumore non meglio identificato e l’auto comincia a sbandare.
“Merda, abbiamo forato!” esclama nervoso e scendiamo tutti e due dalla macchina ad osservare la ruota incriminata.
Comincio a pensare che ci sia una forza superiore che non vuole farmi arrivare a quel concerto…
“Avanti, prendi il crick”, sospiro esasperata.
“Il che?” mi guarda perplesso.
“Morris… quell’aggeggio che serve per tirare su la macchina e cambiare la gomma!” incrocio le braccia rassegnata.
“Ah quello!” annuisce. “E non usare termini tecnici, non sono mica un meccanico!” protesta aprendo il portabagagli mentre io lo seguo con lo sguardo incredula. Se sapessi fare l’alzata di sopracciglio come Ray sarebbe il momento perfetto per sfoggiarla…
“Dev’essere questo!” dice tirando fuori il famoso crick. “Sai anche come usarlo, visto che sei così preparata?”
“Stai cominciando ad innervosirmi!” ribatto guardandolo storto. “E no, non ho mai usato questo aggeggio! Di solito sono gli uomini che si intendono di queste cose!”
“Stai cercando di dirmi qualcosa, Rasgotra?” mi provoca.
“Forse, chissà…” rispondo evasiva, accucciandomi per cercare di capire cosa fare. “Per ora l’unica cosa che so per certo è che il concerto è andato…”
“Mi dispiace…” ammette con un filo di voce.
“Non c’è problema”, mento, “vediamo di risolvere questa cosa”, continuo, mentre un’elegante macchina scura rallenta passando davanti a noi e si ferma subito dopo. Vedo scendere qualcuno che si avvicina.
“Dottor Dubenko??” esclamo sorpresa.
“Sono proprio io!” ribatte lui. “Mi sembrava di averti riconosciuto, Rasgotra”, dice sorridendo. “Morris”, riprende poi con un lieve cenno del capo rivolgendosi a lui.
“Abbiamo forato…” spiego rassegnata.
“Vedo”, commenta annuendo leggermente. “Purtroppo non sono molto ferrato in questo genere di cose, si trattasse di una sostituzione valvolare mitralica potrei esservi d’aiuto, ma sulla sostituzione di una gomma temo di non poter essere di alcuna utilità.”
“In realtà una cosa la potrebbe fare…” dice Morris accucciato per terra alzando lo sguardo verso di lui, che mostra un’espressione interrogativa.
“Potrebbe accompagnare Neela al Barfly sulla cinquantunesima?” chiede, e io lo guardo sorpreso.
“Morris, non posso lasciarti qui da solo!” protesto sinceramente dispiaciuta.
“E dai, me la cavo benissimo, e ti ho già fatto perdere troppo tempo”, mi rassicura. “Ho capito come funziona questo coso, tu vai, è il compleanno di Ray e se non ti muovi subito non solo non farai in tempo a sentire nemmeno una canzone del suo concerto, ma non riuscirai neanche a fargli gli auguri di persona prima che venga mezzanotte!”
“Sicuro che non ti dispiace se…?” chiedo ancora.
“Sparisci di qua subito!!” mi liquida con tono scherzoso, e io sorrido rivolgendomi poi verso Dubenko.
“Io ti do volentieri un passaggio sulla cinquantunesima, Rasgotra, ma dovrai dirmi dov’è questo Bar-qualche-cosa, perché io francamente non ne ho alcun indizio”, mi dice lui con un sorriso gentile.
“Beh, io non posso che ringraziare infinitamente tutti e due…” esclamo prendendo la mia borsa dalla macchina. “Però se hai dei problemi chiama, ok? Se mai ti veniamo a prendere col furgoncino della band”, mi rivolgo a Morris ringraziandolo ancora una volta.
“Tranquilla, me la caverò!” mi rassicura ancora mentre io entro in macchina insieme a Dubenko.
“Non so davvero come ringraziarla, dottore”, ripeto ancora mentre partiamo. “Mi dispiace creare questo disturbo”, continuo cercando di esprimermi nel linguaggio più cortese e formale possibile.
“Ma sono contento di potermi rendere utile!” interviene compiaciuto. “Inoltre, ora che sono un padre a tempo pieno ritengo anche di dovermi aggiornare maggiormente sui locali e i passatempi dei giovani.”
“Beh, a dire il vero al Barfly non si può entrare sotto i ventun’anni, quindi immagino che la possibilità che Mika lo frequenti sia piuttosto remota, almeno per qualche anno…” commento. “Piuttosto, come vanno le cose tra padre e figlio?” domando subito dopo.
“Ecco…” comincia un po’ imbarazzato, “diciamo che non è facilissimo, ma in qualche modo ci stiamo adattando l’uno all’altro…”
“Bene”, annuisco lentamente con un sorriso.
“E così il dottor Barnett si diletta ancora con questi passatempi musicali?” riprende lui probabilmente cercando di togliersi da un argomento che non lo fa sentire propriamente a suo agio.
“Già, la musica è una vera passione per Ray”, rispondo tranquilla fingendo di non aver captato la sottile nota di disapprovazione nel suo tono di voce. “Stasera poi è il suo compleanno e ci teneva molto che io ci fossi… ci tenevo anche io… ma purtroppo, sa”, continuo gesticolando e parlando velocemente, “con l’emergenza che c’è stata oggi non sono riuscita ad uscire presto…”
“Si, capisco”, commenta con un’aria pensierosa. “Confesso”, ricomincia a parlare dopo qualche secondo, “che non mi sono sentito molto tranquillo quando ho realizzato di aver permesso a mio figlio di andare al concerto col dottor Barnett e il suo migliore amico... All’inizio non avevo capito esattamente chi fosse la compagnia!” si gira a guardarmi con un sorriso un po’ imbarazzato. “Ma devo riconoscere che il fatto che tu abbia stima di lui, Rasgotra, in qualche modo mi rassicura”, annuisce lentamente, “anche se devo confessare che mi sfugge il motivo all’origine di questa stima.”
“Beh, ho qualcosa di più che stima di lui”, replico cercando di non scoppiare a ridere.
“Certo”, si affretta a dire lui un po’ a disagio, “intendevo dire che…”
“Si si, ho capito cosa intendeva dire, perfettamente!” intervengo sorridendo. “Comunque le assicuro che Ray non è affatto male, sulle prime può sembrare un po’… come dire… poco ortodosso, un tipo un po’ originale, ma non è affatto male!” ripeto decisa, guardandolo convinta.
“Diciamo che mi fido del tuo giudizio”, commenta semplicemente con un sorriso.
“Ecco ci siamo quasi”, riprendo poi riconoscendo la strada. “Il Barfly è sulla destra, tra due isolati.”
“Vuole entrare?” gli chiedo poi anche se credo di conoscere già la risposta. “Il tipo all’ingresso è un amico mio e di Ray, quindi non pagherebbe niente”, aggiungo rendendomi immediatamente conto di aver detto una cosa fuori luogo.
“No, grazie, non è proprio il caso”, risponde sicuro. “Poi Mika mi aspetta a casa, si preoccuperebbe. I figli sono inclini alle trasgressioni, ma poco tolleranti quando a trasgredire sono i genitori. Poi questi posti non fanno per me”, conclude scuotendo la testa.
“Va bene, sarà per un’altra volta magari”, sorrido prima di scendere dalla macchina. “Grazie infinite del passaggio!”
Lo saluto ancora brevemente con un cenno della mano, prima di correre dentro il locale.
“Hey Mike, sono ancora in tempo?” vado incontro al mio amico all’entrata.
“Neela!” mi sorride sorpreso. “Ray ha detto che non ce l’avresti fatta stasera!”
“Sono riuscita ad uscire prima!” spiego trionfante.
“Corri che sta cominciando l’ultima canzone!” mi avverte e io mi butto subito in mezzo alla folla. Cerco di farmi strada per avvicinarmi al palco, lui è lì con la chitarra e sta cominciando a cantare l’ultimo pezzo. Ha addosso i jeans logori e strappati che adora tanto, la maglietta nera del CBGB che ha comprato durante il nostro weekend a New York e di cui va tanto fiero, e al collo ha la catenina col plettro che ha rifatto identica a quella che mi ha regalato, e che porto anche in questo momento. Vorrei fargli vedere che ci sono, ma il locale è affollato e non avrei nessuna possibilità di raggiungere le prime file entro i prossimi minuti. Aspetto che il concerto finisca rimanendo defilata lungo il muro, poi appena escono dal palco mi dirigo verso la porta che conduce al camerino. Fortunatamente siamo già stati qui diverse volte quindi so dove andare.
“Ma guarda chi si vede!” mi accoglie Jake, uno degli amici della band. “La groupie preferita del cantante che si intrufola nei camerini!” scherza alzando la bottiglia di birra che sta bevendo nella mia direzione.
“Ciao Jake!” rispondo abituata e ormai rassegnata alle sue battute. Apro la porta e percorro il corridoio che conduce alla grande stanza a disposizione della band, e busso lentamente una volta arrivata a destinazione.
“Hey! Ce l’hai fatta!” esclama Brett sorpreso quando apre la porta.
“Me lo fate un autografo?” scherzo appoggiandomi allo stipite e guardando nella direzione di Ray che è di schiena e si sta cambiando la maglietta nell’angolo opposto della stanza, e non si è ancora accorto di me. Si gira solo in quel momento riconoscendo la mia voce, e il suo volto si apre in un sorriso spontaneo, di quelli che mi fanno tremare le gambe.
“Buon compleanno, Roomie!” dico ricambiando il suo sorriso.
“Heyyyyyyy!!” mi viene incontro abbracciandomi e istintivamente tirandomi su tenendomi stretta. Fa un giro su se stesso poi mi dà un bacio.
“Ooooooohhh!!” parte il coro degli altri quattro imbecilli. “Ma guardate questo come si è ridotto!” continua Jar. “Forse si potrebbe tentare ancora l’elettroshock per cercare di recuperarlo…” gli fa eco Brett mentre tutti ridono.
“Hey, la fate finita?? Deficienti!” protesta Ray staccando le sue labbra dalle mie per insultare i suoi compagni di band.
“Lasciali perdere”, riprende poi rivolto a me che non smetto di ridere, mentre gli altri continuano a prenderlo in giro. “Coglioni…” scuote la testa in segno di disappunto e mi prende per mano portandomi fuori dalla stanza, richiudendosi immediatamente la porta alle spalle.
“La Weaver poi si è pentita e mi ha mollato due ore prima”, gli spiego mentre lui mi spinge dolcemente contro il muro e comincia a baciarmi chiaramente poco interessato ai dettagli di quello che è successo all’ER. Gli metto le braccia al collo e ricambio il bacio, passandogli una mano tra i capelli.
“Sono contento che tu ce l’abbia fatta!” mi dice poi.
“E’ stata un po’ un’avventura arrivare qui…” riprendo, “è successo di tutto, ma alla fine grazie a Morris e Dubenko sono riuscita a sentire perfino l’ultima canzone!”
“Morris e Dubenko??” mi chiede incuriosito e stupito.
“Si, poi ti spiegherò, ora andiamo a festeggiare!” ribatto.
“Certo!” approva entusiasta. “Hai portato i miei regali, vero?”
“Hey, come sai che c’è più di un regalo??” protesto.
“Ehm… ho visto i pacchetti… per caso…” si difende. “Volevo fare il bucato e li ho trovati tra la tua roba…”
“Trova una scusa più convincente almeno!” mi metto a ridere. “Ray Barnett che vuole fare il bucato…” scuoto la testa prendendolo in giro.
“Oooook, diciamo che ho cercato un po’ tra la tua roba…” ammette timidamente.
“Ray!” lo rimprovero.
“E insomma, come la faccio la sbaglio”, si lamenta, “se invento una scusa mi sgami subito, se ti dico la verità ti arrabbi…” allarga le braccia con aria innocente.
“Li hai anche aperti?” sospiro rassegnata.
“No, sei uscita dalla doccia proprio quando li ho trovati!” ribatte contrariato, con una sincerità talmente candida da risultare quasi infantile.
“Hey, allora stavi davvero nascondendo qualcosa! Avevo intuito giusto!” replico decisa ricordandomi esattamente il momento, un paio di giorni prima.
“Però sono stato bravo a depistarti…” sorride malizioso.
“I metodi che hai usato non sono per niente leali!” protesto.
“Ma sono molto efficaci a quanto pare…” continua dandomi un bacio. “Devo confessare che temevo di non riuscire a distrarti dai sospetti che avresti sicuramente avuto, ma quando ti ho visto uscire dalla doccia solo con l’accappatoio addosso e i capelli bagnati… beh, improvvisamente ho avuto un sacco di idee su come farti dimenticare i suddetti sospetti… idee tanto buone che ho dimenticato completamente anche io quello che stavo cercando!”
“Smettila di darti delle arie!” lo zittisco rifiutandomi di ammettere che ha dannatamente ragione. “Sei una battaglia persa…” scuoto poi la testa tirando su il mio zaino e prendendo i due regali per lui. “Eccoli qua! Buon Compleanno!” esclamo porgendoglieli mentre il suo volto si illumina di un sorriso entusiasta e curioso. Si avventa sul pacchetto più grande strappando la carta con la foga di un bambino la mattina di Natale, e io lo guardo divertita. Si interrompe improvvisamente quando la porta accanto a noi si apre ed escono Jar, Brett e gli altri, che guardano incuriositi.
“Hey, cosa c’è nel pacchetto?” chiede uno di loro.
“Non sono affari vostri!” li liquida Ray nascondendo il suo regalo dietro la schiena. “Andate a prendere il tavolo, io apro i regali e vi raggiungiamo.”
“Addirittura due regali?” riprende Jar. “Tu lo vizi, Neela!”
“Si vede che me lo merito!” ribatte Ray con aria compiaciuta prima che io possa aprire bocca. “E ora sparite!”
“Ok, noi andiamo a sederci”, replica Brett, “e fate presto altrimenti cediamo i vostri due posti al tavolo ad un paio di groupies che sarebbero una compagnia decisamente più interessante…!”
“Ben detto, amico!” scherza Jar mentre si danno il cinque.
“Si, poi mi tocca fare gli straordinari per salvarvi la vita al pronto soccorso!” ribatte Ray divertito. “Aspettate solo che due biondine a caso vengano a sapere quello che avete appena detto…”
“Hey noi scherzavamo!!” si difendono. “Lo sai vero, Neela??”
“Vi togliete dalle scatole??” rispondo io mettendomi a ridere e loro fuggono via raggiungendo gli altri. “Allora… dov’eravamo?” riprendo poi rivolta a Ray che sta finendo di scartare il primo pacchetto.
“Un moleskine da musica coi pentagrammi! Ti adoro, Roomie!” esclama dandomi un bacio. “Questo viene con me ovunque, quando avrò le mie ispirazioni fulminanti in pausa caffè sarà preziosissimo!”
“E così la prossima volta che scrivi una canzone per me saprò dove cercarla…” aggiungo prendendolo in giro, “e non dovrò mettere sottosopra la casa…”
“Hai messo sottosopra la casa, Neela??” mi chiede sospettoso inarcando un sopracciglio.
“Nooooo…” rispondo non troppo convinta lasciandomi scappare un sorriso.
“Neela…” mi guarda incrociando le braccia.
“Ok, ok… ho dato giusto un’occhiata in giro mentre eri di turno l’altro giorno”, ammetto allargando le braccia.
“Cosa??” mi chiede stupito. “E poi dici a me solo perché cerco i miei regali di compleanno??”
“Anche la canzone è mia!” protesto.
“Non è vero, l’ho scritta io!” argomenta.
“Per me!” ribatto.
“…dettagli!” replica dopo un momento di esitazione, e non possiamo fare a meno di scoppiare a ridere.
“Ok, tregua…” suggerisce subito dopo e io annuisco. “L’hai trovata?” mi chiede poi. “La canzone, dico.”
“Hey, allora vuol dire che è in casa!” deduco ad alta voce.
“Non ho detto questo!” alza le braccia con un sorriso colpevole. “E comunque anche se fosse in casa a questo punto la sposterei da qualche altra parte… visto che sei inaffidabile!”
“Senti chi parla di affidabilità!” lo incalzo. “E comunque prima o poi la troverò!”
“Contaci, Roomie!” mi sorride ancora, ironico.
“Apri l’altro regalo e non dire una parola di più”, lo zittisco.
“Non me lo faccio dire due volte!” riprende a scartare l’altro pacchetto. “Il cellulare nuovo! E hai preso il mio preferito! Non dovevi arrivare a tanto! Beh che il vecchio si è rotto per colpa tua però…”
“Non è stata colpa mia!” lo interrompo secca.
“Neela, mi hai tolto i jeans e li hai lanciati dall’altro lato della stanza, e il cellulare ha fatto un volo dritto dritto su quell’inutile candela profumata che ti ostini a tenere accesa in soggiorno…” riprende, “più colpa tua di così!”
“Non è che ti stavo violentando mi pare!” mi difendo mentre lui ride. “Per lo meno concedimi un concorso di colpa visto che anche tu eri quanto meno coinvolto!”
“Ok ok, giusto perché mi hai regalato il mio cellulare preferito”, mi abbraccia sorridendo e dandomi un bacio.
“Ora abbiamo il telefono uguale!” osservo con uno slancio di infantilità. “Solo che il mio è rosa e il tuo è nero!”
“Beh, se me l’avessi comprato rosa, Neela, con tutto il bene che ti voglio ma…” ride.
“Lo so lo so…” gli sorrido mettendogli le braccia al collo, “gli uomini duri non devono avere niente a che fare col rosa, minaccia la loro virilità…”
“Esatto!” annuisce. “E comunque anche se di colori diversi ora abbiamo il Roomietelefono!”
“Lo vedi che sei scemo?” commento divertita scuotendo la testa. “Ora raggiungiamo gli altri prima che cedano i nostri posti a due groupies e che Wen e Sam siano costrette ad ucciderli!” suggerisco, e lui annuisce ridendo.
Pochi minuti dopo siamo seduti al tavolo con il resto della band e un po’ di altri amici, Ray riceve ancora regali, fortunatamente molti provenienti da esseri di sesso maschile, ma anche da qualche ragazza. A quanto pare non mi abituerò mai, non riesco a fare a meno di essere gelosa, nemmeno quando sono avvinghiata a lui, e nemmeno dopo tutti questi mesi e dopo tutto quello che mi ha dimostrato.
Intanto le chiacchiere e le risate continuano intorno a me, in quell’ambiente che prima mi era così estraneo ma in cui ora comincio finalmente a sentirmi a mio agio e a divertirmi. Faccio del mio meglio per partecipare attivamente alle varie conversazioni che si susseguono, ma stanotte sono davvero stanca morta, la giornata è cominciata prima delle cinque di stamattina, ormai quasi ventiquattro ore fa, ed al lavoro è stata interminabile. Mi appoggio sulla spalla di Ray per riposare la testa, lui mi avvolge mettendomi un braccio sulle spalle e stringendomi a lui, mi dà un piccolo bacio sulla fronte e ricomincia a parlare con Mike di non so bene quale canzone, mi sono persa due o tre band fa. Ho gli occhi lucidi, me li sento sempre più pesanti, sbadiglio per l’ennesima volta e senza accorgermene, in un attimo, mi addormento.
Quando mi sveglio sono distesa sul letto, in camera di Ray, che ormai è camera nostra da diversi mesi. Lui mi sta togliendo le scarpe.
“Ma… come siamo arrivati qua?” chiedo confusa, con la voce impastata, sentendomi in uno stato di semi incoscienza.
“Ti sei addormentata nel locale e ti ho portato qui piano piano senza svegliarti”, mi spiega Ray sottovoce sfilandomi anche i pantaloni lentamente. “Ora non parlare e continua a dormire, sei esausta.”
“Ma… io avevo altri piani in testa per stanotte… a dire il vero…” mi lamento sbadigliando, ma intanto sento le palpebre pesantissime, gli occhi non vogliono saperne di restare aperti. “Volevo… volevo festeggiare il tuo compleanno…”
“Stai tranquilla, Roomie”, sorride divertito sollevandomi per togliermi anche il maglione, per poi lasciarmi ricadere dolcemente con la testa sul cuscino e coprirmi con il piumone. “Ora dormi, avremo tempo per festeggiare domani…”
Io sorrido e mi lascio lentamente scivolare nel sonno. L’ultima cosa che percepisco è la luce che si spegne e Ray che si sdraia dietro di me, avvolgendomi con il braccio sinistro ed intrecciando la sua mano alla mia, mentre appoggia la testa sul cuscino.
“Buon… compleanno… Roomie…” riesco a mormorare, ma non capisco se l’ho detto veramente o se sto già dormendo…
|
“Neela, io non ne posso più… è tutto il giorno che andiamo per negozi…” Ray si lamenta come un bambino mentre lo trascino per mano lungo un’affollatissima Quinta Strada.
“Hey, New York è il mio regalo di compleanno!” mi faccio le mie ragione.
“Ho capito… ma un uomo ha i suoi limiti…” ribatte lui guardandomi con un’espressione con cui chiaramente mira ad impietosirmi.
“Ok… va bene…” sospiro. “Forse ho esagerato un tantino…”
“Possiamo andare un po’ in hotel?” mi chiede fermandomi con un tono vivace e completamente mutato.
“In effetti sono distrutta anche io…” ammetto sorridendo.
“Andiamo!” esclama trionfante cambiando direzione. “Domani facciamo un giro al Village?” propone poi. “Avrei un paio di negozi di dischi da vedere e…”
“Hey!” lo interrompo. “L’espressione da cucciolo abbandonato ha funzionato una volta, ma ora non pensare che si debba fare tutto quello che dici tu perché…”
“Oh guarda!!” interviene cambiando discorso e tirandomi per mano dall’altra parte della strada.
“Ray! Ci mettono sotto!” protesto mentre corriamo per evitare di farci suonare, o peggio investire, dalla fila di macchine che sta ripartendo.
“Era ancora verde!” si difende.
“Lampeggiava da un pezzo!” replico. “E’ diventato rosso quando eravamo ancora a metà e… che c’è?” chiedo notando il sorriso ebete che ha stampato in faccia.
“Dobbiamo fare un giro qui dentro, Roomie!” indica il negozio che abbiamo di fronte.
“Victoria’s Secret??” lo guardo stupita. “Ma non eri stufo di fare shopping??”
“Beh, ancora questo e poi andiamo in hotel… un tempismo perfetto oserei dire!” annuisce soddisfatto. “E poi Sam ci aveva regalato un completino apposta per il viaggio a New York e noi l’abbiamo lasciato a casa, quindi ce ne vuole uno nuovo!”
“Mi aveva regalato, Ray… ‘Mi’, non ‘ci’!” preciso guardandolo divertita. “E poi dovevamo portarcelo dietro nuovo a New York, ma qualcuno non ha saputo resistere e lo ha dovuto sperimentare subito…”
“Era troppo bello per lasciarlo in un cassetto!” replica convinto. “E poi ora ci possiamo divertire a prenderne un altro! Te lo regalo io!” continua portandomi dentro il negozio.
“Regali disinteressati…” commento scuotendo la testa. “Potresti regalarmi uno di quelli…” riprendo indicando un reparto con pigiami invernali imbottiti, e lui mi guarda storto.
“So io dove portarti!” ribatte con un’aria sicura.
“Un uomo che sa quello che vuole!” annuisco divertita.
“Ecco questo ad esempio!” dice tirando fuori un completino con aria soddisfatta.
“Se pensi che io mi metta una roba del genere ti sbagli di grosso!” gli lancio un’occhiataccia.
“E dai, ti starebbe benissimo!” cerca di convincermi. “Ci sono anche le scarpe col tacco a spillo abbinate!”
“Non ne dubitavo…” commento. “E la risposta è sempre no!” esclamo quando mi accorgo che mi sta guardando speranzoso.
“Uff…” sbuffa. “Allora questo!” propone.
“Ray, non mi metto quella roba! Non mi piace!” protesto.
“Ma deve piacere a me, non a te!” replica lui candido.
“Ah si??? Non dovevi farmi un regalo??” lo guardo con aria di sfida.
“Si… certo…” risponde un po’ esitante. “Ma il regalo deve piacere anche alla persona che lo fa e… eccolo, è lui!! Guarda che bello questo!!”
“Allora a questo punto cambiamo negozio e andiamo a comprare un completino da infermierina sexy, che dici?” suggerisco sarcastica.
“Lo faresti davvero??” mi guarda con occhi che brillano.
“Ray!!” ribatto incredula sgranando gli occhi. “Scordatelo!! Non penserai davvero che…”
“Va beh va beh… uno ci prova!” sorride sollevando le braccia in segno di resa.
“E Sean che aveva paura che il suo fratellone scrivesse canzoni d’amore…” scuoto la testa rassegnata. “Mi sono trovata il prototipo dell’uomo romantico…”
“E dai, non sono poi così male…” si difende guardandomi e cambiando espressione, e io gli sorrido. “E poi… in realtà… l’ho scritta una canzone d’amore…” continua imbarazzato a bassa voce. “Andiamo a vendere quei completini laggiù!” aggiunge subito dopo facendo qualche passo più in là.
“Cosa cosa???” gli vado dietro incuriosita.
“Questi completini… non mi sembrano male…!” annuisce in un maldestro tentativo di far finta di non capire a cosa mi sto riferendo.
“Non fare lo gnorri!” lo apostrofo. “Cos’è questa storia che hai scritto una canzone d’amore??” domando sorridendo.
“Sshhhhhh! Abbassa la voce!!” mi dice guardandosi intorno.
“Non ci sono Brett e Jar in giro!” mi metto a ridere. “Hai scritto davvero una canzone d’amore?”
“Che ne pensi di questi?” riprende provando disperatamente a cambiare discorso. “Abbiamo gusti un po’ diversi, ma dobbiamo trovare un punto di incontro, Roomie!”
“Ray…” sorrido andandogli dietro.
“Io però voglio prenderti un babydoll, su questo non transigo!” riprende continuando ad ignorarmi.
“Ok, vada per il babydoll… ma…”
“Questo non puoi dire che è brutto!” me ne fa vedere uno effettivamente carino, anche se non propriamente nel mio stile.
“E va bene, quello lo provo” annuisco rassegnata prendendoglielo dalle mani.
“Vengo con te!” esclama.
“Non puoi venire con me!” lo guardo aggrottando la fronte.
“Perché no?” domanda con aria innocente mentre ci incamminiamo verso i camerini. “Vengo dentro con te e…”
“Ray, ci saranno le telecamere!” lo interrompo.
“Ancora meglio! Sai se riusciamo poi a reperirne una copia…” replica con un’espressione estasiata, e io scuoto la testa.
“Aspettami qui!” lo indico minacciosa prima di entrare nella cabina e cominciare a spogliarmi.
“Mi fai dare solo un’occhiata??” sento dopo un paio di minuti. “Non c’è nessuno in giro…”
“No!” ribatto secca.
“E dai… tanto tra meno di un’ora non solo te lo vedrò addosso… ma provvederò anche a levartelo, lo sai Roomie…” continua ed anche se non ce l’ho davanti agli occhi riconosco esattamente il tipo di sorriso che sta facendo in questo momento.
“La risposta è sempre no…” ribatto una volta rivestita aprendo la porta di scatto e lanciandogli un’occhiata.
“Va bene di misura?” mi chiede venendomi dietro verso la casa.
“Benissimo!” annuisco.
“Qual è la strada più veloce per arrivare in hotel??” sorride pensieroso.
“Ray… smettila…” gli tiro una gomitata e lui mi stringe dandomi un bacio.
“Cavoli Ray…” esclamo con un filo di voce mentre lui si lascia cadere supino accanto a me.
“Cavoli… cosa?” ripete ancora col fiatone passandosi una mano tra i capelli. Giro la testa verso di lui e lo vedo sorridere.
“Lo sai benissimo cosa… e levati quel ghigno compiaciuto dalla faccia…” ribatto divertita.
“Hey… ti faccio impazzire e non posso nemmeno ghignare??” protesta mettendosi a ridere.
“Piantala!!” replico lasciando cadere il braccio per arrivare a colpirlo col dorso della mano sul petto. Lui sorride ancora e tenendo gli occhi chiusi ferma la mia mano intrecciando le sue dita alle mie.
“Non ci posso ancora credere di essermi…” inizio a commentare ad alta voce ma poi mi interrompo.
“Di esserti cosa?” mi chiede aprendo gli occhi e girando lo sguardo nella mia direzione, incuriosito.
“Niente…” scuoto la testa lentamente, sorridendo.
“E dai!!” si gira su un fianco tenendosi su con un braccio ed avvicinandosi a me senza mollare la mia mano. Io semplicemente lo guardo divertita e continuo a negare.
“Non vale, Roomie!” si lamenta. “Non si dicono le cose a metà!”
“Ne conosco un altro che dice le cose a metà…” rido lanciandogli uno sguardo significativo.
“Stai parlando del sottoscritto??” mi domanda inarcando un sopracciglio ed indicandosi.
“Esattamente!” annuisco.
“Ok… senti…” sorride chiudendo un attimo gli occhi. “Ti propongo un patto…”
“Sentiamo…” lo invito a proseguire.
“Tu mi dici quello che mi stavi per dire… e io ti concedo una domanda sulla canzone d’amore…” propone guardandomi negli occhi.
“Hmmm… e mi concedi anche la risposta??” mi accerto conoscendo bene il tipo.
“Roomie!! Sono offeso! Non ti fidi di me!!” scherza fingendosi indignato.
“Strano… sei una persona così affidabile!” rido. “Comunque ok… ci sto…”
“Allora spara… sono tutto orecchie!” mi dice avvicinandosi ancora.
“Prometti che poi rispondi però??”
“Prometto!” appoggia la mia mano sul suo petto, coprendola con la sua.
“Ok…” sospiro. “Stavo per dire che… che non posso credere di essermi persa tutto questo per mesi… quando abitavamo nello stesso appartamento e io non volevo ammettere che…” lascio cadere il discorso.
“Intendi…”
“Non una parola di più!” gli appoggio un dito sulla bocca per zittirlo e vedo un sorriso malizioso e compiaciuto che si forma sulla sua faccia.
“Ecco, non dovevo dirti niente… lo sapevo…” mi lamento. “Tu e il tuo ego smisurato… non osare fare riferimenti a quello che ti ho appena detto, né ora né mai più!!” lo indico minacciosa.
“Ok… ok! Non una parola!” promette senza riuscire a smettere di sorridere.
“E ora tocca a me…” mi giro su un fianco verso di lui che si lascia ricadere all’indietro con le spalle sul letto e si porta una mano sulla faccia.
“Va bene…” sospira rassegnato. “Cosa vuoi sapere?”
“Vediamo…” comincio pensierosa. “Ad esempio quando l’hai scritta… per chi l’hai scritta… cosa dice esattamente il testo… com’è la musica…”
“A-ha…” scuote la testa. “Il patto concedeva una sola domanda, Roomie!” mi dice tirando su l’indice.
“Hai ragione…” ammetto. “Allora la mia domanda è… me la fai sentire???”
“No! Neanche morto!” risponde secco.
“Hey, avevi promesso!!” protesto.
“Avevo promesso che rispondevo! ‘No, neanche morto’ è una risposta!” argomenta.
“Non pensare di passarla liscia con questa scusa del cavolo!!” esclamo. “Voglio almeno sapere per chi l’hai scritta e qualcosa sul testo…” continuo e lui mi guarda.
“Secondo te per chi l’ho scritta?” mi chiede, e io sorrido appoggiando la guancia sulla sua spalla e stringendomi a lui. “No, perché… magari mi puoi dare una mano a ricordare… perché non mi viene in mente per chi l’ho scritta…” riprende pensieroso. “Potrebbe essere stato per Jessica… o per Sarah… o forse per Michelle… o forse era per quell’altra biondina con cui uscivo…” va avanti divertito contando sulle dita della sua mano, e io comincio a prenderlo a sberle ridendo.
“Ahiiiiii!” protesta mentre anche lui si mette a ridere. “L’ho scritta per te, Roomie… è ovvio che l’ho scritta per te…” sorride dopo qualche istante, un po’ imbarazzato. “Peccato solo che tu non la sentirai mai!”
“E dai…” provo a convincerlo. “Ci dev’essere un modo per farti cedere… devo sentire quella canzone… per favore…”
“Forse se mi uccidi e poi ti ingegni per perquisire tutti i miei averi… potresti anche avere qualche possibilità di trovare il testo… forse…” ribatte. “Ma dovrai passare sul mio cadavere…” conclude annuendo.
“Ok, come vuoi…” replico lasciandomi ricadere sul letto. “Vorrà dire che chiederò a Jar o Brett…” esclamo con nonchalance.
“Già!” si mette a ridere, “perché secondo te loro due sanno della canzone…”
“Ovviamente non lo sanno… ma dal momento in cui vado da loro a chiedere se hanno una copia della canzone d’amore scritta da te… beh, allora lo sapranno…” ribatto con un sorrisetto diabolico.
“Roomie, non lo faresti mai!!” si gira di scatto verso di me con un’espressione che sta esattamente a metà tra il terrorizzato e il minaccioso.
“Chissà… perché no?” commento divertita.
“Perché no???” ripete. “Perché se lo fai commetto un ‘roomiecidio’, ecco perché!!” annuisce convinto.
“Mi basterebbe farmi sfuggire la cosa per sbaglio con Morris…” continuo ricevendo un’altra occhiata assassina, “e nel giro di mezzora tutta Chicago verrebbe a sapere che Ray Barnett ha un cuore tenero…”
“Sarei rovinato…” scherza. “La mia reputazione ha già subito un duro colpo con Pierconiglio, figuriamoci se si scopre in giro che ho scritto una roba del genere…”
“Ma si può sapere perché scrivi una cosa per me se poi non posso né leggerla né ascoltarla??” mi lamento.
“Io l’ho scritta per te nel senso che quando l’ho scritta pensavo a te… non nel senso che l’ho scritta per fartela sentire! Che discorsi!” si difende e a me non resta che scuotere la testa. “Dai, vestiamoci che andiamo fuori a cena, ho una fame da sbrano!” mi dice poi mettendosi a sedere. “E non me ne stupisco…” aggiunge sorridendo e rivolgendomi un’aria di rimprovero, “con tutta l’attività fisica a cui mi costringi, tra lo shopping e il sesso…”
“Ti lamenti???” esclamo divertita tirandogli un cuscino, e lui si mette a ridere.
“Dello shopping un po’ si, a dire il vero!” ribatte. “Del resto proprio no… anzi, lasciami solo il tempo di ricaricare le forze, Roomie!” continua indicandomi con un’espressione significativa, mentre io rido e gli faccio una linguaccia.
“Non ho la minima chance di convincerti, vero?” lo guardo negli occhi rassegnata dopo qualche istante.
“Mah… forse un giorno…” tentenna, “se bevo tanto, ma proprio tanto… potrei rivelarti una riga del testo… giusto una… e magari un paio di note… ma giusto due…”
“Sparisci!” gli grido tirandogli l’altro cuscino mentre lui si infila in bagno.
* * *
“Sono due dollari e venti” ci dice con un sorriso il tipo del banchetto.
Paghiamo i nostri caffè bollenti e ci dirigiamo lentamente verso la panchina al sole più vicina. Il Central Park ha un aspetto tipicamente invernale, gli alberi sono spogli, quasi spettrali, e la luce è chiara. Siamo a fine gennaio, ma la giornata è bella e il sole è sufficientemente caldo da permetterci una sosta all’aperto.
“Più tardi allora andiamo all’Empire State Building?” chiedo mentre ci sediamo a cavallo della panchina, uno di fronte all’altra.
“Hm hm” Ray fa sì con la testa bevendo un sorso dal suo bicchiere. “Se vogliamo arrivare su per il tramonto ci conviene muoverci abbastanza in fretta, ci sono sempre delle code pazzesche”
“Ok, finiamo il caffè e ci incamminiamo!” annuisco. “Non vedo l’ora… è una vita che sogno di salire sull’Empire e vedermi New York da quell’altezza… con tutti i grattacieli sotto!”
“Ti piacerà” mi guarda con un sorriso.
“Tu ci sei già stato?” domando.
“Si… a dire il vero si… una volta” risponde un po’ a disagio, e a me arriva una fitta istantanea di gelosia.
“Ok… ecco una domanda che non dovevo fare e di cui con ogni probabilità non voglio sentire la risposta…” commento guardando altrove.
“Eh?” mi guarda perplesso. “Ah… no no!” realizza poi mettendosi a ridere. “No, non ci sono stato con una ragazza! Ci sono stato da piccolo, con mia mamma…” si ferma un attimo e il sorriso gli si spegne lentamente sul volto. “E con mio padre” aggiunge con un filo di voce.
“Ray…” mi limito a dire prendendogli una mano lentamente.
“E’ stata, credo, l’ultima cosa che abbiamo fatto tutti e tre insieme… eravamo venuti qui a New York per un weekend…” mi spiega. “Sarà stato circa uno o due mesi prima che scoppiasse tutto il casino…”
Resto in silenzio ad ascoltarlo, dispiaciuta per aver tirato fuori un ricordo che probabilmente gli sta facendo molto male, ma anche pensando che in qualche modo era inevitabile che gli tornasse in mente in questi giorni. Anzi, probabilmente era già successo, senza che lui mi dicesse nulla.
“Mi ricordo molto bene l’Empire” riprende dopo qualche secondo, “perché c’era questa coda lunghissima per arrivare agli ascensori, e io ero stanco morto dopo tutto il giorno in giro. E ad un certo punto mio padre mi ha preso in braccio, anche se ero in effetti un po’ grandino, avevo già sette anni… ma ero talmente distrutto e rompevo tanto le scatole che probabilmente per pietà o per sfinimento ha deciso di prendermi su…” sorride leggermente. “Ero così stanco che mi sono addormentato subito… con le braccia intorno al suo collo… appoggiato sulla sua spalla… Devo aver dormito così una decina di minuti, quando mi hanno svegliato eravamo già in cima. Mi è rimasto impresso che ho aperto gli occhi e avevo il vento sulla faccia, e questo spettacolo davanti a me…”
“Dev’essere stato pazzesco…” commento accennando un sorriso e lui annuisce.
Continua a tornarmi in mente il modo in cui l’espressione è cambiata sul suo volto a Philadelphia, quando quel tizio ha nominato suo padre. Era sereno e sorridente, e in un istante, improvvisamente, nei suoi occhi c’era solo angoscia, dolore, smarrimento, terrore. Avrei voluto fare qualcosa, parlargli, abbracciarlo, qualsiasi gesto avesse una minima chance di farlo stare anche solo leggermente meglio lo avrei fatto. Poi Jar l’ha fatto uscire con lui, sono rimasti fuori un bel po’, e non so cosa si siano detti. Quando è tornato alla festa Ray stava meglio, e tanto mi bastava. Non ho avuto il coraggio di ripresentare l’argomento, non avrei retto di leggere di nuovo quelle sensazioni nei suoi occhi ed ero felice di vederlo col sorriso di sempre.
“Sai, a Philly ho parlato un po’ con Jar…” dice ad un certo punto lui dandomi quasi l’impressione di leggere nei miei pensieri. “Di mio padre…” aggiunge.
“Lo immaginavo…” annuisco lentamente.
“Mi sono reso conto che sto raccontando a me stesso un sacco di palle…” dice scuotendo la testa e passandosi nervosamente una mano tra i capelli. “Per anni mi sono illuso di essermi lasciato tutto alle spalle, mi sono autoconvinto che fosse un capitolo chiuso e che non potesse più farmi del male ma…” si ferma qualche secondo. “Ma in realtà ci penso più di quanto sia disposto ad ammettere… in realtà non passa giorno che io non pensi a lui… che non mi chieda dov’è, cosa fa e se mai… se mai gli torno in mente io… o mia madre… Non posso farne a meno!” scrolla le spalle e deglutisce.
“Hai mai pensato di andarlo a cercare?” trovo la forza di chiedergli quello che mi sono tante volte domandata.
“E’ la stessa cosa che mi ha chiesto Jar… e la mia prima risposta è stata un secco no…” mi dice incontrando brevemente i miei occhi. “Ma la verità è che ci ho pensato un sacco di volte” si ferma ancora sospirando. “Non riesco più a mentire a me stesso, Neela. La cosa torna fuori troppe volte e io credo di aver bisogno di affrontarlo. Mi spaventa da morire, e non so cosa succederà… forse gli griderò di tutto e lo sbatterò al muro, forse mi lascerà del tutto indifferente… anche se ne dubito…” si interrompe con un sorriso amaro. “Ma credo di dovermi mettere alla prova e… non penso certo di poter creare un rapporto con lui a questo punto, e non lo voglio neanche. Ma forse affrontare questo fantasma mi aiuterebbe a metterci una pietra sopra definitivamente, a lasciarmi realmente tutto alle spalle… per quello che è possibile”
“Sono con te” annuisco. “Lo sono qualunque decisione tu decida di prendere, ma sono d’accordo con quello che hai detto. Credo che dovresti affrontarlo… preparandoti a tutto… ma dovresti farlo…”
“Devo solo trovare la forza…” commenta con la voce rotta. “E non è propriamente la cosa più semplice del mondo”
Accavallo le mie gambe sulle sue, poi gli metto le mani intorno al collo e gli sorrido guardandolo negli occhi. Poi appoggio la mia fronte sulla sua e restiamo un attimo in silenzio, mentre Ray mi passa le mani dietro la schiena e dolcemente mi stringe facendomi avvicinare a lui, tanto che ora siamo attaccati l’uno all’altra.
“Ti amo” gli dico semplicemente, e lui sorride.
“E’ solo grazie a te che mi sono sentito abbastanza forte e sicuro anche solo per poter pensare di fare un gesto del genere…” mi sussurra. “E io credo che con te vicino riuscirò anche a trovare la forza di affrontare lui… mi ci vuole solo ancora un pochino di tempo probabilmente…”
“Quando vuoi… io sono qui…” gli dico dandogli un bacio.
“Oooook, ora andiamo che altrimenti comincio a dirti quanto ti amo e divento disgustosamente patetico!” esclama tirandomi su e alzandosi in piedi.
“Non sia mai…” replico mettendomi a ridere, mentre lui mi tende la mano invitandomi a seguirlo.
“L’Empire State Building ci aspetta, Roomie!” annuncia trionfante.
Gli passo un braccio intorno alla vita, lui mi abbraccia, e ci incamminiamo per il vialetto che ci porta fuori dal Central Park, verso i grattacieli.
|
domenica, 21 gennaio 2007 |
Quando mi sveglio sono quasi le sette e mezza, la luce filtra debole dalla finestra e Ray dorme ancora. Anche stanotte ho finito per addormentarmi qui nel suo letto ad una piazza, abbracciata a lui. Tutte le sere gli faccio tirare fuori il letto di sotto, dicendo che ho bisogno del mio spazio, che per una notte voglio dormire più comoda… ma poi finisce sempre che ci addormentiamo così… tanto avvinghiati da non avere il minimo bisogno di due piazze… Sento il suo respiro regolare sulla mia spalla, mi giro molto lentamente per non svegliarlo, lui mormora qualcosa di impercettibile nel sonno, poi si risistema, abbracciandomi ancora, continuando a dormire. Lo guardo e mi scappa un sorriso, ha i capelli spettinati e un leggero involontario broncio, probabilmente per essere stato disturbato nel sonno… È sabato mattina e oggi abbiamo in programma ancora un po’ di giri per Philadelphia, ma è presto e posso lasciarlo stare ancora un po’.
Io per qualche ragione non riesco a riaddormentarmi e decido di scendere a farmi un caffè. Delicatamente sposto il braccio di Ray e lo appoggio sul cuscino, lentamente scivolo in fondo al letto sotto il piumone e raccatto da per terra i pantaloni del mio pigiama e la maglietta di Ray, visto che la mia non riesco a trovarla. Ho un vago ricordo di averla vista volare ieri sera nella penombra ma in quel momento non avevo certo in mente di seguire la traiettoria della maglietta…
Esco fuori nel corridoio, richiudo piano la porta della stanza e scendo le scale. Arrivo in cucina e trovo Clive seduto al tavolo che legge il giornale con una tazza di caffè davanti.
“Buongiorno!” mi accoglie con un sorriso.
“Buongiorno!” rispondo al saluto.
“A quanto pare gli inglesi sono mattinieri…” commenta.
“Non mi succede quasi mai di svegliarmi prima del tempo a dire il vero…” sorrido scrollando le spalle, “il punto è che appena mi sveglio ho questo impellente bisogno di caffè…”
“Capiti bene allora, l’ho appena fatto!” dice alzandosi per prendere la caraffa del caffè, ma lo fermo con un gesto veloce della mano.
“Lo prendo io, grazie!” sorrido ancora mentre tiro fuori una tazza dalla credenza.
“Caffè americano!” precisa mentre io inizio a versare.
“Bene! Se c’è una cosa che proprio non mi manca dell’Inghilterra è il caffè!” affermo convinta.
“Non posso che darti ragione…” ride lui.
“Grazie per ieri…” aggiunge poi, e io lo guardo un po’ stranita. “Per avermi salvato la vita…” continua abbozzando un sorriso, “credo che Ray avrebbe potuto uscire dalla cucina con il set di coltelli se non ci fossi stata tu a calmarlo… Vedi, per me era molto importante che lui mi concedesse una possibilità… E l’ha fatto. E ho come la sensazione che tu sia stata determinante in questa sua decisione…”
“Forse…” commento sedendomi al bancone di fronte a lui con la mia tazza di caffè. “Ma per quanto io possa aver avuto una qualche influenza nell’aiutarlo a gestire la situazione, la scelta è stata sua, credo che si sia reso conto che sua madre è felice con te… questo più di tutto ha determinato la sua decisione” concludo, e lui annuisce.
“Le cose non devono essere state facili per lui” aggiunge riflessivo dopo qualche secondo.
“Già… è naturale che ne risenta ancora e che comunque non sia così immediato per lui accettare la situazione e fidarsi appieno di qualcuno” replico.
“Posso solo immaginare quello che si è trovato ad affrontare da bambino e da ragazzino, e quello che deve aver passato” riprende lui. “Già non è facile affrontare la separazione dei genitori quando comunque entrambi ti rimangono accanto… e le cose vanno relativamente lisce… Io e la mia ex-moglie abbiamo fatto tutto il possibile perché i ragazzi vivessero la cosa in modo sereno, ma non potevamo certo pretendere che la cosa non sconvolgesse la loro vita in qualche modo…”
“Hai dei figli?” domando incuriosita, e forse un po’ indiscreta… ma vista la piega che ha preso la conversazione mi sento autorizzata a chiedere.
“Si” annuisce sorridendo, “Sean ha sette anni e Emily ne ha sedici. Hanno un ottimo rapporto con Judy e vorrebbero anche conoscere Ray ma…” lascia cadere il discorso.
“Avete paura a proporglielo?” chiedo.
“Vorremmo però…” riprende mentre veniamo interrotti dalla voce di Judy che è appena arrivata.
“Buongiorno!” esclama sorridente.
“Hey!” la saluta lui mentre si scambiano un bacio. “Stavo parlando con Neela… le stavo dicendo di Sean ed Emily…” le spiega e lei guarda subito nella mia direzione forse cercando di decifrare la mia reazione.
“Ho intenzione di parlare con mio figlio più tardi…” sospira. “A seconda di come reagisce magari posso provare a proporre di incontrarci tutti insieme una di queste sere, finché siete ancora qui”
“Di sicuro dovrò trovare un modo per calmare Sean… ha scoperto che Ray è a Philadelphia e mi sta mettendo a perdere che lo vuole conoscere…” interviene Clive sorridendo.
“Si, da quando ha saputo che suona la chitarra elettrica e che da ragazzino giocava a basket, il suo entusiasmo è incontenibile!” commenta Judy versandosi un po’ di caffè.
“Credo che sia in cerca del fratellone grande che ha sempre voluto…” ribatte Clive divertito.
“Si è ritrovato uno bello tosto come possibile candidato…” replica lei con un’espressione preoccupata. “Oggi vedrò se riesco ad affrontare il discorso con lui… Ieri mi sembrava troppo… tirare fuori tutto insieme… Ma vorrei fare in modo di fargli capire che…”
“Secondo me la cosa peggiore che potete fare è continuare a tenere la cosa nascosta” la interrompo decisa. “Sono convinta che dovreste parlargliene, al più presto”
“Parlarmi di cosa?” entra Ray proprio in quel momento e guarda sua madre con aria interrogativa mentre mi viene dietro e mi dà un bacio. “Hey Roomie” mi sussurra con un sorriso, prima di rivolgere ancora lo sguardo verso Judy. Lei e Clive si scambiano un’occhiata indecisa.
“Allora?” domanda Ray incrociando le braccia. “Che sta succedendo qui?”
“Ok, senti… volevo parlartene più tardi con più calma, ma visto che la cosa è venuta fuori, ti dico tutto ora…” comincia Judy un po’ esitante.
“Va bene, sono tutto orecchi” replica lui interessato.
“Ecco, c’è questa cosa che ti vorremmo dire…” interviene Clive con una voce insicura. “Io… ho un matrimonio alle spalle, sono divorziato da circa cinque anni” comincia e Ray lo guarda aggrottando la fronte e probabilmente chiedendosi dove vuole arrivare. “Ho due figli nati da questo matrimonio, Sean ha sette anni e Emily ne ha sedici” spiega. “Io e la mia ex-moglie abbiamo comunque un buon rapporto nonostante il matrimonio fallito, e abbiamo l’affidamento congiunto dei ragazzi. Solo che lei ha un lavoro che la porta a viaggiare molto, quindi i miei figli passano parecchio tempo con me e…”
“…E con mia madre, di conseguenza…” commenta Ray con un sospiro, passandosi nervosamente una mano tra i capelli.
“Ray… quando ho conosciuto Clive c’erano anche Emily e Sean” interviene Judy, “abbiamo cominciato a frequentarci che loro erano con noi, ed è naturale che si sia instaurato un rapporto…”
“E quando cazzo pensavi di dirmelo?” le interrompe lui freddo.
“Mi sembrava troppo tirare fuori tutto ieri sera…” risponde lei, “ho pensato fosse meglio affrontare il discorso oggi con calma…”
“Forse se negli ultimi otto mesi mi avessi accennato qualcosa di tanto in tanto non avresti avuto di questi problemi…” replica Ray sarcastico.
“Forse se tu ti fossi degnato di passare di qui almeno una volta nel corso dell’ultimo anno avrei potuto parlarti!” ribatte lei decisa.
“Esistono i telefoni, non ti hanno informato??” alza la voce lui.
“Non mi andava di parlarti di questo genere di cose per telefono!” si difende lei alzando il tono in risposta.
“Hey calma ora!” interviene Clive alzandosi in piedi, mentre Ray e sua madre continuano a guardarsi con aria di sfida. “Ray ha ragione, non avremmo dovuto aspettare così tanto per parlargliene, abbiamo sbagliato”
“Senti…” inizia a parlare Judy dopo qualche istante, rivolta a suo figlio con un tono più calmo e decisamente affettuoso. “Le cose sono andate più velocemente di quanto ci aspettassimo noi stessi… Ci siamo trovati in una storia più grande di quello che avevamo previsto e immaginato all’inizio…”
“E quindi ora, fammi indovinare… state programmando di unirvi e fare la famigliola felice, giusto?” replica Ray chiaramente ferito, portandosi le mani sui fianchi.
“Non proprio… Cioè, si, ne abbiamo parlato, ma non ancora concretamente…” risponde lei mentre io mi alzo e mi avvicino a Ray che subito mi prende la mano e me la stringe, probabilmente in modo del tutto istintivo, senza nemmeno pensarci. “Però le cose si stanno facendo davvero serie e… io vorrei che tu conoscessi i ragazzi, e che entrassi a far parte di tutto questo…” continua e lui tira su gli occhi per guardarla ancora una volta, senza dire nulla.
“Ray, sei mio figlio, sei la persona più importante della mia vita” riprende sua madre facendo un passo verso di lui. “Io non posso obbligarti ad accettare tutto questo ma vorrei tanto che tu ci provassi. Ti voglio parte di tutto questo… ne ho bisogno…”
Lui la guarda ancora, senza lasciare la mia mano. Io mi avvicino ancora di più a lui ed istintivamente gli appoggio una mano sulla schiena, cercando di fargli sentire la mia presenza in qualche modo.
“Quando… quando pensavate di fare questo… questo incontro?” chiede Ray dopo qualche istante con un filo di voce.
“A… a dire il vero non ho ancora pensato al giorno…” risponde lei, “volevo prima parlare con te… non sapevo se…”
“Mamma… io voglio che tu stia bene…” deglutisce e riprende. “Se è questo a renderti felice, io voglio farne parte… è ovvio che voglio farlo…”
Judy sorride, poi si avvicina e lo abbraccia lentamente, passandogli una mano tra i capelli. Lui reagisce freddo per qualche secondo, poi si lascia andare, e ricambia l’abbraccio stringendola forte.
“Emily e Sean, giusto?” chiede poi rivolgendosi a Clive e accennando un sorriso sotto gli occhi lucidi.
“Già…” annuisce lui in risposta.
“Beh… non ho mai avuto due fratellini da torturare…” commenta, “ma non è mai troppo tardi… preparerò il girarrosto…” continua girando un’occhiata divertita verso sua madre.
“Vedi Clive, quando ti dico che ho il figlio migliore del mondo??” esclama lei dando un bacio sulla guancia forse un po’ troppo slanciato a Ray.
“Hey!! Non fare l’appiccicosa!” scherza lui e per poi stringerla mettendole un braccio intorno al collo, mentre io e Clive ci mettiamo a ridere.
“Allora organizziamo per una di queste sere?” domanda Judy con un sorriso raggiante.
“Quando vuoi tu” risponde Ray, “noi abbiamo una festa domani sera, per il resto non abbiamo ancora programmi” continua girandosi verso di me e prendendomi di nuovo la mano.
“Perfetto!” annuisce lei contenta mentre comincia a preparare la colazione.
* * *
“Si, signora Donovan, certo che saremo già tornati per fine febbraio” ripeto per l’ennesima volta alla padrona di casa che mi ha appena chiamato sul cellulare per informarci di una noiosissima e a quanto pare importantissima assemblea. “Si, ci saremo… Grazie, si… Certo, mi rendo conto dell’importanza della… Si si, ma le assicuro che saremo di ritorno per quella data… Grazie, arrivederci!” concludo salutandola e chiudo la comunicazione.
“Ma questa il sabato mattina non ha altro di meglio da fare che chiamarci per un’assemblea che ci sarà tra un mese??” esclamo scuotendo la testa mentre raggiungo Ray. Ha fatto qualche passo avanti mentre parlavo al telefono ed è in piedi con le mani in tasca davanti ad uno dei tanti murales di South Street. Ha lo sguardo assorto e si gira distrattamente per un attimo verso di me quando lo raggiungo.
“E’ molto bello” commento, guardando il disegno sul muro che sta guardando anche lui, mentre mi appoggio a lui incrociando il mio braccio con il suo.
“Si, è sempre stato uno dei miei preferiti” mi dice senza girarsi. “Mi piaceva venire qui a giocare a basket da ragazzino… anche se era un po’ distante da casa” continua indicando con lo sguardo il campetto che c’è qui davanti a noi, circondato dalla rete.
Rimaniamo qualche istante in silenzio, poi mi giro a guardarlo… sembra completamente perso nei suoi pensieri.
“Hey…” gli dico quasi sottovoce, passandogli una mano tra i capelli, e lui sembra accorgersi appena della mia presenza. “Un penny per i tuoi pensieri, Roomie…” gli sussurro.
Ray si gira e mi guarda sorridendo. “Beh, se mi chiami Roomie, non posso non risponderti…”
Gli sorrido, poi mi faccio più seria. “Si tratta di quello che sta succedendo con tua madre, vero?” gli chiedo preoccupata, sperando che si lasci andare, che tiri fuori tutto, e che questo possa aiutarlo. Lui annuisce lentamente, il suo sguardo ritorna serio e fissa un punto imprecisato davanti a sé.
“Si sta buttando completamente in questa storia… ci crede molto” dice con un sospiro. “Non l’ho mai vista così coinvolta da…” si interrompe, “da quando c’era…” ma poi lascia cadere la frase. “I pochi uomini che ci sono stati in tutti questi anni non erano così importanti per lei, era chiaro… e lei non ci ha mai creduto più di tanto. Con Clive è tutto diverso… molto diverso… e davvero non sopporterei che dovesse affrontare ancora una volta tutto quello che ha passato…” conclude scuotendo la testa.
“Ray, nessuno di noi potrà mai trovarsi davanti un contratto che garantisce che tutto andrà bene, che sarà tutto perfetto, che le cose andranno a meraviglia… Però bisogna vivere, e rischiare anche…” cerco di parlargli con la massima delicatezza possibile. “Tua madre è felice, sta bene con lui, hanno dei progetti… ed è una cosa bellissima che lei riesca finalmente a credere di nuovo in qualcuno. Non posso garantirti che le cose andranno benissimo, non può farlo nemmeno lei, né Clive… ma lasciale vivere questo momento. Non puoi proteggerla da tutto, le impediresti di vivere. Tua madre è forte, e non è una ragazzina ingenua, sicuramente ha calcolato i suoi rischi, e sicuramente li vuole correre tutti, dal primo all’ultimo”
“Lo so… Hai ragione… hai perfettamente ragione…” mi risponde mentre ricominciamo a camminare lentamente in una via laterale poco frequentata. “Infatti sto cercando di accettare la cosa, e di gestirla nel migliore dei modi. Mi rendo conto di non essere molto razionale… a volte ho dei problemi a gestire la mia gelosia…”
“Su quello avevo avuto qualche indizio…” commento ironica e lui fa un’espressione divertita.
“Hey, quella specie di ballerino era un coglione che continuava a provarci, avrebbe fatto andare fuori di testa chiunque!” si difende. “E poi senti chi parla! Quella che non è gelosa!” ride.
“Con te è impossibile non esserlo!” ribatto mentre mi scappa un sorriso un po’ colpevole. “Colpita e affondata comunque… lo ammetto…” aggiungo poi e lui mi abbraccia stretto.
Continuiamo a camminare. “Ma qui siamo…” comincia per poi fermarsi un istante guardandosi intorno. “Ma certo, da questa parte!” riprende accelerando il passo e tenendomi per mano.
“Dove stiamo andando?” chiedo incuriosita.
“E’ una specie di campo giochi, dentro un parco, con la vista sul lago… c’è una passeggiata dove andavo sempre con mia madre da piccolissimo… eccola, comincia lì!” continua indicando l’inizio di un sentiero che parte in mezzo agli alberi. “In autunno venivamo a raccogliere le castagne”
“E’ bellissimo qua!” commento mentre ci incamminiamo per il sentiero e sbuchiamo poco dopo in uno stradello aperto sul lago. Ci affacciamo sulla ringhiera, osservando l’acqua e l’altra parte della città che si vede oltre.
“Mia madre adorava questo posto… chissà se ogni tanto ci viene ancora…” dice quasi tra sé e sé. “Sai…” riprende e fa una pausa. “Sarà… sarà strano vedere mia madre avere a che fare con un altro ragazzino… davvero strano…” aggiunge parlando lentamente, e poi abbassa leggermente la testa. “Strano e anche un po’… un po’ doloroso, probabilmente…”
“Ray…” comincio a dirgli avvicinandomi a lui e mettendogli un braccio intorno alla vita. “Sei il suo unico figlio… sei la persona più importante della sua vita, niente potrà mai cancellare il rapporto che c’è tra di voi, dopo tutto quello che avete affrontato insieme e…”
“Lo so che sono un cretino…” interviene. “Ma so già che non potrò fare a meno di stare male appena vedrò il primo gesto di affetto nei confronti di quel ragazzino… che detto tra noi già detesto…” conclude e a me scappa un sorriso.
“Roomie… non prenderti gioco di me!” mi minaccia con uno sguardo divertito.
“Non mi prendo gioco di te!” protesto e mi sposto davanti a lui per abbracciarlo. “Tanto per cominciare, prima di detestarlo, considera che quel ragazzino non ha colpe di tutto questo, e che ha anche già una mamma…”
“Appunto! Ragione in più per cui dovrebbe lasciar stare la mia!” ribatte sorridendo un po’ di se stesso.
“Non lo detesterai! Scatterà la solita reciproca adorazione che scatta con tutti i bambini che incontri!” replico convinta.
“Se non lo uccido prima può darsi…!” afferma annuendo. “Qualche settimana fa ho visto una puntata dei Simpsons in cui Bart preparava una serie di trappole per eliminare un tizio che veniva in casa… Potrei prendere ispirazione…” continua con aria diabolica mentre io mi metto a ridere.
“Dai, Ray… rimarrai sempre il suo unico bambino…” lo prendo un po’ in giro, prendendogli il viso tra le mani e dandogli un bacio. “Si metterebbe a ridere se sapesse di questa tua gelosia…”
“Non voglio che lo sappia…” commenta scuotendo leggermente la testa. “Le guasterei le feste… Voglio che sappia che sono felice per lei… cosa che in effetti sono. Ma voglio risparmiarle tutte le complicazioni… ne ho create già abbastanza in questi due giorni”
“Capirà il modo in cui ti senti… io credo che capirà tutto…” replico guardandolo negli occhi.
“Pensa che io avrei sempre voluto un fratello o una sorella…” sorride, “ogni tanto lo dicevo a mia mamma da piccolo… e lei diceva che sarei stato troppo geloso, ma che alla fine sarei stato anche uno splendido fratello…”
“Vedi che ti conosce bene!” esclamo convinta. “Anche come fratellastro… sarai un po’ geloso ma alla fine sarai uno splendido fratellastro!”
“Dimentichi sempre il “fattore Bart”… ho un sacco di idee per tramortirlo prima che quel babanetto possa mettere piede in casa mia…” ride, prima di abbracciarmi stretto. “Grazie, Roomie” mi sussurra in un orecchio per poi staccarsi leggermente e darmi un bacio.
“Come diavolo ha fatto a cambiare tempo così velocemente?? Nemmeno in Inghilterra ho mai visto niente del genere!!” esclamo entrando in casa gocciolante di pioggia. C’era il sole, era una bellissima giornata, nemmeno tanto fredda per essere gennaio a Philadelphia, ed improvvisamente il cielo si è riempito di nuvole e ha cominciato a diluviare. Siamo corsi a casa, anche perché eravamo stanchi morti dopo tutta la giornata in giro, ma non abbiamo potuto evitare di prenderci un bel po’ d’acqua.
“Roomie, sei fradicia!” mi dice Ray guardandomi con un sorriso dopo essersi richiuso la porta alle sue spalle.
“Non è che tu sia propriamente asciutto eh…” ribatto togliendomi il giaccone completamente zuppo. “Dai qua, metto le giacche ad asciugare nella veranda fuori dalla cucina”
Vado di là, apro la porta del giardino ed entro nella piccola veranda dove il rumore della pioggia che scroscia è fortissimo. Quando rientro in cucina Ray è in maglietta con le mani nelle tasche dei jeans, appoggiato allo stipite della porta, con i capelli bagnati, ancora qualche goccia sul viso, e buona parte dei vestiti zuppi, come i miei del resto…
“Com’è possibile che tu sia arrivato a bagnarti anche la maglietta? Che diavolo di pioggia era?” mi domando ad alta voce ancora una volta sorridendo.
“Ti ho mai detto che sei ancora più sexy coi capelli e i vestiti bagnati… subito dopo essere rientrata di corsa a casa sotto una pioggia improvvisa…?” mi guarda con un sorriso, incrociando le braccia e rimanendo immobile. Con un’espressione divertita e probabilmente molto più maliziosa di quanto avessi previsto, mi avvicino a lui lentamente fino ad afferrare i passanti dei suoi jeans… “In realtà… stavo pensando la stessa cosa di te, lo sai?” gli sussurro avvicinando la bocca al suo collo e dandogli un piccolo bacio.
“Lo so…” ribatte lui spostando le sue mani sulla mia schiena.
“Lo sai?” chiedo incuriosita.
“Ti si vedeva chiaramente scritto in faccia, Roomie… nel momento esatto in cui sei rientrata in cucina e mi hai guardato…” continua sorridendo e ricominciando a baciarmi passandomi le mani tra i capelli bagnati.
“Qualcuno qui è un po’ troppo sicuro di sé…” riesco a commentare tra un bacio e l’altro.
“Giurami che non ti faccio impazzire e che non hai una voglia incredibile di cacciarti con me in quell’idromassaggio…” mi sussurra con un sorriso che mi fa girare la testa…
“Ray… se rientra tua madre?” obietto con quel filo di voce che riesco a tirar fuori.
“Se rientra mia madre troverà la porta del bagno chiusa…” ribatte, “e comunque ha detto che non rientra prima delle otto… e sono appena le cinque e mezza…”
“E se torna prima? Per colpa della pioggia?” replico mentre lui mi sfila il maglioncino e si gira appoggiandomi contro il muro, con le mani appoggiate ai lati della mia testa e il suo corpo contro il mio.
“E dai, Roomie… c’è la chiave in bagno…” riprende a bassa voce baciandomi sul collo, e non passa molto tempo prima che riesca a convincermi…
“Ok… ora che ci penso… non l’ho mai fatto in un idromassaggio…” sussurro senza poter evitare di sorridere. Lui mi guarda negli occhi con un’espressione fin troppo esplicita, ed un secondo dopo mi tira su e si incammina verso le scale.
“Hey!” protesto mettendomi a ridere, “Posso arrivare su anche da sola!”
“Così facciamo prima! Io non posso mica più aspettare!” ribatte deciso, “Se salissimo le scale insieme non smetteremmo un secondo di baciarci e arriveremmo su dopo due ore… invece così… siamo già davanti al bagno…” conclude appoggiandomi a terra ed entrando per far scorrere l’acqua calda nella vasca e riempirla. Poi torna verso di me, mi tende entrambe le mani, mi fa entrare chiudendo poi la porta alle nostre spalle… mi guarda negli occhi, poi mi spinge contro la porta chiusa e comincia a baciarmi, mentre io infilo le mani sotto la sua maglietta bagnata e gliela sfilo via. Lui mi sbottona la camicetta, me la toglie tirandomi verso di sé e facendo qualche passo indietro verso la vasca.
“Ray… hai chiuso la porta a chiave, vero?” gli domando sbottonandogli i jeans.
“Certo che l’ho chiusa…” mi risponde con un filo di voce senza smettere di baciarmi, mentre sento le sue mani che armeggiano dietro la mia schiena e slacciano il gancetto del reggiseno… ancora pochi secondi e senza più niente addosso ci lasciamo cadere nell’acqua calda. Ci immergiamo completamente tenendoci abbracciati, ci sorridiamo quando tiriamo fuori la testa passandoci le mani tra i capelli bagnati e ricominciamo a baciarci, senza riuscire a staccarci le mani di dosso… lentamente mi sposto sopra di lui e… improvvisamente… un rumore… la maniglia che si muove… la porta che si apre… una ventata di panico mi esplode dentro…
“Oh scusate…” sento la voce imbarazzata di Judy, che poi esce subito dal bagno e si richiude la porta alle sue spalle non troppo delicatamente.
“Oh merda…” commenta Ray.
“Cazzo, Ray, mi avevi detto che avevi chiuso la porta a chiave!!” protesto tirandomi su e sedendomi nell’acqua dall’altra parte della vasca di fronte a lui, guardandolo con aria di rimprovero.
“Ero sicuro di averlo fatto!” si difende passandosi una mano dietro la nuca. “Scusa… si vede che in quel momento non ero molto in grado di ragionare…” continua alzandosi in piedi ed andando a girare la chiave.
“Sei il solito imbecille!” commento secca.
“E dai Roomie, non farla così grave…” replica tornando verso la vasca mentre io ne sto uscendo. “Non ha nemmeno visto niente… eri di schiena alla porta ed eravamo immersi nell’acqua!” conclude abbracciandomi per farmi entrare di nuovo dentro.
“No… aspetta un attimo… tu avresti in mente di ributtarci e continuare come niente fosse?” gli domando incredula arraffando un asciugamano e mettendomelo addosso.
“Perché no?” ribatte tranquillo allargando le braccia, e io mi limito a scuotere la testa.
“E avanti… ora la porta è strachiusa… e anche se non lo fosse… mia madre non rientrerebbe di certo, fidati…” mi dice abbracciandomi.
“Non c’entra niente!! Non possiamo rimanere qui a…” mi lamento senza riuscire ad esprimermi, mentre lui comincia a baciarmi sul collo. “A cosa, Roomie? A ributtarci nella vasca e finire quello che avevamo cominciato così bene?? Ma certo che possiamo!” ribatte con un sorriso, togliendomi l’asciugamano di dosso e riportandomi nell’acqua con lui.
“Ray! Sono arrabbiata con te!” esclamo, anche se mi scappa da ridere, e non risulto affatto convincente…
“Ah si??” si mette a ridere mentre io comincio a schizzarlo e lui mi tira verso di se cercando di farmi il solletico, stringendo gli occhi per proteggerli dagli spruzzi d’acqua. Ci ritroviamo uno sopra l’altra, a ridere come due ragazzini, poi gradatamente smettiamo, ci guardiamo negli occhi… la sua espressione cambia… mi prende il viso tra le mani… e comincia a baciarmi sulla bocca…
“Ok… hai vinto anche questa volta… ma giuro che quella della chiave prima o poi me la paghi…” sussurro con un sorriso.
“Ok Roomie… più tardi ne parliamo eh…” replica con un filo di voce, ed io non riesco ad aggiungere una parola di più…
“E ora con che faccia mi presento a cena con tua madre io??” esclamo chiudendomi l’accappatoio.
“Neela… rilassati… mia mamma non se ne fa di problemi!” replica lui abbracciandomi con un sorriso. “Avanti… abbiamo 28 anni e viviamo insieme, non credo proprio sia rimasta così shockata dal fatto che facciamo sesso…”
“Si, ma magari non nel suo idromassaggio!” ribatto sollevando gli occhi verso di lui che mi sta passando l’asciugamano tra i capelli.
“Non gliene importa niente… poi è talmente felice che il suo bambino abbia messo la testa a posto!” commenta.
“Il suo bambino, eh?” mi scappa da ridere.
“Piuttosto dovremo ringraziarla per l’idromassaggio!” annuisce convinto. “E’ stata un’ottima scelta! Dovremmo metterlo anche a casa nostra!”
“Già… non è una cattiva idea… Avessimo un bagno un po’ più spazioso…” concordo pensierosa. “Probabilmente lei ha progettato l’idea con Clive…”
“Neela!!” mi rimprovera con una espressione inorridita. “E’ mia madre!”
“Ray… non fare il ragazzino! Per quanto possa essere shockante… e ora non vorrei mandarti in crisi con questa rivelazione… oltre ad essere tua madre è anche una donna…” ribatto ironica facendomi scappare un sorriso.
“No! E’ mia madre!!” protesta. “Mia madre e basta!”
“Va beh…” mi rassegno scuotendo la testa e anche lui ora sorride, “ne riparliamo dopo che hai compiuto i dodici anni eh…”
“Mi sembrava di dimostrarne qualcuno in più di dodici fino a qualche istante fa… che dici?” commenta con un sorriso eloquente.
“Infatti… hai avuto un’improvvisa e rapidissima regressione negli ultimi secondi… da quando ti ho fatto presente la shockante verità che tua madre è una donna…” replico ridendo. “Per il resto non mi lamento assolutamente… niente da dire…”
“Ah ecco… volevo ben dire…” annuisce divertito.
“Resta il fatto che non ho il coraggio di presentarmi giù…” ricomincio a lamentarmi portandomi le mani sulla faccia.
“Se preferisci possiamo rimanere chiusi qui qualche giorno…” propone. “Io esco ogni tanto per procurarti qualcosa da mangiare, e per il resto direi che il modo di occupare il tempo lo troviamo…” riprende dandomi un bacio.
“Si si… tu continua a prenderti gioco di me… la mia vendetta sarà terribile!” lo minaccio continuando a ridere. “Dovrò scendere a tavola con un sacchetto in testa!”
“Sarà interessante girare con una ragazza con un sacchetto del pane in testa… e due buchi per gli occhi…” mi prende in giro mentre comincia a rivestirsi e io gli lancio l’ennesima occhiata. “Tranquilla, non c’è niente di cui essere imbarazzati, e mia mamma non se ne fa di certo un problema!” mi ripete infilandosi la maglietta. “E poi… beh… a dire il vero…” riprende un po’ imbarazzato, “non è che sia la prima volta…”
“Che ti trova con una nella vasca??” domando sgranando gli occhi.
“No, no… non nella vasca!” chiarisce. “Però una volta è successo… in camera mia… avevo rimosso quell’episodio, è successo una vita fa, avevo sedici anni circa… avevo la musica alta, lei è rientrata prima dal lavoro, io ero con questa ragazza e…”
“Si, grazie, mi sono fatta un’idea e non credo di dover sapere altri dettagli…” intervengo per farlo stare zitto.
“E dai… ero un ragazzino!” si difende allargando le braccia. “Comunque era per dire… che se mia madre è sopravvissuta allora…”
“Non ti ha detto niente?” chiedo un po’ perplessa.
“Scherzi?? Ti pare che potesse lasciarmela passare liscia??” sorride. “Lascia perdere che mi ha fatto una ramanzina sul senso di responsabilità e sul comportamento ragionevole che non finiva più…”
“Vorrei ben vedere…” commento mimando un’aria di rimprovero nei suoi confronti.
“La spaventava molto che io crescessi senza una figura paterna di riferimento, aveva paura di non essere abbastanza per me… e si caricava le colpe di tutto…” continua. “In realtà per quanto sapessi essere un vero imbecille… e per quanto fossi vivace ed irrequieto… ero più responsabile di quanto potesse apparire…”
“Credo che tua madre questo lo sapesse… ha sempre avuto fiducia in te dopo tutto…” replico con un sorriso.
“Si, questo è vero, nonostante tutto” annuisce lui.
“Era normale che fosse spaventata del resto…” riprendo mentre raccogliamo tutto e ci avviciniamo alla porta. “La situazione non era semplice… e non è che suo figlio fosse propriamente il prototipo del ragazzo tranquillo e che non dà preoccupazioni…” aggiungo con uno sguardo eloquente.
“Confessa che mi adori anche per questo…” mi provoca abbracciandomi, mentre usciamo dal bagno.
“Allora pronta? Hai fatto un bel respiro??” mi chiede Ray con un’espressione da pura presa in giro fermandosi con la mano sulla maniglia prima di aprire la porta di camera sua.
“Piantala…” protesto. “Non ho ancora deciso con che faccia mi presento giù…”
“Se vuoi possiamo fabbricare una sorta di burka utilizzando qualche vecchio vestito di mia madre…” propone.
“Scemo!” esclamo mettendomi a ridere. “Sarò coraggiosissima, farò le scale tutte d’un fiato e…” mi fermo sentendo la suoneria del cellulare di Ray.
“E’ Jar” mi dice guardando il display.
“Ok, rispondi, io intanto vado giù… che se la affronto da sola magari mi evito le tue battutine imbecilli che mi metterebbero ancora più in imbarazzo…” gli dico aprendo la porta e girandomi a guardarlo divertita.
“Cosa?? Io?? Battutine imbecilli?? Hey, non ti metterei mai in imbarazzo io!!” protesta per poi rispondere al telefono. “La Roomie non si fida di me!” sento che si lamenta con Jar mentre scendo le scale, e mi scappa da ridere.
Mi avvicino alla cucina lentamente, Judy sta preparando la cena.
“Salve…” saluto affacciandomi timidamente alla porta.
“Ciao Neela!” mi risponde lei con un sorriso, continuando ad affettare delle verdure. “Com’è andata la giornata? Ho visto le giacche appese fuori, avete preso pioggia anche voi eh”
“Già… oggi era proprio inevitabile…” commento un po’ a disagio, anche se in effetti il suo comportamento sembra del tutto normale e per niente imbarazzato.
“Judy…” comincio, sentendomi in dovere di dire qualcosa.
“Si?” mi domanda incuriosita e forse anche un po’ preoccupata.
“Senti… volevo dirti che…” mi fermo un attimo infilandomi le mani in tasca nervosamente, “…mi dispiace per prima… io non… ecco, la porta doveva essere chiusa e…”
“Ma Neela! Ti stai facendo un problema per quello che è successo prima??” esclama sorpresa sorridendo. “Stai scherzando, vero?”
“Beh…” riprendo un po’ esitante, “un po’ di problemi me li faccio…”
“Non fartene!!” mi interrompe. “Davvero… vivete insieme, state insieme, trovarvi nella stessa vasca non mi ha certo procurato uno shock, credimi!” continua con un sorriso rassicurante. “Oltre al fatto che se vogliamo dirla tutta…” riprende mescolando qualcosa in un tegame sul fuoco, “non è che siate stati propriamente silenziosi in queste notti…”
“Oddio…” mi sento morire… “Ora vorrei davvero scavarmi una buca in giardino e sotterrarmici…” commento portandomi una mano alla fronte per coprirmi il viso, e lei si mette a ridere.
“Ma dai, stai tranquilla! Io ho il sonno pesante! E anche Clive! Quindi nessun problema!” ribatte divertita. “Piuttosto, la prossima volta chiudete la porta a chiave, così io non rischio di rompere le scatole e tu eviti di farti paranoie!”
“Non me ne parlare...” ribatto ironica, “…che ‘qualcuno’ aveva giurato di aver chiuso la porta a chiave… Un qualcuno estremamente affidabile, aggiungerei…” sbuffo scuotendo la testa.
“Gli uomini in certi momenti non sono mai affidabili, Neela…” commenta divertita. “E mio figlio non fa certo eccezione!”
“Direi di no…” confermo con un sorriso.
“E a proposito, la tua maglia era qui per terra in cucina, l’ho appesa di là nel sottoscala!” mi informa.
“Ok… grazie…” mi limito a rispondere timidamente, avendo esaurito tutte le espressioni imbarazzate…
“Dai, smettila di preoccuparti… e vieni qui ad aiutarmi con la cena!” mi dice sorridendo e facendomi segno di avvicinarmi.
“Certo!” annuisco affiancandola al tavolo.
“Senti, piuttosto… io ti volevo parlare di una cosa…” riprende poi dopo qualche istante, mentre io sto cominciando ad apparecchiare.
“Dimmi…” le dico aggrottando la fronte, notando il cambio di tono nella sua voce.
“Immagino che mio figlio ti abbia parlato di come si sente…” comincia un po’ esitante, gesticolando lentamente, “intendo… riguardo a tutta questa storia… di me e di Clive… e dei suoi ragazzi…”
“Si… si, ne abbiamo parlato in effetti…” ammetto incerta… capisco la sua preoccupazione e vorrei spiegarle come si sente Ray e farle capire quello che ha dentro… ma non posso tradire la sua fiducia, non posso riferirle quello che lui mi ha detto…
“Ecco… io e lui abbiamo un ottimo rapporto… e ci siamo sempre detti tutto… ma…” si ferma un istante, “…immagino che lui non si senta di parlarmi a fondo di come sta vivendo questa cosa… e probabilmente a te lo dice… e io non voglio chiederti di dirmi quello che ti ha detto, perché non sarebbe corretto ma…”
“Vorresti che ti dicessi come sta reagendo?” intervengo.
“Si… più o meno…” risponde abbassando un secondo gli occhi. “Vedi… so che lui è preoccupato per me… è sempre stato protettivo nei miei confronti, e dopo quello che ho passato con suo padre lui ha sempre avuto paura che io mi trovassi ancora a soffrire… E so anche che è geloso… geloso di Clive, ma probabilmente ancora più geloso dei ragazzi e soprattutto di Sean…” conclude decisa, e a me scappa un sorriso, pensando a quanto bene lo conosce… “Ok, dalla tua espressione deduco che ci ho preso in pieno…” riprende. “Ne ero sicura…” aggiunge scuotendo la testa.
“Non vuole che tu lo sappia…” mi affretto a dire. “Non vuole rischiare di turbare in alcun modo la tua felicità…” continuo, per poi fermarmi un istante. “Ok, non avrei voluto parlarti così chiaramente di quello che mi ha detto… ma visto che hai capito tutto da sola…” lascio cadere il discorso.
“Conosco mio figlio… non ho dovuto fare un grande sforzo per intuire tutto quello che ti ho appena riferito… e anche di più di quello…” mi confessa. “Sai… la sua gelosia è ovviamente assurda… perché lui è mio figlio… e io lo amo più di ogni altra cosa al mondo, e niente e nessuno potrà mai prendere il suo posto… Ma nonostante questo non mi sento di biasimarlo. Per il rapporto che c’è tra di noi, per come è cresciuto con me, capisco che ci possa star male”
“Ma lui accetta la situazione, e la capisce… seppur con qualche conflittualità” intervengo. “In fondo quello che vuole è che tu sia felice… il resto passa in secondo piano”
“Lo so, ma io non voglio che lui debba soffrire per questa situazione, voglio evitarlo assolutamente. Ha già sofferto abbastanza per il padre che ha avuto, e per i miei errori di essermi fidata di quell’uomo una volta… e poi anche una seconda…” ribatte.
“Non ti puoi e non ti devi colpevolizzare… lui non lo fa… non ti colpevolizza di niente…” replico io.
“Oh… lui non l’ha mai fatto, è sempre stato dalla mia parte… fin troppo!” sorride con un’espressione dolce ed anche un po’ amara nello stesso tempo.
“E’ naturale…” commento annuendo e guardandola con un sorriso.
“Vorrei davvero impedirgli di stare male per questa situazione…” riprende mentre ricominciamo a sistemare i piatti e le posate sul tavolo. “Sai, è sempre stato un tipo un po’ geloso… anche se ha sempre cercato di evitare di darlo a vedere… ma era sempre così incredibilmente chiaro quando si ingelosiva per qualcosa…”
“Già…” annuisco sorridendo.
“Giusto… ne saprai ben più di me, che te lo dico a fare…!” replica divertita.
“Diciamo che ho avuto modo di sperimentare… si…” mi limito a dire, inclinando leggermente la testa.
“Immagino… non stento assolutamente a crederlo!” mi dice e poi si ferma, guardandomi. “Lo sai vero che è cotto perso di te?”
“Si… credo di saperlo…” sorrido.
“E’ bellissimo vederlo così… E’ sempre stato un carattere allegro, ma non l’ho mai visto così sereno come ora… e non l’avevo mai visto innamorato… E sinceramente cominciavo a dubitare che sarebbe mai successo… di vedermelo arrivare cotto come una pera… con una ragazza che mi vuole presentare…” continua ridendo. “Già dalle prime volte che mi ha parlato di te, quando ancora eravate solo amici, si capiva che c’era qualcosa di diverso… si intuiva dalla voce… dal modo in cui parlava…” mi spiega. “Certo che ce ne avete messo di tempo eh…”
“Eh si… è stata una cosa un po’ complessa…” ammetto un po’ imbarazzata.
“Scusate il ritardo!” sentiamo a quel punto la voce di Ray che entra in cucina sorridente. “Jar aveva un problema con alcuni concerti e abbiamo dovuto rivedere il calendario, c’è voluta una vita per riorganizzarsi combinando gli impegni di tutta la band!” ci spiega sgranocchiando qualcosa che ha appena rubato dal tavolo. “Allora, sopravvissuta?” aggiunge poi rivolto a me dandomi un bacio. “La Roomie voleva scendere in cucina col burka, sai ma’?”
“Ray!!!” esclamo ad alta voce tirandogli una sberla sul braccio, mentre sua madre si mette a ridere.
“Lascialo perdere, Neela, non lasciarti mettere in imbarazzo da questo disgraziato!!” mi avverte lei. “Anzi, ora che ci penso… sai che ho giusto trovato di recente qualcosa che mi aiuterebbe a vendicarti… aspetta un attimo…” continua con una luce diabolica negli occhi infilandosi in veranda.
“Mamma… cos’hai in mente??” chiede Ray con un’espressione impanicata seguendola con lo sguardo. “Mamma, torna subito qui!!”
“Arrivo, tranquillo che arrivo!” si sente la sua voce in risposta e io lancio un’occhiata divertita verso Ray che ha un’aria molto preoccupata. “Ecco qui!” Judy torna in cucina trionfante dopo qualche secondo. “Guarda cosa ho trovato la settimana scorsa riordinando la soffitta!!” esclama tenendo in mano un buffissimo coniglio verde che ha un muso decisamente… idiota… si, idiota è la parola giusta!
“Mamma, ti prego… metti via quella cosa!” ribatte Ray inorridito cercando di prenderglielo dalle mani, mentre io non posso fare a meno di ridere.
“E dai, non te lo ricordi Pierconiglio??? Stavi delle ore a farlo cantare e a curarlo!!” replica sua madre divertita. “Vedi, Neela, quando funzionava partiva una voce che diceva che il coniglio aveva qualche ‘bua’…” mi spiega, “e tu dovevi curarlo…”
“Dammelo!” protesta lui cercando di fare una faccia minacciosa ma inevitabilmente gli scappa da ridere.
“Non ci penso nemmeno!!” ride lei, ma Ray è più veloce e riesce ad accaparrarsi Pierconiglio nascondendoselo poi dietro la schiena.
“Ecco, mi fa piacere che vi divertiate così tanto alle mie spalle, ma questo ora viene via con me…” ci avverte indicandoci con un’espressione tra il divertito e l’imbarazzato. “E vi assicuro che farà una bruttissima fine!”
“Dai, fammelo vedere!” esclamo ridendo.
“Non ci pensare neanche, Roomie!!” mi risponde indietreggiando e facendo segno di no con l’indice, mentre io cerco di raggiungere il pupazzo.
“Dai…” insisto, e gli vado addosso per braccarlo, mentre lui fa passare Pierconiglio dietro la schiena da una mano all’altra. Si scatena la lotta, e dopo qualche istante riesco finalmente ad afferrare il coniglio per un orecchio, ma Ray non molla e lo tiene per non farselo prendere mentre tutti e due ridiamo come bambini… ed improvvisamente dal nulla parte una canzoncina scema… cantata con una vocetta fessa ed imbecille… Dimmi dove hai male e ti curerò… con lo stetoscopio ed il biberon… con un cerottino e una coccola…
“Oddio… sono finito…” Ray si accascia a terra scuotendo la testa, mentre io e Judy siamo alle lacrime dal ridere. “Anni e anni per conquistare faticosamente una reputazione… miseramente distrutta in un secondo… da un coniglio verde con gli occhi storti e i denti in fuori!”
Ho tanto male al piedino, esclama Pierconiglio mettendosi a parlare appena finita la canzoncina, suscitando l’ennesima scarica di risate.
“Avete finito di prendervi gioco di me??” si lamenta Ray e subito dopo cede, mettendosi a ridere anche lui. “Ok ok… hai ottenuto la tua vendetta, Roomie, con la complicità di quel demonio che è mia madre!!”
“E dai… lo adoravi!! Magari chissà, forse inconsciamente ha anche influito sulla scelta della tua professione!” commenta Judy asciugandosi le lacrime.
“Molto divertente!!” ribatte lui ironico. “Ma si può sapere come fa ad andare ancora quel coso dopo 26 anni?? E’ diabolico anche il coniglio, come mia madre??”
“Qualche mese fa l’avevo tirato giù dalla soffitta e gli avevo messo le pile per farlo vedere al figlio di una mia amica… che era venuta a trovarmi con il suo bimbo di due anni!” spiega lei. “Me ne ero completamente dimenticata!”
“Ma che bella sorpresa!” commenta Ray con un sorriso sarcastico, continuando poi a guardarmi divertito, mentre io non smetto di ridere.
“Ok, ora dammi quel cavolo di Pierconiglio che lo elimino!” mi dice poi. “Prima di eliminare mia madre ovviamente…” aggiunge girando verso Judy un’occhiata che vorrebbe essere minacciosa ma tradisce un sorriso fin troppo esplicito.
“Quanto la fai lunga!!” replica lei divertita. “Non c’è niente di cui vergognarsi, avevi due anni e ti piaceva da morire! E poi…”
“Mamma smettila, altrimenti elimino te ancora prima del coniglio!!” la indica con uno sguardo assassino.
“Vieni qui…” gli dico io tendendogli una mano e facendolo avvicinare a me. “E’ bello immaginarti a due anni tutto coccolo con il tuo Pierconiglio in braccio!” continuo dandogli un bacio. “Ma come funzionava? Cosa devi fare quando ti dice che ha male al piedino?”
“Roomie…” mi guarda malissimo.
“E dai…” lo guardo con gli occhioni dolci.
“E va bene… tanto peggio di così…” sospira sorridendo rassegnato. “Gli devi dare il bacino… e lui ti ringrazia per averlo curato…” mi spiega indicando il punto su cui agire per far scattare la risposta, e il coniglio prontamente comincia a perdersi nei ringraziamenti. “Ricordo che aveva anche una specie di stetoscopio in dotazione, vero ma’?”
“Memoria da elefante!!” annuisce Judy mettendo la cena nei piatti. “In effetti c’era, c’è stato un periodo che giravi sempre per casa con lo stetoscopio di Pierconiglio al collo! Chissà dov’è finito”
“Dai, Roomie, andiamo a mangiare…” si gira a guardarmi divertito, “…finirai di prendermi in giro più tardi…” mi abbraccia e mi dà un bacio mentre raggiungiamo sua madre a tavola.
Nota:
Ok, se ancora avevate qualche sospetto che ci fosse qualche frammento di sanità mentale nella sottoscritta, direi che con l’ultima parte di questo post avete spazzato via ogni dubbio!
A mia discolpa posso solo dire che Pierconiglio esiste realmente e potete fare la sua conoscenza qui ! Quindi perlomeno posso attribuire parte della follia demenziale ai creatori di questo inquietante pupazzo… che non so chi siano e non posso creditarli… però insomma, non è solo farina del mio sacco! Anche le parole della canzoncina sono un parto della mente malata dei suddetti diabolici creatori, io mi sono limitata a trascrivere!
Avrei potuto uploadare la canzoncina nel post, essendomi io premurata di registrarla col lettore mp3, ma direi che c’è un limite perfino alla follia…
|
In questo post i Roomies vanno a Philadelphia a trovare la mamma di Ray, che quindi fa la sua prima apparizione. Trovate la sua scheda qui!
E siccome io, Molly, e la mia Roomie Vale, proprio tanto normali non lo siamo, abbiamo studiato nei minimi dettagli la casa di Ray… Se volete avere un segno tangibile della nostra follia, qui c’è la pianta del piano di sotto della casa, e qui la pianta della camera di Ray…
Nel prossimo post di Ray troverete la pianta del piano di sopra e forse anche di più… che siamo persone serie noi, e facciamo le cose per bene! ;P
Buon divertimento!
“E domani ti porto a fare un giro in South Street, ti piacerà un sacco!” esclama Ray sfogliando distrattamente la rivista della compagnia aerea trovata nella sacca del sedile davanti. L’aereo comincia a muoversi sulla pista, io mi tengo stretta ai braccioli e appoggio la testa all’indietro cercando di non tradire la mia agitazione. “Conosco un posto dove fanno le Philly cheese steaks più buone di tutta la Pennsylvania, ti va se ci andiamo domani?” continua senza togliere lo sguardo dal giornale che ha ancora in mano.
“Neela?” si gira perplesso non sentendomi rispondere. “Che è quella faccia, Roomie? Hai paura?” mi chiede con aria divertita.
“Non ho paura!” mento cercando di essere convincente mentre cominciamo ad accelerare.
“Non posso crederci… non mi avevi mai detto che hai paura dell’aereo!!” riprende con un’espressione incredula mettendosi a ridere.
“Non ho paura!” ripeto con più convinzione. “Ho solo… beh, mi rende nervosa il decollo, tutto qui…” continuo con un tono di voce più calmo.
“Dai, Roomie, vedrai che non precipitiamo!” continua trattenendo le risate. “Ci sono io non devi temere nulla!”
“Già… se l’aereo precipita mi salvi tu, giusto?” gli giro un’occhiata sarcastica.
“Dai… le possibilità che l’aereo cada sono minime… ci sono… ma sono minime…” ribatte con nonchalance scrollando le spalle.
“Stai cercando di rassicurarmi???” lo fulmino dandogli una sberla sul braccio che forse per la tensione mi scappa un po’ troppo forte.
“Heyyyyy!!” si lamenta. “Questa non è paura, questo è proprio terrore!”
“Piantala! Non ho paura!” ripeto ancora una volta.
“Ah no? Allora non avrai problemi a sentirmi raccontare di tutto quello che ho saputo sugli incidenti aerei durante il corso per il soccorso aereo all’ospedale…” comincia compiaciuto. “Ci hanno fatto anche un seminario sugli interventi in caso di incidente…”
“Ray!” intervengo fulminandolo, proprio mentre l’aereo comincia a virare sui cieli di Chicago, manovra che mi terrorizza.
“…anche se, ovviamente, quando si precipita le possibilità di salvarsi sono infinitesimali, questo si sa…” continua con noncuranza ignorandomi completamente.
“RAY!!” urlo, attirando anche l’attenzione di un paio di altri passeggeri a cui rivolgo un sorriso imbarazzato quando si girano verso di me perplessi.
Lui si gira a guardarmi con una divertita aria di sfida. “Ma Roomie, se non hai paura possiamo tranquillamente affrontare una discussione scientifica sui rischi del volo e…”
”Ok ok!! Basta! Ho paura, va bene?? Contento??” ammetto esasperata. “Adesso la smetti?”
“Dai… vieni qui…” mi dice con un sorriso, tirando su il bracciolo tra i nostri sedili e mettendomi un braccio sulle spalle stringendomi a sé. “Davvero, non c’è niente da aver paura… è un banalissimo volo di linea! E io ora mi impegnerò a distrarti in ogni modo per non farti pensare che sei in aereo!”
“Ecco, questo mi spaventa quasi di più del volo!” commento ironica, lasciandomi andare accoccolandomi a lui.
“Ad esempio…” riprende con l’aria di quello che ha avuto l’idea del secolo, “potremmo chiuderci in bagno e…”
“Ray!” esclamo di nuovo con aria di rimprovero. “Ci avrei giurato che lo avresti detto prima o poi! Scordatelo!”
“E perché??” mi chiede con aria innocente. “E’ un ottimo modo per esorcizzare la paura…”
“Siamo in un luogo pubblico!” rispondo scuotendo la testa.
“Non mi pare di aver sentito la stessa obiezione al matrimonio di John e Liz…” commenta inarcando un sopracciglio. “Anzi, se ricordo bene non è stato il sottoscritto ad avere l’idea per primo…”
“Falla finita… ero sotto l’effetto di quella roba che mi avete fatto fumare!” mi difendo.
“Beh, però hai insistito mica poco eh…” continua divertito.
“E’ stato molto difficile convincerti… mi ci sono volute ore di insistenza!” ribatto sarcastica.
“Non potevo mica lasciarmi sfuggire un’occasione del genere!” replica con uno sguardo fiero. “Il problema è che al matrimonio erano tutti distanti e avevano la musica altissima… qui non c’è una distanza di sicurezza e i motori dell’aereo non sono abbastanza rumorosi da coprirti, Roomie…” continua parlandomi in un orecchio.
“Ray Barnett…” sussurro con un sorriso imbarazzato dandogli un pizzicotto sul fianco su cui sto appoggiando la mano. “Smettila di mettermi a disagio! E non esagerare sempre!”
“Esagerare?? Io??” mi guarda con aria divertita ed innocente. “Dei nostri vicini, uno è finito in clinica per mancanza di sonno, un’intera famiglia è scappata, un’altra ha speso una fortuna per insonorizzare la casa…” scherza. “Tutto per colpa tua!!”
“Scemo!” esclamo senza poter evitare di mettermi a ridere.
“Però c’è di buono che dico talmente tante idiozie che saremo a Philadelphia prima che tu faccia in tempo ad avere ancora paura, Roomie…” mi dice con un sorriso dandomi un bacio.
“Non dirmelo, che l’unica cosa che mi terrorizza di più del volo è l’incontro con tua madre!!!” sospiro sentendo il panico che comincia a risalire.
“Ti divorerà in un sol boccone…” mi prende in giro.
“Dai… lo sai bene cosa intendo…” mi lamento.
“Neela… piantala di preoccuparti per tutto… mia madre ti adorerà!” replica con decisione. “E’ tutta la vita che aspetta e spera che suo figlio metta la testa a posto!”
“E da quando hai messo la testa a posto? Mi sono persa qualcosa?” chiedo ironica e lui mi rivolge uno sguardo divertito.
“In realtà più che metterla a posto, l’ho persa completamente per una certa Roomie…” mi sussurra con un sorriso.
“Ti amo, sai…” gli dico alzando lo sguardo verso di lui che mi stringe ancora e mi dà un bacio.
"Certo che lo so! Stai volando con me verso Philadelphia anche se a quanto pare i tuoi peggiori terrori sono volare ed incontrare mia madre... se non è amore questo...!" ride.
“Appunto…” commento mettendomi a ridere anche io.
“Ti amo anch’io…” mi dice a bassa voce dopo qualche secondo. “E vedrai che andrà tutto bene!” aggiunge stringendomi ancora a sé.
* * *
Scendiamo dal taxi davanti a casa, siamo in un tipico quartiere residenziale, con delle piccole case unifamiliari distribuite su vie parallele. Davanti a me il vialetto che conduce alla porta d’ingresso, sulla sinistra una piccola auto nera parcheggiata, sulla destra, appoggiato ad una rete, c’è un canestro che probabilmente Ray usava per giocare da ragazzino.
Mi fermo e sospiro lentamente. “Hey…” mi dice lui girandosi verso di me e tendendomi la mano.
“Devo proprio entrare, vero?” chiedo lasciandomi scappare una smorfia di nervosismo.
“Roomie… Ti decidi a calmarti? Coraggio, ci sei quasi, e ti prometto che non sarà doloroso!” mi sorride e si avvicina per prendermi la mano. “Entriamo insieme, ti proteggo dalle sue grinfie!” aggiunge poi con un tono solenne mettendomi un braccio sulla spalla, un istante prima di suonare il campanello.
Sentiamo dei passi veloci, poi lo scatto della porta, e un secondo dopo una signora sorridente coi capelli scuri mi abbraccia e mi bacia.
“Neela!! Finalmente!! Come sono felice di conoscerti di persona!!” esclama entusiasta, mentre io ricambio il saluto timidamente, un po’ sorpresa da tanta affettuosità. “Io sono Judy!” mi dice poi stringendomi la mano.
“Piacere di conoscerla!” rispondo sorridendo cercando di nascondere la tensione.
“Hey! C’è anche tuo figlio qua dietro!” sento la voce di Ray che protesta.
“Sei il solito scemo! Vieni qui!” si rivolge a lui abbracciandolo stretto. “Da quanto tempo non ti vedo?? Non osare mai più far passare così tanto tra una visita e l’altra!!” lo rimprovera mentre lui la stringe forte sorridendo, e non posso fare a meno di notare quanto sia chiaramente felice di vederla.
“Ma quanto mi è mancata la mia mammina!” la prende in giro tirandola su.
“Hey! Mettimi giù che non mi sono ancora abituata a farmi tirare su in braccio da mio figlio!” protesta lei ridendo, poi gli prende la testa tra le mani e gli dà qualche bacio scompigliandogli i capelli.
“Ok, ma ora non esagerare eh! Che ho una dignità da difendere!!” scherza Ray facendo finta di lamentarsi e di divincolarsi.
“Oh senti, ti presenti qui con la stessa frequenza della cometa di Halley, non puoi sottrarti come minimo alla dose annuale di coccole!” riprende lei fingendo un’aria di rimprovero, mentre noi ci mettiamo a ridere.
“Avanti entrate!” aggiunge poi prendendo la mia valigia. “Neela, dammi pure la tua giacca che la appendo qui” mi dice indicando l’attaccapanni nel sottoscala.
“Grazie” le sorrido guardandomi intorno. La casa sembra molto accogliente, c’è un salotto sulla sinistra, una sala da pranzo sulla destra e di fronte a noi la scala che conduce al piano di sopra.
“Avete fame, volete un caffè?” ci chiede Judy.
“No, grazie, magari più tardi” rispondo educatamente.
“Avete mica freddo?” riprende. “Sono rientrata da poco e ho appena acceso il riscaldamento, e gli ambienti non sono ancora sufficientemente riscaldati e…”
“La smetti di fare la mamma??” la interrompe Ray ridendo. “Siamo a gennaio, ok, ma non ho ancora visto orsi polari o pinguini aggirarsi per la casa…”
“Hey figlio degenere, guarda che ti metto sul prossimo aereo per Chicago!” lo minaccia mentre lui le schiocca un bacio sulla guancia per farsi perdonare e io non posso fare a meno di mettermi a ridere.
“Mi dispiace non essere potuta venire in aeroporto” si scusa poi appendendo le nostre giacche, “purtroppo ho avuto un contrattempo al lavoro e non sono riuscita ad uscire prima come speravo. E’ andato bene il viaggio?”
“Si si, tutto bene!” annuisco io.
“A parte il terrore della mia Roomie per il volo…” aggiunge Ray sorridendo, passandomi una mano sulla schiena e poi stringendomi.
“Oh cara!” commenta sua madre, “vuoi mica qualcosa per rilassarti? Una tisana?”
“Sto bene, grazie! Ora sto bene!” la rassicuro convinta.
“Perfetto, allora potete sistemarvi in camera!” sorride. “Avete mica sete? Siete stanchi? Volete coricarvi un po’ e riposarvi prima di cena?”
“Mamma, abbiamo fatto due ore di volo da Chicago a Philadelphia, non abbiamo attraversato il Sahara sul dorso di un dromedario!!” ribatte Ray allargando le braccia. “Per quanto ripensandoci… l’idea di coricarsi potrebbe non essere male e arrecare i suoi vantaggi…” aggiunge a bassa voce rivolgendosi a me che gli tiro un’occhiataccia e una gomitata.
“Non cambi mai, eh!” commenta Judy scuotendo la testa in segno di disapprovazione. “Nemmeno con la tua ragazza!”
“Veramente… proprio perché è la mia ragazza!!” si difende lui con aria innocente dandomi poi un bacio.
“Dai, andiamo di sopra, che vi faccio vedere come ho sistemato!” riprende sua madre sorridente incamminandosi su per le scale.
“I lavori sono finiti?” domanda Ray mentre le andiamo dietro.
“Oh si, certo! Ho fatto rifare tutto il bagno grande, vedrai che bello!” risponde con tono allegro. “Ho anche cambiato la vasca e ne ho fatta mettere una con l’idromassaggio!”
“Wow!! L’idromassaggio??? Che spettacolo!!” replica Ray entusiasta. “Roomie, poi potremmo…” riprende ma io gli rivolgo un prontissimo sguardo assassino, e lui si ferma limitandosi ad un sorriso.
“Eccoci arrivati!” esclama Judy appena siamo di sopra.
“E questo è il regno di Ray Barnett!” aggiunge lui mentre entriamo nella sua camera proprio di fronte alla scala.
“Allora ragazzi” riprende sua madre, “c’è un letto singolo nella stanza degli ospiti qui di fronte e l’ho preparato, ma siccome conosco mio figlio, ho preparato anche il secondo letto in questa camera, basta tirarlo fuori”
“Esatto, mamma, Neela dorme con me!” Ray sorride deciso. “E’ o non è la mia Roomie??”
“Ecco appunto… Almeno vedi di essere abbastanza cavaliere da lasciarle il tuo letto che è più comodo!” commenta Judy.
“Oh ma tanto dormiamo nello st…” fa in tempo a dire prima che io lo attacchi mettendogli un braccio intorno al collo e cercando di tappargli la bocca.
“Dura sopportarlo, eh??” sua madre si mette a ridere.
“Ho il mio bel da fare!” replico ironica.
“Hey, voi due non coalizzatevi contro di me!” si lamenta Ray mentre noi ci guardiamo divertite.
“Va beh, vi lascio sistemarvi, ci vediamo tra poco per cena!” ci dice lei con un sorriso prima di girarsi e tornare di sotto.
“Tua madre non ha bisogno di sapere come e dove dormiamo!!” rimprovero Ray non appena siamo rimasti da soli.
“Ma io ho un sacco di idee in testa ben precise, Roomie!” ribatte convinto.
“Non lo metto in dubbio, ma non è il caso di farle sapere a tua madre!” replico.
“Comunque dormiamo tutti e due sul mio letto perché quello di sotto cigola” aggiunge tranquillo.
“Ah ecco… devo dedurre che li hai sperimentati entrambi…” annuisco con un’espressione un po’ divertita e un po’ rassegnata, e lui fa finta di niente accennando un sorriso imbarazzato. “Ray, quante ragazze ci hai portato qui dentro??” chiedo poi aggrottando la fronte e fingendo un’aria di rimprovero.
“Ehm… non ti saprei dire di preciso…” farfuglia passandosi una mano sulla nuca.
“Posso solo immaginare com’eri da adolescente…” commento scuotendo la testa e nonostante la mia assurda gelosia mi scappa un sorriso. “Scommetto non troppo diverso da adesso…”
“Non ero poi tanto male, sai…” mi dice abbracciandomi da dietro e dandomi un bacio sulla guancia mentre io osservo le innumerevoli foto appese sul muro, che lo ritraggono in vari momenti… da quando era piccolo ai diciotto anni, più o meno.
“Ma dai, quelli siete tu e Jar?” esclamo divertita.
“Si, avevamo circa 7 anni in quella foto!” mi risponde continuando a tenermi stretta, appoggiando il mento sulla mia testa. “E in quella c’è anche Brett!” aggiunge indicandone una più sotto in cui si vedono tre ragazzini di circa 11 o 12 anni con la faccia da teppe che guardano verso l’obiettivo della macchina fotografica con un ostentato broncio da veri duri.
“Siete stupendi!!” mi metto a ridere.
“E quella è una foto del nostro primo concerto!” continua lui. “Non avevo nemmeno 15 anni!”
“Eri piccolissimo! Si vede!” commento.
“Era una festa della scuola, eravamo al settimo cielo quando ci hanno scelto per suonare!” mi racconta. “E quella è una foto del concerto che abbiamo fatto a New York! Con la locandina a fianco!” aggiunge fiero.
“Wow! Un concerto a New York?” ripeto ammirata.
“Si, beh… era un locale sfigato per band studentesche in realtà…” ammette, “però l’idea di suonare a New York faceva comunque un certo effetto”
“E quella l’avete fatta lo stesso giorno?” chiedo indicando una foto dove si vedono loro tre molto giovani insieme ad altri due ragazzi in Times Square.
“Si, il pomeriggio prima del concerto” mi spiega continuando ad abbracciarmi e a coccolarmi, mentre il mio sguardo vaga sulla parete notando tante foto scattate in tanti momenti diversi.
“Ok, visto abbastanza… dato che non voglio sapere chi è quella che ti abbraccia in quella foto, né chi è quell’altra che ti sta seduta sopra nella foto più sotto…” sospiro staccandomi da lui che mi trattiene tenendomi per mano.
“E dai, Roomie… sono solo foto di gruppo!” si difende, per poi avvicinarsi e prendermi il viso tra le mani. “Non sarai mica gelosa di quelle, vero? Non ricordo nemmeno come si chiamavano, giuro!” mi sorride e mi dà un bacio.
“No, non sono gelosa, tranquillo!” lo rassicuro. “Sarebbe una battaglia persa con te… Se mi devo preoccupare di tutte…”
“Infatti non ti devi preoccupare di nessuna…” mi sussurra tra un bacio e l’altro. “C’è una sola Roomie nella mia vita…”
“Riesci sempre a rincoglionirmi eh…” commento sorridendo dopo l’ennesimo bacio.
“Senti chi parla… mi sono trattenuto a stento… stavo per dirti di nuovo che ti amo!” ribatte con un’espressione di disapprovazione e io mi metto a ridere.
“Potevi anche non trattenerti!” protesto.
“Non l’ho mai detto in tutta la mia vita… e ora con te non riesco a smettere… più rincoglionito di così!” scuote la testa, e questa volta sono io a dargli un bacio mettendogli le mani al collo.
“Vieni che ti faccio vedere la finestra!” mi dice quando ci stacchiamo.
“La finestra?” ripeto stupita.
“Certo, la finestra ha avuto una parte fondamentale nella mia infanzia e adolescenza!” esclama convinto. “Vedi quella casa di fronte?” mi chiede indicando fuori, e io mi sporgo in avanti sulla scrivania che è posizionata proprio sotto la finestra e vedo il giardino di sotto, separato con una staccionata da un altro giardino, dove c’è una casa molto simile a questa, forse un po’ più grande, con tre finestre rivolte nella nostra direzione.
“Si…” annuisco.
“Ecco, quella sulla destra era la camera di Jar!” mi spiega. “Ci parlavamo da una parte all’altra. E questo albero lo utilizzavo a volte per uscire di casa…”
“Per uscire di casa?” lo guardo stranita.
“Si, beh, sai a volte mia madre non voleva che uscissi o che facessi tardi… e io aggiravo il problema…” aggiunge abbassando la voce. “E nei periodi in cui c’era qui mio padre a volte volevo semplicemente scappare… togliermi da questa casa… e allora prendevo e andavo da Jar passando da qui per non dover incontrare mio padre in salotto…” scrolla le spalle, cercando di sminuire l’importanza di un ricordo che lo coinvolge molto più di quanto lui stesso non voglia ammettere. Istintivamente gli metto un braccio intorno alla vita e mi avvicino a lui che mi abbraccia dandomi un bacio sulla fronte.
“E’ carino il giardino!” commento.
“Tra poco ci andiamo, ti faccio vedere anche il resto della casa. Compresa la cantina dove avevamo improvvisato la sala prove!” mi promette.
“Hey, quella è la copertina del primo album dei Pearl Jam!” esclamo notando solo ora un poster sulla parete sopra il termosifone.
“Conosci Ten dei Pearl Jam?” mi domanda incredulo.
“Certo! Me l’aveva fatto sentire mio fratello all’epoca… e lo adoravo, lo ascoltavo in continuazione!” rispondo annuendo.
“Dovevi dirmelo prima, avresti guadagnato un bel po’ di punti!” commenta soddisfatto.
“Ne avrei avuto bisogno, Ray Barnett??” chiedo con aria di rimprovero.
“No, poi sarebbe stato troppo! E ti dirò di più… quasi quasi ti avrei adorato anche se fossi stata un’appassionata di Britney Spears e Justin Timberlake!” mi assicura, e io gli lancio un’occhiata divertita, per poi continuare a guardarmi intorno osservando l’infinità di cose appese al muro… altri poster di varie band… i Nirvana, i Metallica, gli Iron Maiden… poco più in là una bandierina dei Philadelphia Flyers, una maglietta autografata dei 76ers, un po’ di volantini che pubblicizzavano i concerti della sua band nei locali della zona…
“Qui c’è il mio vecchio stereo e i miei vecchi dischi!” riprende poi entusiasta chiudendo la porta e rivelando un angolo perfettamente attrezzato per ascoltare sia cd che dischi in vinile, con una ricca collezione sotto.
“Quanti!” esclamo accucciandomi e mettendomi a curiosare.
“Beh, la musica è sempre stata la mia passione numero uno… da quando ero piccolo…” mi dice scendendo affianco a me. “Metto su qualcosa intanto che ci prepariamo per la cena… Ecco, questo dovrebbe piacerti” aggiunge tirando fuori un vinile apribile di The Joshua Tree degli U2.
“Infatti…” confermo. “Metti Running To Stand Still, è la mia preferita!” avanzo la mia richiesta.
“Ottimo gusto, Roomie!” mi dice con un sorriso mentre sistema delicatamente il disco sul piatto.
Poi mi tende la mano per farmi alzare e mi abbraccia.
“Sai… sono così contento che tu sia qui…” mi sussurra tenendomi stretta.
“Ah si?” lo guardo con sospetto facendomi scappare un sorriso.
“Si… è una… sensazione strana…” comincia a dire.
“Strana? Strana in senso buono, vero?” domando un po’ preoccupata.
“Buonissimo!” risponde sicuro. “E’ che… sono abituato a vedere questo ambiente con tutt’altri occhi… è tanto che non vengo qui e… non so come spiegarti…”
“Credo di capire…” commento annuendo.
“Il punto è che… non avevo mai pensato di portare una ragazza a casa… intendo… di portarla a casa come la mia ragazza, di presentarla a mia madre e tutto il resto… di volerla far parte della mia vita in tutto e per tutto… di volerla rendere partecipe di ogni aspetto di me, della mia storia, della mia personalità… e…” lascia cadere il discorso. “Ok, la smetto che sto diventando piuttosto patetico eh… se mi sentissero Jar e Brett sarei rovinato…” conclude poi mentre io mi stringo forte a lui e nascondo il magone scoppiando a ridere nervosamente.
“Hey, che c’è?” mi domanda preoccupato cercando di guardarmi in volto.
“Niente…” mento, continuando ad affondare il viso sul suo petto.
“Dai… non era una risata normale quella… cosa c’è?” mi chiede ancora.
“Niente niente… sono solo contenta di sentirti dire queste cose… tutto qui…!” gli spiego mentre tiro su col naso e lui mi tiene una mano sotto il mento guardandomi negli occhi.
“Hey, la mia idea non era quella di farti piangere!” protesta notando i miei occhi lucidi.
“Non sto piangendo!” esclamo scoppiando a ridere e contemporaneamente asciugandomi le lacrime, e lui mi guarda divertito.
“Roomie… sei impossibile!” ride scuotendo la testa.
“Ok ok hai ragione, adesso mi passa!” mi difendo sentendomi un po’ scema. “Cosa vuoi… ti sono capitata così…”
“La prossima volta giuro che mi impegno e ti convinco che non vali niente e che sei solo una delle tante!” scherza prendendomi il viso tra le mani.
“Provaci Barnett e sei morto!” lo minaccio ridendo ancora e puntandogli il dito contro.
“Ok, ora che ti ho detto tutte queste cose carine…” riprende con la sua tipica espressione poco raccomandabile, “potresti anche pensare di ricompensarmi…”
“Ah ecco… l’hai fatto solo per quello eh…” rido colpendolo sul petto con entrambe le mani.
“Ovvio… non crederai mica che Ray Barnett faccia così il romanticone per niente!!!” continua a scherzare indietreggiando mentre io gli vado dietro minacciosa. “Una ricompensa ci vuole!”
“Si, magari giusto nell’idromassaggio nuovo, vero?” lo provoco.
“A-ha!!” esclama con aria trionfante lasciandosi cadere sul letto e trascinandomi sopra di lui, “allora ci hai pensato anche tu all’idromassaggio!!! Vergogna, Roomie!!”
“Smettila, idiota!” lo rimprovero senza smettere di ridere. “E’ ovvio che ci ho pensato!”
“Hmmm… voglio sapere ogni dettaglio su quello che ti è passato per la testa…” sussurra cominciando a baciarmi sul collo.
“Ray… ti ricordo che ci vive tua madre qui…” riesco a dire con un filo di voce.
“Giusto… Devo trovare il modo di metterla fuori di casa… o di eliminarla…” ribatte senza staccare la bocca dalla mia pelle.
“Ragazzi!! Tra dieci minuti è pronta la cena!!” sentiamo un colpo alla porta e una voce che cerca di farsi sentire oltre la musica.
“Appunto…” commenta scuotendo la testa e mettendosi a ridere. “Dopo cena cominciamo a studiare i piani per il matricidio…”
|
mercoledì, 13 dicembre 2006 |
“Ma Dom suonava nella vostra band?” chiedo a Ray mentre scendiamo dalla macchina e ci incamminiamo verso la casa dei suoi amici.
“Si, per un periodo ha suonato la batteria, quando eravamo al college” mi risponde. “Poi è andato a fare il tirocinio a Boston e ci siamo un po’ persi di vista. Si è rifatto vivo la settimana scorsa dicendo che era tornato a Chicago con Meg… e una bambina di cinque mesi…! E ha voluto organizzare questa festa stasera per rivederci un po’ tutti”
“Anche Meg era al college con voi?” domando curiosa.
“Si si, ma all’epoca non stavano insieme, è successo tutto a Boston a quanto pare! Anche se comunque già allora avevano una di quelle amicizie che sai… quando si vede che c’è qualcosa sotto…” mi spiega e io annuisco. “Ma Dom non era molto tipo da legami all’epoca…”
“Ma guarda un po’… strano… considerando che era un amico tuo…” commento ironica, e lui mi passa un’occhiata divertita.
“Beh, anche lui ha messo la testa a posto ora!” ribatte.
“Anche lui? Qualcun’altro da queste parti ha messo la testa a posto…?” lo prendo in giro facendo finta di guardarmi intorno nella strada deserta.
“Heyyyyyyyyyy!” protesta abbracciandomi. “Lo sai che sono diventato una persona serissima! E che ho solo occhi per la mia Roomie!”
“Già… e perché sto tremando all’idea della festa stile ‘rimpatriata dal college’ a casa di Dom e Meg?” lo guardo storto.
“Perché hai poca fiducia nel povero, innocente ed affidabilissimo Ray Barnett!” si lamenta facendo gli occhi da cucciolo, mentre raggiungiamo il portone e suoniamo il citofono.
“Già… mi chiedo come mai…” replico sarcastica. “E giusto per prepararmi psicologicamente… con quante tue ex dovrò avere a che fare stasera?”
“Ehh… difficile dirlo… non so esattamente chi abbia invitato…” mi risponde un po’ imbarazzato.
“Oltre al fatto che potresti anche non ricordarti più con chi sei stato e con chi stranamente non sei mai stato…” ribatto rassegnata.
“Hai centrato il punto!” mi guarda con un sorriso un po’ colpevole mentre entriamo nel palazzo.
“Meno male che sei arrivata!” vado incontro a Wen che è entrata da poco con Jared.
“Si, anche io non ero particolarmente elettrizzata all’idea di questo party…” commenta guardandosi intorno, mentre Jar e Ray non la smettono di ridere, parlare e abbracciarsi con chiunque. “Da quanto tempo siete qui?”
“Circa un’ora…” rispondo con un sospiro. “Se ne vedo ancora una che salta addosso a Ray convinta che sia ancora disponibile per selvagge avventure di una notte, giuro che mi devi tenere perché la strozzo!” minaccio tra i denti buttando giù un sorso di tequila.
“A-ha! Hai trovato la persona sbagliata per farti tenere! E’ molto più probabile che io ti dia una mano a massacrarla!” commenta Wen annuendo divertita.
“Prima una tizia gli è letteralmente saltata al collo dicendogli che non vedeva l’ora di passare un’altra notte con lui!! Ma io la ammazzo!” protesto allargando le braccia.
“E Ray come ha reagito?” mi chiede lei.
“Col sorriso più beota ed imbarazzato che potesse sfoggiare, ovviamente! Poi le ha presentato la sottoscritta dicendole che ero la sua fidanzata… Non che avesse molta scelta, ero lì a venti centimetri di distanza…” commento sbuffando. “E questa adorabile fanciulla ci è rimasta di merda… prima di cominciare a fare sorrisi ipocriti dicendomi quanto era felice di conoscermi…”
“Già… se avesse potuto ti avrebbe sotterrato…” ribatte Wen divertita. “Chi è sta tipa?”
“Quella laggiù con la minigonna e la camicia bianca… Quella simpatica come un calcio nei denti!” la indico con un lieve cenno della testa. “Vanessa…” ripeto il suo nome con tutto il mio disprezzo.
“Dovrò accertarmi che mantenga da Jar una distanza di sicurezza…” riprende lei scherzando. “A proposito, dov’è finito?”
“E’ laggiù che parla con Brett e altri due ragazzi” rispondo dopo essermi guardata un attimo intorno.
“Ma la bimba? Non è qui stasera?” mi domanda poi Wen.
“Rachel? Si si, c’è, ed è anche meravigliosa! L’abbiamo vista prima, ma ora l’hanno messa a dormire” le spiego.
“Forte a dormire con tutto questo casino!” ride.
“Già! La piccola deve avere il sonno pesante!” replico io sorridendo.
“Jar mi sta chiamando, mi sa che mi vuole presentare qualche amico deficiente…” dice Wen con lo sguardo rivolto verso l’altro lato della stanza, dove lui le sta facendo segno con un braccio. “Vieni?” mi chiede.
“Vado a cercare Ray poi ti raggiungo” le rispondo, e mi avvio verso il bancone con il buffet che è nel salotto adiacente. Probabilmente sarà andato a prendere qualcosa da bere, o da mangiare. Raggiungo il tavolo ma lui non c’è, e a quanto pare non è nemmeno in nessun altro angolo delle due sale in cui si svolge la festa. Do un’occhiata in cucina ma trovo soltanto un paio di ragazze che stanno chiacchierando. Ritornando di là guardo anche fuori nel terrazzino ma è deserto… comprensibilmente, con questo freddo. Mi guardo ancora intorno senza vederlo, e improvvisamente mi accorgo che nemmeno Vanessa è da queste parti…
Ok, Neela, stai calma. Ci sarà sicuramente una spiegazione per tutto questo, ci deve essere. Ritorno nell’altro salotto, cercando di mostrare sorrisi a tutti quelli che incrocio, per non far leggere il panico nei miei occhi e non dare l’impressione che sto cercando il mio ragazzo… che non so dove è sparito… e che potrebbe anche… no, non è possibile, mi rifiuto di crederlo, non potrebbe farmi una cosa del genere… non potrebbe mai.
Noto una luce fioca nel corridoio buio che parte dalla sala, e lo so che non dovrei mettermi ad esplorare le case altrui, ma è più forte di me. Mi incammino lentamente fino a raggiungere la stanza da cui proviene e mi affaccio per vedere che sta succedendo lì dentro.
Appoggiandomi allo stipite della porta scuoto le testa e sorrido, un po’ per la mia stupidità della mia gelosia paranoica, un po’ per l’assoluta improbabilità della scena che mi sto vedendo davanti agli occhi… Ray è seduto davanti alla culla impegnato in una avvincente conversazione con una bimba di cinque mesi…
“Ma che confusione fanno di là?? E tu che volevi dormire…” le sta dicendo con un sorriso, lasciandosi stringere l’indice dalla manina della piccola.
“Hey cucciola… ma che sorrisi mi fai? Guarda che se mi sorridi in quel modo io mi sciolgo eh…” continua senza accorgersi minimamente della mia presenza.
“Cosa mi vuoi dire?” le chiede avvicinandosi con la testa, mentre Rachel emette qualche verso divertito. “Vuoi tornare di là? Oh, ma non è un granchè di là, sai… Ti invidio parecchio a dire il vero, perché scommetto che lì nella culla si sta molto meglio! E poi di là c’è un sacco di gente un po’ scemotta… e tutte quelle ragazze che si credono tanto belle… ma tu sei senza dubbio la più carina!” le parla sottovoce, con un tono dolcissimo, e io incrocio le braccia lentamente e sorrido, sperando che si accorga il più tardi possibile che sono qua… perché starei a sentirlo e guardarlo per ore… è così bello il modo in cui comunica con lei… e il modo in cui la guarda e le sorride…
“E questo chi è? Me lo presenti? E’ un bellissimo pinguino!” riprende prendendo uno dei peluche affianco alla culla. “Ciao Rachel, sono Pingu!” continua facendo una voce buffa e muovendo il pupazzetto davanti a lei, mentre sento la bimba che ride.
“Ma sai che sei bellissima? E quando ridi diventi ancora più bella!” le dice facendole un po’ di solletico, e si rimettono a ridere tutti e due. “Uh, e questo??” continua poi prendendo questa volta un coniglietto. “Questo lo conosco, lo so io come si chiama! Si è già presentato anche con te?” le domanda sottovoce, poi riprende a parlare facendo un’altra voce buffa “Ciao Rachel, sono Pierconiglio!”
Non riesco a non scoppiare a ridere in quel momento e Ray si accorge di me. Tira su la testa e mi guarda con un’aria divertita.
“Hey siamo spiati…” dice con aria cospiratrice rivolto alla piccola. “Vedi, quella è la mia Roomie, e non glielo dire, ma penso fosse molto curiosa di sapere dov’ero… e credo che ora sia un po’ gelosa di te…”
“Confesso che ho avuto una piccola ed insensata crisi di gelosia…” ammetto ridendo ed avvicinandomi a loro. “Ma lei è l’unico essere di sesso femminile con cui non me la potrei mai prendere perché è troppo bella…” continuo affacciandomi alla culla, mentre Rachel continua a sorridere divertita.
“Dei sorrisi così belli non me li ha mai fatti nessuna… Quindi direi che dovresti cominciare ad essere gelosa!” scherza, e poi rivolge l’ennesimo sguardo perso verso la culla.
“E io che pensavo chissà che…” mi metto a ridere scuotendo la testa.
“Vieni qua, Roomie malfidata!” mi tende una mano sorridendo e mi fa sedere in braccio a lui.
“Vedi Rachel, lei si chiama Neela… e io la amo tanto…” riprende a parlare rivolto alla bimba mentre mi tiene stretta in braccio. “E’ adorabile, ma è un tantino gelosa… giusto un pochino eh… non tanto…” continua ironico mentre lei lo guarda con un’espressione curiosa e divertita. “Ecco, fammi un piacere… quando diventerai grande, e sarai ancora incredibilmente bella… e tutti i ragazzi cadranno ai tuoi piedi… e tu sceglierai il fortunato che vorrai avere al tuo fianco… ecco, non farlo impazzire con la gelosia!”
“Consigliale piuttosto di non trovarsi un disgraziato come te!” commento io mettendomi a ridere e lui mi lancia un’occhiataccia. “Ok, non sei un disgraziato, sono io che sono un po’ paranoica…” sorrido sentendomi ancora un po’ stupida per tutte le paure che ho avuto prima, e lui mi dà un bacio sulla guancia.
“Pensavi davvero che mi fossi imboscato con qualche tipa??” mi domanda sorridendo con un’espressione un po’ perplessa.
“Veramente… per un momento…. Si, l’ho pensato… ma solo per un brevissimo momento…” ammetto un po’ imbarazzata.
“Hey Rachel, questa è tutta matta!” le dice picchiettandosi l’indice sulla tempia, e lei si mette ancora a ridere, come praticamente tutte le volte che lui le rivolge la parola.
“Hey voi tre! Cosa combinate?” esclama Meg raggiungendoci nella stanza in quel momento.
“Stavo uscendo dal bagno, passando qua davanti l’ho sentita parlottare e ho pensato di venirle a fare un po’ di compagnia…” spiega Ray.
“E io l’ho scovato dopo un po’…” intervengo io, mentre Meg annuisce sorridendo.
“Abbiamo avuto un’interessantissima conversazione, vero Rach?” riprende Ray rivolto alla bimba che continua a guardarlo ridendo.
“Hey, ma ti adora proprio mia figlia!” commenta Meg.
“Pare che abbiano un’ottima affinità!” confermo. “Era praticamente un idillio in questa stanza quando sono arrivata, si divertivano tutti e due come pazzi!”
“Ma bene Dr. Barnett!” ride lei. “Ti vedo già come un perfetto papà!”
“Heyyyyyyyy!! Scherzi??” protesta lui. “Non se ne parla neppure, io adoro i bambini, ma solo quelli degli altri, non ne voglio sapere di figli!” esclama deciso scuotendo la testa.
“Oh cambierai idea!” ribatte lei.
“Di sicuro non per i prossimi trent’anni!” replica convinto.
“L’orologio biologico scatterà anche per te!” lo avverte lei divertita.
“Quello è un problema da donne… io non ho problemi di orologio biologico!” esclama alzando le mani, e io mi sento a disagio… terribilmente a disagio… mi sento un po’… crollare…
“Vedremo…” commenta lei con un sorriso, troncando il discorso, forse anche notando il mio imbarazzo. Poi si avvicina a Rachel. “Hey piccola, che ne dici di fare un po’ di nanna?” le dice cambiando tono di voce.
“Noi togliamo il disturbo” sussurro alzandomi, e lei annuisce, mentre io e Ray usciamo lentamente dalla stanza ed accostiamo la porta.
“Hey tutto bene?” mi chiede lui mentre ripercorriamo il corridoio per tornare di là.
“Si si, tutto bene” rispondo poco convinta.
“Sicura?” mi domanda fermandosi e tenendomi una mano sul braccio.
“Si, sicura, tutto benissimo!” ripeto cercando di mostrarmi più decisa. Cosa gli dico? Che ci sono rimasta male per quello che ha detto? E poi cosa mi prende?? Non ho mai pensato nemmeno io ad avere un figlio con lui… non ho mai nemmeno pensato concretamente ad avere un figlio… Perché quello che ha detto mi ha fatto così male?
“Roomie… quando lo capirai che non devi essere gelosa?” mi dice dolcemente mettendomi una mano sul viso e dandomi un bacio, e io da un lato tiro un sospiro di sollievo. E’ meglio che abbia frainteso il motivo della mio malessere, altrimenti sarebbe venuta fuori una discussione impossibile da gestire.
“Si, hai ragione… sono stata una scema…” abbozzo un sorriso. “Lo riconosco, questa volta ho proprio esagerato…” ammetto mentre lui mi bacia ancora.
“Ray Barnett!!” qualcuno lo chiama dal pieno della festa. “Insomma, non ci vediamo per anni e ora ci snobbi così per una donna???” scherza Joey, un tipo biondo con l’aria da scalmanato che mi ha presentato prima e che era un suo vecchio compagno di college.
“Mi sa che devo andare…” mi sussurra mettendosi a ridere.
“Vai, non ti preoccupare!” sorrido. “Io sono qua in giro!”
Mentre lui raggiunge i suoi amici percorro lentamente i due passi che mi separano dalla sala, ripensando a tutto quello che è successo negli ultimi dieci minuti, e vedo Wen che mi viene incontro.
“Tutto ok?” mi chiede subito.
“Si si” annuisco.
“Neela… con questa abilità recitativa potrai ingannare Ray forse, ma non me…” mi guarda decisamente poco convinta. “Ti ricordo che è il mio lavoro capire quando qualcosa va male anche se le persone dicono che va bene…”
“Ok…” sorrido rassegnata.
“Che succede?” mi domanda preoccupata.
“Avevo perso di vista Ray, sono andata a cercarlo, e l’ho trovato di con la bimba” comincio a raccontare. “Subito non si è accorto di me, e sono stata un po’ a guardarlo con lei… era dolcissimo… adorabile… perfetto… nel modo di fare, nell’atteggiamento, le voci, le espressioni, i sorrisi…”
“Aaaawww… ma è una cosa bellissima, no?” riprende lei con un sorriso intenerito.
“Si si, stupenda direi. E’ che poi…” riprendo ma mi interrompo subito. “Oh, mi sento così cretina…”
“Neela, che è successo poi?” mi guarda perplessa.
“E’ arrivata Meg e ha scherzato sul fatto che sarà un padre meraviglioso… e lui… e lui ha reagito come se gli avesse paventato la peggiore delle tragedie che potrebbe incombere su un essere umano!” le spiego cercando ancora di decifrare il modo in cui mi sento.
“Ma tu vorresti…” inizia lei un po’ esitante.
“No! Non ora… e probabilmente nemmeno nei prossimi anni… ecco, non ci ho mai pensato seriamente, però…” mi fermo di nuovo.
“Però lui è stato un po’ troppo… estremo?” prosegue lei.
“Si… Ha detto che non ci pensa nemmeno, e quando Meg ha azzardato che avrebbe potuto cambiare idea, lui ha ribattuto che di sicuro non la cambierà almeno per i prossimi trent’anni, che l’orologio biologico è una problema da donne…” riprendo a spiegare. “E ok, lui potrà anche avere un figlio quando vuole, ma noi due stiamo insieme e…”
Wen ora mi sta a sentire ed annuisce in silenzio, con un’espressione pensierosa. “Magari sai… sono cose che si dicono… un po’ per atteggiamento… un po’ per posa…” prova a dirmi.
“Si, di sicuro c’è anche quella componente però… non so…” mi interrompo un attimo cercando di capirmi e di farmi capire meglio. “E’ strano, perché la nostra è una storia importante, sicuramente, sia per me che per lui. E’ chiaro che si va sempre un po’ coi piedi di piombo, però è una di quelle storie in cui si mette in gioco il futuro in qualche modo” continuo a parlare analizzando i miei pensieri ed il modo in cui mi sento. “Ed io francamente non avevo mai pensato alla prospettiva di avere un bambino con lui, ma prima o poi… cioè… ho sempre pensato che prima o poi vorrei avere un figlio nella mia vita… e lui è comunque il mio ragazzo, è la persona con cui voglio stare… e sentire che lui è così estremo su questo punto, così sicuro… e lo ha detto in modo così naturale, come se fosse scontato! Tanto che non si è mai nemmeno preoccupato di parlarmi di questo… di farmi sapere come la pensa… O forse dà per scontato che la storia tra noi non durerà poi così tanto. Non è che io stia qui a pensare che debba durare per sempre, per carità… Però… insomma… ci sono rimasta… male… qualcosa di più che male… Sono confusa…” concludo.
“Capisco…” mi dice lei con un sospiro dopo qualche secondo. “Magari dovresti parlargliene, affrontare il discorso con lui… però forse è un po’ prematuro…”
“Già… è decisamente prematuro. Non farei altro che innervosirlo e terrorizzarlo” commento. “Posso permettermi il lusso di vivere alla giornata ancora per un po’…”
* * *
Sento dei rumori e improvvisamente mi sveglio. La radiosveglia segna le 8.35 e Ray non è a letto. Un attimo… E’ domenica mattina, oggi è il nostro giorno libero, e Ray si è già alzato??
Ancora altri rumori provengono dalla sala, tiro su la testa e aggrotto la fronte guardando verso la porta e chiedendomi cosa stia succedendo. Decido di alzarmi e andare a vedere. Mi metto subito qualcosa addosso perché fuori dal piumone fa un freddo cane, e mi dirigo di là. Ray è tutto imbacuccato con giaccone, berretto, sciarpa e guanti, e sta trascinando per la stanza un albero di Natale più grande di lui.
“Oh scusa Roomie, ti ho svegliato?” mi dice subito appena mi vede, fermandosi un attimo.
“Si…” rispondo un po’ perplessa.
“Cavoli, volevo farti una sorpresa…” si lamenta sbuffando, togliendosi il berretto e passandosi una mano tra i capelli arruffati.
“Beh, in un certo senso me l’hai fatta!” sorrido strofinandomi la faccia e sbadigliando. “Ma quanto nevica fuori?” chiedo poi notando la neve che cade a terra dai rami dall’albero.
“Tantissimo!” mi risponde. “Infatti ho deciso che io e te festeggiamo il Natale oggi!”
“Ma non siamo nemmeno a metà dicembre!” obietto io, mentre lui finalmente riesce a far arrivare l’albero a destinazione.
“Ma noi il 25 lavoriamo tutto il giorno! Oggi è la giornata perfetta per festeggiare!” ribadisce con entusiasmo. “Ho già in mente il programma della giornata!”
“Sentiamo…” incrocio le braccia e lo guardo divertita.
“Prima di tutto facciamo l’albero” comincia, togliendosi la giacca e lasciandola cadere sul divano insieme a sciarpa e guanti.
“Ok…” approvo.
“Però scelgo io le canzoni da mettere in sottofondo!” mi avverte. “Non voglio quelle lagne natalizie che hai messo l’anno scorso!”
“Hey, non era colpa mia! Non le ho scelte io le lagne natalizie!” mi lamento mentre mi avvicino per aiutarlo a sistemare i rami.
“Vuoi dire che…” mi guarda con un sorriso da presa in giro.
“…che l’ha messo su Michael quel cd… era suo!” continuo la frase, aspettandomi l’espressione compiaciuta sul suo volto. “Non dire niente… anche io le odiavo!”
“Beh, Roomie… io non dico niente, ma non posso fare a meno di constatare per l’ennesima volta il salto di qualità che hai fatto passando al sottoscritto! Insomma, vedrai la selezione musicale che metterò io!” si indica soddisfatto. “Senza contare che modestamente sono meglio anche in qualsiasi altra cosa e…”
“Hai finito di tirartela??” lo interrompo sferrandogli una sberla sul braccio, senza poter evitare di mettermi a ridere.
“Ahia!” si lamenta, poi mi prende per mano e mi tira verso di sé. “E dai…” riprende con un sorriso accattivante, “devi ammetterlo che non c’è paragone…” mi guarda mettendomi le mani sul visto e cominciando a baciarmi.
“Ray! Sei gelato!” mi lamento rabbrividendo.
“Beh, sono sulla strada giusta per scaldarmi…” sorride cominciando a baciarmi il collo.
“Ray…” sussurro, “non hai neanche ancora finito di dirmi i tuoi piani per la giornata…”
“Giusto!” sorride staccandosi dal mio collo ma continuando a tenermi abbracciata. “I piani per il roomie-natale!” esclama, e io scuoto la testa mettendomi a ridere.
“Allora… prima di tutto l’albero…” ricomincia, “poi ci copriamo bene, usciamo e andiamo a fare a palle di neve…”
“Ottimo!” rido.
“Poi torniamo qua…” continua.
“Siiii…” sorrido cercando di indovinare il resto del programma.
“…ci facciamo una bella cioccolata calda per riprenderci dal freddo…” propone.
“Non posso che approvare!” annuisco convinta.
“…poi ci infiliamo sotto il piumone e ci stiamo fino all’inizio del turno di domani…” prosegue con un sorriso, “…e non ho propriamente intenzione di dormire, Roomie…” conclude ricominciando a baciarmi. “Che te ne pare?” mi chiede poi.
“Assolutamente perfetto, Roomie…” sorrido. “Solo che ti stai completamente dimenticando un particolare…”
“E sarebbe?” mi chiede aggrottando la fronte.
“Che questo è il nostro ultimo giorno libero prima del matrimonio di Liz e John… e tu non hai ancora un vestito decente da metterti!” rispondo, perfettamente consapevole di far la parte della rompipalle assoluta.
“Ma devo proprio?” sbuffa alzando gli occhi al cielo.
“Hai intenzione di venire al matrimonio in jeans e maglietta dei Metallica?” lo provoco.
“Hm… perché no?” ribatte con un sorriso.
“Dai, che sei anche il ragazzo della damigella!” aggiungo.
“Potremmo mollarci per ventiquattro ore…” propone.
“Scordatelo!” ribatto secca. “E poi saresti invitato comunque!”
“Insomma non sfuggo…” commenta rassegnato portandosi le mani dietro al collo e buttando la testa all’indietro.
“E mi sa di no… mi dispiace…” lo guardo inclinando la testa e mi scappa un sorriso, mentre lui sbuffa di nuovo. “Oggi shopping…” sospiro. “E fidati che per quanto io abbia una certa inclinazione tutta femminile allo shopping… avrei di gran lunga preferito il tuo piano…” aggiungo mettendogli le mani al collo e dandogli un bacio.
“Hm… quindi… se oggi pomeriggio siamo impegnati con lo shopping…” riprende con aria pensierosa, “dobbiamo per forza anticipare le ore dedicate al piumone…”
“Spostare a quando?” chiedo sorridendo, anche se ho un vago sospetto di quale possa essere la risposta.
“Spostare tipo a… ora??” risponde e improvvisamente mi tira su in braccio e comincia a camminare verso la camera.
“Ray!” protesto mettendomi a ridere. “Mettimi giù! Dobbiamo fare l’albero!”
“L’albero un’altra volta! Può aspettare! E anche a lungo!” esclama lasciandomi cadere sul letto.
“Ma non era il roomie-natale oggi?” lo provoco tirandolo giù sopra di me.
“Beh… il roomie-natale l’abbiamo istituito noi… e lo festeggiamo come vogliamo…” sorride, mentre afferra il piumone e ci si butta sotto portandomi con lui…
|
domenica, 03 dicembre 2006 |
“E io dovrei mangiare la cena cucinata da un branco di ballerini mezzi nudi??” chiedo a Sam che scoppia a ridere.
“Non so cosa dirti…” mi risponde allargando le braccia. “Credo… spero che non siano loro a cucinare!”
“Com’è che si parla di ballerini mezzi nudi qui??” ci raggiunge Wen incuriosita. “Che mi sto perdendo?”
“Stanno organizzando l’addio al nubilato per Liz, e hanno avuto la bella pensata di rivolgersi ad un’agenzia di catering che offre questo servizio…” le spiego mentre entriamo in salottino per farci un caffè, “un gruppo di ballerini che ti viene in casa, ti prepara la cena, te la serve, e poi credo anche facciano qualcosa di imbarazzante… ma non so esattamente e preferirei non scoprirlo se non fosse che sono costretta…”
“Oh mamma… ci tocca davvero questa cosa??” mi chiede Wen perplessa.
“A quanto pare…” commento rassegnata.
“Già mi sono stupita molto di aver ricevuto l’invito…” riprende lei pensierosa. “Fino a qualche mese fa sembrava che Liz avesse solo istinti omicidi nei confronti della sottoscritta…!”
“Beh, le cose sono cambiate molto ora” commenta Sam. “Si stanno per sposare, aspetta due gemelli, tu stai con Jared…”
“Direi che ce n’è in abbondanza perché non si senta più minacciata da te” aggiungo io.
“Si, ma fa comunque uno strano effetto, mi devo ancora abituare all’idea” riprende Wen. “Ma piuttosto, chi è che ha avuto questa bella pensata dei ballerini?”
“Un’amica di Liz che lavorava qui prima che noi tre arrivassimo… non so esattamente chi sia…” rispondo. “Ma a quanto pare è già tutto organizzato”
“Come dire che ci dobbiamo rassegnare…” interviene Sam bevendo un sorso del suo caffè.
“Noto che siamo tutte e tre molto entusiaste di questo genere di festa!” esclama Wen sorridendo.
“Per una volta vedremo di sopravvivere…” ribatto io. “Giusto per Liz!”
“Infatti, per Liz questo ed altro!” mi fa eco Sam.
“Quando è questa… ‘cosa’?” chiede poi Wen.
“La stessa sera dell’addio al celibato…” rispondo sconsolata. “Che per inciso Ray e Jared stanno organizzando insieme a Morris, e con il contributo di Brett… sei consapevole di questo, vero?”
“Non me ne parlare…” replica sospirando, mentre Sam si mette a ridere.
“Tremo all’idea di cosa potrà venirne fuori…” commento.
“Troveremo il modo di vendicarci se sarà il caso…” ribatte Wen annuendo minacciosa.
* * *
“Saranno anche ballerini mezzi nudi, ma devo ammettere che queste tartine sono davvero buone…” commenta Wen assaggiando l’antipasto.
“Non le avranno preparate loro…” ribatto. “Vuoi che uno con quella faccia sia in grado di preparare una cosa così complessa?” aggiungo indicando il cameriere che sta girando per i tavoli, ovviamente senza maglietta. Un gran fisico, ma dire che ha una faccia poco intelligente è un eufemismo…
“Se facessimo una media del quoziente intellettivo del personale potremmo spaventarci seriamente…!” riprende Wen mettendosi a ridere.
“Hey ciao ragazze! Siete arrivate!” ci viene incontro Liz raggiante e noi la salutiamo. “Avete già conosciuto Carol?” ci dice poi presentandoci la donna che è con lei.
“No, non ci siamo ancora viste! Piacere, io sono Neela!” sorrido tendendole la mano.
“Ho sentito tanto parlare di tutte voi, ora finalmente sto dando un nome a tutti i volti!” risponde lei presentandosi anche a Wen.
“Carol è anche la principale organizzatrice di questa festa, dovete a lei tutte le meraviglie, culinarie e non, presenti stasera!” ci informa Liz, mentre a noi due scappa un sorriso di troppo. “E avete visto il palchetto laggiù?” ci chiede indicando in fondo alla sala. “Ci sarà anche uno spettacolo più tardi!”
“Oh fantastico…” commento facendo uso delle mie migliori arti diplomatiche. “Complimenti per l’organizzazione! E’ stata una gran bella idea!” aggiungo, mentre Wen si guarda bene dal dire una sola parola e mi gira anche un’occhiata divertita.
“Beh, noi proseguiamo il giro, così finisco di presentarle tutte le amiche!” riprende Liz, allontanandosi poi con Carol dopo averci salutato.
“Che imbarazzo…” commento. “E tu non dire una parola, eh?” scocco un’occhiataccia verso Wen.
“Che ci vuoi fare… la diplomazia non è il mio forte!” si difende lei scrollando le spalle ed allargando le braccia.
“Eccovi qua!” ci raggiungono Sam e Abby sedendosi al tavolo con noi.
“Hai sentito Alex?” chiedo subito a Sam.
“Si si, proprio ora!” mi risponde.
“Sta bene? Tutto a posto?” chiedo un po’ preoccupata.
“A te e a Ray sta venendo la sindrome da genitori?” mi domanda lei divertita. “Da quando se ne è andato da casa vostra tutti e due non fate altro che chiedermi se sta bene! Se volete ve lo presto ancora per un po’!”
“Oh, se vuoi mandarcelo per noi non c’è problema! Lo prendiamo volentieri!” rispondo mettendomi a ridere.
”Comunque sta bene!” mi dice poi. “E anche lui mi chiede in continuazione quando può venire a trovarvi. Stasera voleva unirsi all’addio al celibato, e mi ci è voluto un bel po’ per riuscire a convincerlo che proprio non era il caso!” continua mentre ci mettiamo tutte a ridere. “Mi ha detto che sono una bigotta e che vedere qualche ragazza in bikini non gli bloccherebbe di certo la crescita!” conclude scuotendo la testa.
“Si nota che ha passato parecchio tempo con Ray, Jared e Brett ultimamente, eh!” commento senza smettere di ridere.
“Per quello è sempre stato fin troppo sveglio come ragazzino, ma negli ultimi tempi… diciamo che è ancora più sveglio del solito!” riprende Sam.
“Fossi in te comincerei ad impedirgli di frequentare quei tre disgraziati, sono decisamente poco raccomandabili!” scherza Wen.
“Ah, mi assicurerei il suo odio eterno! E’ incredibile quanto si trovi bene con loro!” ribatte.
“E’ ancora più incredibile, nonché un po’ inquietante, aggiungerei… quanto loro si trovino bene con lui!” rilancio io, mentre Wen annuisce dandomi ragione.
“Ma qualcosa mi dice che all’addio al celibato non c’è l’avrebbero voluto comunque!” ride Sam.
“Questo è poco ma sicuro…” ribatte Wen bevendo un sorso di vino.
“Qualcuno sa cosa avevano in programma esattamente?” chiede Abby.
“A dir la verità no…” risponde Wen.
“E non so nemmeno se lo voglio sapere a dirla tutta…” aggiungo io.
“Mi fa strano immaginare Lucien ad un addio al celibato organizzato da tre che lui non esiterebbe a definire ‘giovinastri’…” riprende Abby divertita.
“Ah ma c’è anche lui??” domando sorpresa.
“Mi ha detto che sarebbe andato!” risponde lei. “Anche se conoscendolo potrebbe anche essere rimasto in ospedale coinvolto in una qualche lettura avvincente sulla cannula curva di Mallet-Guy o simili…” conclude mentre ci mettiamo tutte a ridere.
“Hey Neela!” Sam richiama la mia attenzione.
“Dimmi” rispondo addentando una tartina.
“Quello laggiù non è… come si chiama… quello a cui Ray ha storto un braccio senza anestesia…”
Mi giro per guardare nella direzione che sta indicando e…
“O mio Dio. Quello è Alejandro… è Alejandro veramente…” esclamo portandomi una mano alla fronte e sorridendo imbarazzata mentre tutte le altre cominciano a prendermi in giro.
“Ma che diavolo… Chicago è una grande città, si può sapere perché continuo ad incrociarlo??” mi lamento.
“E sta anche venendo qui…” mi informa Wen. “Preparati…!”
Mi volto per un attimo e lo vedo camminare verso il nostro tavolo tutto sorridente. Mi rigiro subito facendo finta di non averlo visto, ma entro pochi secondi mi ha raggiunto.
“Dottoressa Neela! Il destino continua a farci incontrare!” esclama con l’inconfondibile accento ispanico ed un sorriso ammaliante… o che perlomeno cerca di essere tale.
“Buonasera signor… De La Vega, giusto?” rispondo cercando di tenermi sull’estremamente formale.
“Oh si, hai un’ottima memoria!” mi dice con un’espressione contenta. “Ma ti prego di chiamarmi Alejandro!” aggiunge portando la mano sul cuore, mentre sento delle risate soffocate ed evito di girarmi per non fare brutte figure.
“Ok…” annuisco, “se capiterà di incontrarci di nuovo ti chiamerò Alejandro…”
“Basta farlo capitare… dipende solo da noi!” ribatte ammiccando. Ma questo è proprio tardo, gli ho già detto due volte di no… “Non sei tu a sposarti, vero?” chiede poi con un’espressione allarmata.
“Ehm… non esattamente…” rispondo, anche se la tentazione di dire si è forte. “Ma mi sposerò presto! Magari contatterò la tua agenzia per il mio addio al nubilato!”
Lo vedo che cambia espressione, un po’ imbarazzato.
“Ti… sposerai presto?” ripete con un sorriso di circostanza. “Congratulazioni!” mi dice poco convinto.
“Grazie!” rispondo decisa. E se non l’ha capita così…
“Bene, tornerò al lavoro… buona festa, ragazze!” si congeda con un sorriso.
“Non una parola con Ray della sua presenza qui, perché ho davvero paura che rischierebbe di mettersi nei guai!” raccomando subito alle altre che si complimentano con me per essere riuscita a liquidarlo così in fretta ma continuano a prendermi in giro.
“Considerando la reazione che ha avuto l’altra volta… se viene a sapere che era qui stasera come minimo gli stacca la testa a morsi… e poi ci tocca portargli le arance in galera…” commenta Wen, mentre tutte confermiamo mettendoci a ridere.
* * *
“Hey Roomie!!” Ray mi afferra alle spalle e mi dà un bacio sulla guancia mentre esco da sala suture.
“Heyyyy!” lo saluto con un sorriso e dandogli un bacio, “ce l’hai fatta ad alzarti! Stamattina quando sono uscita dormivi talmente profondamente che sono venuta a controllare se respiravi! Non hai nemmeno sentito la mia sveglia a tutto volume!”
“E sai com’è… a queste feste si finisce sempre per bere un po’ più del dovuto…” mi dice inclinando leggermente la testa e sorridendo, mentre ci incamminiamo lungo il corridoio. “Spero di non averti svegliato stanotte, ho fatto più piano che potevo…”
“No, tranquillo, non ho sentito niente! Forse ho bevuto un po’ troppo anche io!” ammetto.
“Divertita?” mi chiede.
“Si… beh, sai, io non sono molto per questo genere di feste, mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua…” spiego, “ma alla fine ero tra amiche e non è stato poi così male” concludo.
“Bene” annuisce lui.
“E il vostro party selvaggio com’è andato?” gli domando prendendolo un po’ in giro.
“Mah… niente di che… un po’ un mortorio…” bofonchia passandosi una mano sulla faccia. “Non siamo più quelli di un tempo…” continua mentre raggiungiamo l’accettazione, dove Jared sta sistemando delle cartelle. “Abbiamo passato una serata in compagnia tra amici, niente di che…”
“Beh, almeno non vi è mancata la birra a quanto pare… e nemmeno la voglia di fare mattina!” commento divertita, osservando le occhiaie di entrambi.
“Hey, non siamo più ragazzini ma non siamo nemmeno decrepiti!” protesta Jared. “Certo… queste feste non sono più quelle di una volta…”
“Già…” conferma Ray.
“E meno male!” commento io, controllando la lista dei pazienti.
“Jerry ha di nuovo sbagliato a catalogare i documenti…” mi lamento notando il disordine nell’archivio.
“Cerchi qualcosa in particolare?” mi chiede Jar.
“Le analisi del signor Hewson, quello che è arrivato qui la settimana scorsa accusando dolori addominali” spiego. “Ha chiamato il suo medico, gli serve una copia della cartella clinica”
“Prova a guardare nello scaffale di sotto” mi dice indicando alla mia destra, “mi sembra di aver visto Jerry sistemare lì delle cartelle della settimana scorsa”
“Ok, grazie” rispondo accucciandomi per terra e cominciando a cercare tra i documenti.
“Hey ragazzi, visto che non ci sono donne in giro… guardate qua… non indovinerete mai che foto ho qui con me!!” sento una voce inconfondibile sempre più vicina, e nello stesso istante mi accorgo che Ray è in piedi accanto a me e si agita nervosamente indicandomi.
“Morris, abbiamo da fare ora…” è la voce di Jared questa volta.
“Oh avanti!” riprende Morris, “forse non avete capito… ho le foto di ieri sera!” esclama entusiasta, mentre io mi alzo in piedi, e lui sbianca all’istante.
“…le foto di ieri sera…” continua chiaramente imbarazzato, “…che ho fatto con alcuni amici prima di andare alla festa… prima… non dopo…” prosegue guardandomi mentre Ray sospira e Jar scuote la testa. “Non dopo, né durante… ma prima!” ripete, e io incrocio le braccia e li squadro tutti uno dopo l’altro.
“Si, le ha fatte con degli amici di cui poi ci ha parlato, e quindi volevamo vederle…” gli va dietro a ruota Ray.
“Ray… per favore… viviamo insieme da quasi un anno e stiamo insieme da qualche mese ormai… sinceramente… tu credi davvero che io sia così cretina?” gli domando guardandolo negli occhi. “Hai davvero questa bassissima opinione di me?”
“Eh… no! Assolutamente no!” si affretta a rispondere.
“Bene, allora evita per favore…” sospiro lanciandogli un’occhiata assassina. “Posso vedere quelle foto almeno?” domando poi rassegnata.
“Ehm… magari in un altro momento…” azzarda lui.
“E dai… Non può essere niente di peggio di quello che mi aspetto…” allungo la mano prendendole dalle mani di Morris un secondo prima di Ray che poi si appoggia al bancone davanti a me passandosi una mano tra i capelli con un’espressione tra l’impanicato e il rassegnato. “Neela…” prova a farfugliare.
Io scuoto la testa e comincio a sfogliarle mentre Jared mi viene alle spalle per guardarle insieme a me, e Morris ci osserva con un’aria mortificata e colpevole.
Le immagini ritraggono tutte un gruppo di deficienti ad una festa che bevono, ridono, scherzano… poi cominciano a spuntare le prevedibili ragazze seminude… che interagiscono sempre di più con i suddetti deficienti… fino ad arrivare a quelle che suppongo siano le foto che mai e poi mai la sottoscritta avrebbe dovuto vedere… Ray seduto su un divano con questa gentile signorina sopra di lui…
“Uh oh… qualcuno qui rischia di finire in bianco per un bel po’ di tempo…” sento Jar commentare dietro di me, e vedo Ray che mi fa questo sorriso colpevole con occhioni dolci annessi.
“E’ stata una serata un po’ sopra le righe…” azzarda a giustificarsi.
“Belle, Morris, complimenti” commento ostentando un’aria indifferente e cercando di restituire al legittimo proprietario le foto che però vengono intercettate da Ray. “Beh, ho trovato la cartella che cercavo, se qualcuno di voi può chiamare il medico del signor Hewson…” riprendo poi lasciando il numero di telefono attaccato sopra con un post it. “Così io passo al prossimo paziente” concludo incamminandomi verso il corridoio.
“Neela aspetta!” come prevedibile Ray mi viene subito dietro, e io non rispondo.
“E dai Neela… era un addio al celibato!” si giustifica tenendomi per un braccio.
“Sei il solito cretino integrale! Non so perché ogni tanto mi illudo che tu sia cambiato!” lo accuso infilandomi nel salottino. L’ultima cosa che voglio è avere spettatori in questo momento.
“E dai, mi si è seduta in braccio, io non ho fatto niente, lo giuro!” allarga le braccia dopo aver chiuso la porta alle sua spalle.
“E ci mancherebbe!!” ribatto alzando la voce.
“Guarda, avevo le braccia in alto!” replica facendomi rivedere la foto, e io scuoto la testa. Me la fa pure rivedere??? “Non l'ho nemmeno toccata!!” riprende nel suo patetico tentativo di risultare innocente.
“Si, era solo seduta a cavalcioni in braccio a te, ma tu non l'hai toccata!” commento secca.
“Esatto!” conferma con un’espressione candida. “Mi è venuta addosso ma io non l’ho sfiorata nemmeno con un dito!”
“Potresti almeno togliermi quella foto da davanti agli occhi??” protesto fulminandolo con gli occhi, ignorando i suoi ridicoli tentativi di difesa.
“Neela, davvero…” riprende avvicinandosi a me.
“Ray, ho un paziente che mi aspetta” gli dico incrociando le braccia.
“Può aspettare ancora un po’!” mi dice lui.
“No, non può! Anche perché io finisco il turno tra mezzora e me ne vado a casa a dormire!” ribatto decisa. “E quando arrivi puoi anche accomodarti sul divano, perché nel mio letto non ci entri!”
“Cosa??? A parte che quello in cui dormiamo se mai è il MIO letto!” protesta, e io lo guardo storto scuotendo la testa.
“Benissimo! Allora me ne torno in camera mia, tieniti il tuo letto!” esclamo decisa.
“Roomie, non ti pare di esagerare?” sospira riprovando la carta degli occhioni dolci.
“Proprio per niente! Perfino Jared ha capito subito esattamente quale sarebbe stata la mia reazione!” abbozzo un sorriso ironico.
“Cosa???” mi guarda incredulo. “E cosa sarebbe questo? Un atto di protesta?? Una specie di sciopero del sesso???”
“Esattamente!” ribatto incrociando le braccia. “Vedo che quando si parla il tuo linguaggio le cose le capisci al volo!” concludo sarcastica prima di prendere la porta e uscire.
|
venerdì, 17 novembre 2006 |
“No, stai tranquilla! Non ci dà nessun disturbo e si comporta benissimo!” rassicuro Sam che mi sta chiedendo di Alex al telefono. “E poi li senti?” riprendo riferendomi alle voci, o meglio alle urla e risate in sottofondo, “stanno giocando alla play da più di due ore, e non so chi dei due si stia divertendo di più!”
“Ti viene voglia di buttarli fuori di casa tutti e due, eh?” ride.
“Qualche volta!” scherzo. “Ma non ti preoccupare, davvero, se proprio non ne posso più verrò a chiedere asilo politico a casa di Liz!”
“Oh ben volentieri!” mi risponde con una voce squillante. “Non dovrei invitarti a casa degli altri, ma sono certa che a Liz farebbe piacere se venissi a trovarci!”
“Magari allora una delle prossime sere ci mettiamo d’accordo!” sorrido.
“Senti, ha mangiato, vero?” mi chiede poi riportando il discorso su Alex.
“Scherzi? Sti due hanno voluto maccheroni al formaggio, pizza e patatine per cena!” le racconto della scelta del menù.
“Ho capito ho capito… me lo state viziando!” mi accusa ridendo. “Grazie, davvero…” aggiunge poi cambiando tono. “Mi state facendo un favore immenso… non solo a me, in realtà. Anche per lui… ecco… gli fa molto bene cambiare ambiente, distrarsi un po’… e sentire meno il peso enorme di questa situazione… sono così preoccupata e mi sento così in colpa…”
“Sta reagendo benissimo, Sam. E’ molto consapevole, ma allo stesso tempo molto forte. E’ un ragazzino in gamba, non ti devi preoccupare, e soprattutto non ti devi colpevolizzare” le parlo sinceramente.
“Grazie davvero… se ci sono problemi di qualsiasi genere sapete dove trovarmi comunque” mi dice poi.
“Si, certo, ma è tutto sotto controllo” la tranquillizzo ancora.
“Bene… allora ci sentiamo domani”
“A domani”
Torno di là dove è in corso un’accesa conversazione su Need For Speed Underground.
“Bambini…” li interrompo, “non vorrei fare la guastafeste, ma ho proprio paura che questo ruolo spetti a me…” continuo, mentre Alex sbuffa e Ray lo guarda divertito.
“Avanti, sono le 10 e mezza…” interviene. “E domani hai scuola… dai, non farmi fare la parte della persona coscienziosa che proprio…” scuote la testa.
“Ooooook…” si rassegna Alex.
“Muoviti teppista!” ribatte Ray alzandosi da terra. “Che domani quando esci da scuola ti straccio!”
“Questo lo vedremo, Barnett!” lo minaccia il piccoletto con sguardo di sfida.
“Tu non hai ancora capito con chi hai a che fare!” riprende Ray, mentre io li guardo con aria divertita.
“Domani il gioco lo scelgo io!” ribatte Alex.
“Si si, intanto fila a dormire!” scherza passandogli una mano sui capelli e indicandogli la direzione per la sua stanza.
“Hey Neela!” mi chiede Alex prima di incamminarsi, “ce li hai i Rice Krispies al cioccolato per domani mattina, vero?”
“Ovvio! Per chi mi hai preso??” mi metto a ridere, mentre lui annuisce sorridendo e scompare verso il bagno.
Mi giro verso Ray che mi guarda sorridente e poi mi si avvicina lentamente.
“Hey Roomie…” mi sussurra abbracciandomi. “Ti ho un po’ trascurato stasera…”
“Non pensarci nemmeno, la precedenza va al moccioso!” dico scherzando. “E tu stai facendo un gran lavoro con lui…” aggiungo con un sorriso guardandolo negli occhi, e lui mi dà un bacio.
“Senti…” riprende poi, “magari ora quando esce dal bagno lo accompagno in camera, potrebbe aver bisogno di parlare un po’, o anche solo di un po’ di compagnia prima di dormire…”
Annuisco e mi stringo ancora a lui. “Certo” gli sussurro, “io ti aspetterò qui, prendetevi tutto il tempo che volete”
“Ok, Roomie, a tra poco” mi saluta allontanandosi verso la mia vecchia camera… dove non ho più passato una sola notte da quando… da quella sera in cui Ray mi ha baciato in cucina… e niente è stato più lo stesso… né lo sarà mai…
Sistemo un po’ del casino che hanno lasciato in salotto, poi mi butto sul divano. Accendo la tv e comincio a fare zapping in automatico senza prestare la minima attenzione a quello che compare sullo schermo… sono troppo presa dal filo dei miei pensieri…
Ray ha un feeling particolare con Alex, e sicuramente c’è qualcosa che sente di avere in comune con lui. Sta gestendo la cosa benissimo, lo fa distrarre, lo fa divertire, e si preoccupa anche di parlare con lui, di offrirgli la possibilità di sfogarsi, di non sentirsi solo, di essere capito. Se possibile lo amo ancora di più per questo, per quello che sta facendo per questo ragazzino, e che sicuramente lo costringe a combattere dei mostri che vorrebbe tanto tenere chiusi in un armadio ben sigillato…
Sarà passata poco più di mezzora quando vedo Ray uscire dalla stanza di Alex e avvicinarsi lentamente a me.
“Hey, tutto bene?” gli chiedo con un sorriso spegnendo la tv e posando il telecomando sul tavolino.
“Si… abbiamo parlato un po’, poi ho aspettato che si addormentasse” mi risponde sedendosi affianco a me. Sospira e poi si passa una mano tra i capelli, ha un’aria esausta e un po’ sofferente.
“Tu… stai bene?” mi azzardo a chiedere, e lui annuisce lentamente.
“In realtà ho… un po’ di mal di testa, ma… sto bene” mi risponde un po’ esitante, con un filo di voce.
“Sdraiati un po’… con la testa qui sulle mie gambe…” gli propongo. “Ok, non sarà molto ‘maschio’ farsi coccolare così…” sorrido, “ma prometto che non dirò niente a nessuno!”
Lui mi guarda divertito. “Non me lo faccio dire due volte, Roomie…” mi dice lasciandosi cadere di fianco ed adagiandosi supino con la sua testa sulle mie gambe.
Chiude gli occhi e per qualche minuto rimaniamo in silenzio. Io gli passo la mano sinistra lentamente tra i capelli e sulla fronte, appoggio la mano destra sul suo petto e lui me la stringe e continua a tenermela, senza dire nulla.
“Era il giorno del mio compleanno…” dice ad un certo punto con un filo di voce rotta. “Otto anni, il giorno che ho compiuto otto anni”
Io chiudo un attimo gli occhi, e credo di aver capito di cosa e di chi mi sta per parlare. Sto semplicemente ad ascoltare, non voglio interromperlo, so che non è facile per lui e non voglio interferire in nessuno modo con l’equilibrio delle sue parole e delle sue emozioni.
“Ero appassionato di hockey, mio padre mi portava a vedere le partite… facevamo un sacco di cose insieme… sai quelle cose classiche tra padre e figlio americani…” gesticola lentamente, “…i weekend in campeggio, gli hamburger, il cinema… e beh, di solito in questi quadretti c’è il baseball più che altro, ma a me piaceva l’hockey… l’hockey su ghiaccio, ero un patito dei Philadelphia Flyers…” fa un sorriso un po’ amaro. “E c’era una partita molto importante, proprio il giorno del mio compleanno, e mio padre mi aveva portato a vederla. Avevamo vinto contro i Toronto Maple Leafs, vinto alla grande, e poi mio padre mi aveva comprato la maglietta del mio giocatore preferito… era stata una giornata spettacolare… tornando a casa in macchina non ho smesso di parlare un attimo, poi quando ho visto mia madre le ho raccontato tutto mille volte, per filo e per segno, non riuscivano a farmi stare zitto… ero incontenibile…” continua lasciando ricadere la mano sul petto, e a me scappa un sorriso ad immaginarmi la scena.
“La mattina dopo…” riprende dopo qualche istante di silenzio cambiando leggermente il tono di voce, “mi sono alzato e mi sono messo la mia maglietta nuova, non vedevo l’ora di andare a scuola e farla vedere ai miei amici…” si ferma ancora e deglutisce, chiudendo gli occhi. “Sono sceso dalle scale di corsa, e sono arrivato al piano di sotto. C’era un silenzio strano… irreale… di solito… di solito al mattino in casa mia c’era sempre della musica… piaceva un sacco la musica, a tutti e tre… quando mi svegliavo la mattina la sentivo già dal letto, provenire dal piano di sotto… e poi mentre facevamo colazione la tenevamo sempre in sottofondo. Ma quella mattina c’era un silenzio… molto… ‘violento’… so che sembra strano…” sorride nervosamente, “ma era proprio un silenzio ‘violento’… che faceva male… o forse sono io che lo ricordo così…”
Sento la sua mano stringere più forte la mia, e il cuore mi si ferma in gola. Sposto leggermente la mano per intrecciare le mie dita alle sue, per fargli sentire in qualche modo la mia presenza, senza disturbarlo, ma facendogli sentire che ci sono, che sono con lui.
“Sono entrato in cucina, domandandomi la ragione di quella tranquillità che mi inquietava… e mia madre era seduta al tavolo… si stava tenendo la testa tra le mani e non diceva nulla… ricordo come fosse ieri che sul tavolo non c’era niente, sui fornelli neanche… era tutto pulito e in ordine, esattamente come la sera prima… Il silenzio era tale che sentivo il suo respiro, e non era un respiro naturale… era un respiro rumoroso e irregolare, e nascondeva qualcosa. Mi sono avvicinato a lei e l’ho chiamata mettendole una mano sulla spalla… e lei non mi ha risposto. L’ho chiamata ancora…”
Mi sta raccontando tutto con una voce rotta… mi sta trasmettendo ogni dettaglio ed ogni emozione… tanto che mi sembra di vedere e di sentire la scena nitidamente davanti a me con i miei occhi, e con il cuore che mi si spezza… Sento ogni sua parola dentro di me, e mi sembra di vederlo, otto anni, il ciuffo sulla fronte come in quell’unica foto che ho visto di lui da piccolo… la maglietta dei Philadelphia Flyers addosso… che scrolla il braccio di sua madre cercando di provocare una qualsiasi reazione, e lei che lentamente tira su la testa, con gli occhi rossi e le lacrime ancora sul viso… che gli dice che suo padre è andato via… così… senza nemmeno salutarlo… da un giorno all’altro…
“…Sapevo che c’erano dei problemi tra loro” riprende, “li avevo sentiti litigare, avevo visto mia madre piangere altre volte… li avevo anche già sentiti parlare di lasciarsi… ma non avevo mai immaginato che lui se ne potesse andare così… e sparire completamente… Non aveva il coraggio di parlarmi, di guardarmi negli occhi e dirmi che se ne stava andando… e nella sua mente perversa quel compleanno da sogno era il suo modo di lasciarmi un buon ricordo di lui…” si ferma un istante e scrolla la testa. “Cazzo, Neela, gli volevo bene da morire… ero tanto idiota che anche dopo quella mattina, io per un sacco di tempo ho continuato a sperare che tornasse… di notte trattenevo il respiro nel silenzio sperando di sentire i suoi passi di nuovo in casa… quando giravo in bici nel quartiere cercavo la sua macchina dappertutto… quando uscivo da scuola lo cercavo in mezzo agli altri genitori… non volevo ammetterlo a me stesso, né a mia mamma, né a nessun altro, ma pregavo in continuazione di vederlo arrivare da un momento all’altro… a sorpresa, così come se ne era andato…”
Sento il suo dolore così distintamente, e vorrei tanto fare o dire qualcosa per lui, ma ogni parola, ogni frase mi sembrerebbe fuori luogo e priva di senso…
“…ti rendi conto di quanto ero cretino??” aggiunge con un chiaro tono di rabbia nella sua voce, passandosi una mano tra i capelli.
“Ray… avevi otto anni!” esclamo. “Era normale la tua reazione…”
Vorrei semplicemente uccidere suo padre… Come ha potuto fare una cosa del genere?
“Ma man mano che passava il tempo avevo sempre più rabbia in corpo…” continua tirandosi su e buttandosi sul divano accanto a me. “Si era trasferito in California, e ogni Natale e ogni compleanno, puntuale mi arrivava la sua busta con dentro dei soldi e un biglietto di auguri, in cui c’era scritto che potevo comprarmi quello che volevo” mi spiega con un sorriso ironico e nervoso. “Soldi che io non ho mai voluto… mia madre me li ha messi da parte e me li ha poi dati quando sono entrato al college… Lo odiavo con tutto me stesso…”
“Ray…” mi giro verso di lui, cercando il suo sguardo e non sapendo bene cosa dire. Potrei dirgli che mi dispiace da morire… che gli sono vicina, che sono con lui sempre e comunque, che darei qualsiasi cosa perché non avesse dovuto sopportare tutto questo, che suo padre è un gran bastardo… ci sono mille cose che vorrei e potrei dirgli… ma mi sembra tutto così scontato e così banale, tutte cose che lui sa già benissimo e che se lo conosco bene non ha nessuna voglia di sentirsi dire. Mi sembra di rispettare di più lui, i suoi ricordi e il suo dolore, semplicemente facendogli sentire la mia presenza e lasciandolo libero di parlare, di far uscire tutto… Mi avvicino e gli tendo la mano, lui la prende abbozzando un sorriso.
“E’ ok, Neela. Io e mia madre ci siamo abituati a stare senza di lui, sai…” mi dice rivolgendomi uno sguardo veloce. “Siamo diventati una famiglia io e lei… un po’ come Alex e Sam. E mia madre è una tipa in gamba, proprio come Sam. In certi momenti è stata dura, ma poi un po’ con le nostre forze, un po’ con l’aiuto degli amici, in qualche modo ce l’abbiamo fatta… stavamo abbastanza bene alla fine… finché…”
Lo guardo aggrottando la fronte, chiedendomi cosa c’è ancora da sapere ma senza avere il coraggio di domandare…
“…finché quando avevo quattordici anni” sospira, “una mattina sono sceso in cucina per fare colazione, e come se non fossero passati sei anni in mezzo… lui era lì…”
“Era… tornato?” chiedo confusa.
“Era venuto a trovarci…” mi risponde. “Ho chiesto a mia madre che cazzo ci facesse lì, non volevo nemmeno parlare con lui, non volevo nemmeno che mi rivolgesse la parola. Ma lui non mi è stato a sentire, e ha parlato lo stesso… un discorso toccante e straziante…” commenta sarcastico. “Mi ha detto che lo avevano trasferito di nuovo a Philadelphia, che ora abitava in un motel in un quartiere poco lontano, che ci voleva tanto bene, che gli eravamo mancati tanto, e che voleva riallacciare i rapporti con noi. Io l’ho mandato al diavolo e me ne sono andato sbattendo la porta”
“E tua madre?” domando io.
“Mia madre all’inizio era incazzata quasi come me… poi ha cominciato a dirmi che era pur sempre mio padre, che avevo bisogno di una figura paterna, che le cose non sarebbero mai più state come prima ma che lui era cambiato, e io avrei dovuto dargli almeno una chance di costruire qualcosa e rimediare ai suoi errori… Lui continuava a dire che era pentito, ci cercava in continuazione, si comportava come il padre e il marito modello… e mia madre… mia madre alla fine ci è cascata di nuovo” mi spiega tenendo lo sguardo basso. “E’ tornato ad abitare con noi, ed è stato un periodo d’inferno. Io mi rifiutavo di accettarlo, non mi fidavo di lui, rifiutavo ogni suo gesto di avvicinamento… e per tutte queste ragioni ho cominciato a litigare anche con mia madre. E io me ne andavo in continuazione… Tra i quattordici e i quindici anni credo di aver passato più tempo a casa di Jared che a casa mia… ero sempre lì… Mio padre non volevo nemmeno vederlo, e con mia madre era una lite continua, e io me la prendevo anche con lei, perchè non sopportavo che si facesse di nuovo prendere per il culo da lui. Per qualche mese è stata guerra aperta, poi da bravo idiota ho cominciato ad ammorbidirmi, a lasciarlo entrare lentamente, a piccoli passi nella mia vita, di nuovo… con molta cautela, con molta diffidenza, e sempre con una certa freddezza…”
Continua a parlare senza rivolgermi lo sguardo, e io credo di capire tutto a questo punto… di intuire come sono andate a finire le cose. E mi spiego ogni dettaglio del suo comportamento, ogni sua parola ed espressione rivolta alla situazione di Alex e a noi tutti sparasentenze, convinti di essere in grado di raggiungere la comprensione totale del mondo con in tasca una manciata di frasi fatte da manuale…
“Il giorno che è venuto da me a dirmi che se ne stava andando di nuovo non mi sono sorpreso più di tanto a dir la verità” riprende con un sospiro dopo un attimo di silenzio.
“Se ne è… andato di nuovo poco dopo?” domando incerta.
Lui annuisce cercando di ostentare indifferenza, ma non ci riesce. Deglutisce e tira su la testa portando entrambe le mani dietro la nuca e nascondendo gli occhi lucidi alla mia vista.
“Non era nemmeno tornato a casa da un anno…” ricomincia a parlare con la voce più rotta di prima, “…e mia madre ha scoperto che aveva un’altra. Hanno litigato, e lui ha risolto la cosa a modo suo… pensando di andarsene… Ma questa volta ha fatto un salto di qualità, è venuto a dirmelo, con la valigia in mano… E’ strano come io mi ricordi ogni singolo dettaglio dell’ultima volta che ho visto quel bastardo…” fa una pausa, con un’espressione contrita sul volta. “Stavo uscendo da scuola, e mi ricordo che faceva un freddo cane. Io ero con una ragazza a cui avevo appena chiesto di uscire, e visto che lei aveva freddo io le stavo dando la mia giacca per fare il figo, e c’era Jar che mi prendeva in giro…” abbozza un sorriso, “…sai come fa lui, il suo classico stile… Stavo ancora ridendo e spintonando Jar, quando ho visto mio padre in fondo al viale della mia scuola… immobile, sguardo serio rivolto verso di me, appoggiato alla macchina, avvolto nel suo cappotto nero e con una sciarpa grigia intorno al collo. Ho capito subito che non era venuto per darmi un passaggio a casa. Ho salutato gli altri e mi sono avvicinato a lui da solo, lentamente, e gli ho chiesto cosa voleva. Mi ha detto che con mia madre era finita, che lui stava andando via, che avrebbe chiesto di nuovo il trasferimento in California. E ha aggiunto che questa volta non potevo rimproverarlo di essersene andato senza dirmi niente… Io ti giuro che avrei voluto ucciderlo… ma poi gli ho detto semplicemente di sparire una volta per tutte, dalla mia vita e da quella di mia madre. E’ entrato in macchina, ed è partito. Io sono rimasto lì a guardare la macchina che si allontanava…”
“Non l’hai più rivisto dopo quella volta?” gli domando.
“No… lui mi ha cercato per un po’ di tempo a dir la verità, per qualche mese si è fatto sentire, ma io ho sempre rifiutato di parlare con lui, e questa volta mia madre non aveva la forza di spalleggiarlo più di tanto…” risponde scrollando le spalle. “Ad un certo punto è sparito, non ho idea di dove sia finito, o se sia vivo o morto… E sinceramente non voglio saperne nulla, preferisco che stia lontano dalla mia vita il più possibile”
Per qualche attimo rimaniamo in silenzio, con la testa bassa, e io penso a tutto quello che mi ha raccontato, a tutto il dolore che c’è dietro, e ai segni che deve aver lasciato. Sollevo la testa e lo guardo, lui è immerso nei suoi pensieri, con gli occhi ancora lucidi. Istintivamente mi avvicino a lui e lo abbraccio forte, fortissimo… E’ così strano, io ho sempre pensato a lui come “quello forte”, uno senza problemi, senza complicazioni, uno a cui appoggiarsi e da cui farsi proteggere. E ora lo sento così disarmato ed indifeso, e questa cosa mi distrugge. Si è fidato di me, si è aperto completamente, e ora io vorrei aiutarlo, farlo stare meglio, farlo sentire al sicuro e fargli dimenticare tutto, vorrei essere per lui quello che lui è stato per me tutte le volte che ne ho avuto bisogno… ma non so se sono in grado… di fronte ad una cosa così terribile, come un genitore che ti abbandona… e quello che ti rimane dentro dopo un’esperienza del genere…
“Hey Roomie… ora sai tutto di me…” mi sussurra stringendomi. “Non ne avevo mai parlato con nessuno… Solo Jar sa tutte queste cose, perché le ha vissute passo passo vicino a me. Ma non ho mai avuto la forza di parlarne… prima d’ora” continua un po’ imbarazzato.
“Io non vorrei che…” comincio, ma mi interrompo subito cercando le parole, “io spero che… insomma, non ti ho fatto sentire in un certo senso ‘costretto’ a parlarne, vero?”
“Roomie…” lo sento sorridere, “sei stata fin troppo paziente a dire il vero… Tu avevi intuito che c’era qualcosa da un sacco di tempo, e sono passati mesi prima che io riuscissi a tirare fuori tutto… E sono felice di averne parlato con te, davvero… sia perché voglio renderti parte di me in tutto e per tutto, sia perché… beh, per me è stato liberatorio… non credevo ma mi ha fatto bene parlarne, sai?” aggiunge.
Lo tengo stretto e lo coccolo, cercando di trasmettergli tutto il mio affetto, di fargli arrivare tutto quello che sento per lui, poi mi stacco leggermente, per un istante, e lo guardo negli occhi. “Ray, io ti amo da morire, lo sai?” gli sussurro passandogli una mano tra i capelli, e lui sorride e mi dà un bacio. Mi abbraccia ancora, affonda il viso sul mio collo tenendomi stretta. Rimaniamo così, fermi, per qualche istante, poi istintivamente cominciamo a scambiarci piccoli baci, sento il suo respiro, le sue labbra che si muovono e si aprono lentamente sulla mia pelle. I baci diventano lentamente sempre più lunghi, più intensi, più coinvolti… i nostri respiri sono sempre più profondi e presenti… poi lui mi prende il viso tra le mani e cerca i miei occhi.
“Ho… bisogno di fare l’amore con te…” mi sussurra con la sua bocca ad un millimetro dalla mia. Sento un brivido lungo la schiena e sorrido, lo guardo negli occhi e subito lo bacio, delicatamente ma con tutta la forza che ho in corpo e lo tiro verso di me, mentre mi lascio andare all’indietro sul divano. Gli infilo le mani sotto la maglietta, le passo sulla sua schiena e lo tengo vicino a me. Lui continua a baciarmi, senza smettere un secondo, lentamente comincia a sbottonarmi la camicetta… ci fermiamo poi un momento e ci guardiamo… capendoci all’istante…
“Sarà meglio che ci spostiamo…” gli dico con un filo di voce raccogliendo tutta la forza di volontà che posso tirar fuori.
“Già… se il moccioso si dovesse svegliare non ci deve trovare su questo divano… a fare ‘le cose da adulti innamorati’…” scherza ripetendo le parole che Alex ha detto ieri. “Andiamo, Roomie…” aggiunge alzandosi in piedi e tendendomi le mani. Senza staccarci mai ci spostiamo lentamente in camera, chiudiamo la porta alle nostre spalle e ci lasciamo cadere sul letto…
|
domenica, 22 ottobre 2006 |
Sono le 6.44 e io per qualche ragione sono già qui, con gli occhi aperti, sedici minuti prima che suoni la sveglia. Non mi capita praticamente mai… Di solito sono talmente stanca che sfrutto fino all’osso ogni momento di sonno.
Ray invece sta ancora dormendo come un bambino. Coi capelli spettinati, a pancia in giù, le braccia aggrappate sul cuscino. Ieri sera al concerto è praticamente esploso sul palco. Ha suonato e cantato con ancora più grinta e passione del solito… e con ancora più violenza… E’ stata una settimana difficile, e chiaramente quello è stato il suo modo di buttar fuori tutto. Questa storia di Alex e Sam ha fatto venir fuori qualcosa… qualcosa di cui forse mi stava finalmente per parlare l’altra sera… ma che poi, ancora una volta, non è riuscito ad affrontare, e ha ricacciato dentro.
Non riesco a cancellare dalla mente i suoi occhi, il suo sguardo e quella vibrazione nella sua voce mentre cantava le prime strofe di quella canzone che ha appena scritto…
Now, I know that I can't make you stay,
But where's your heart?
But where's your heart?
But where's your...
And I know there's nothing I can say,
To change that part.
To change that part.
To change...
Quelle parole continuano a ripetersi nella mia testa. Non sono parole messe a caso, si capiva da come era coinvolto, si intuiva chiaramente che c’era un destinatario diretto. O perlomeno era chiaro per me, che ormai lo conosco così bene, che ho imparato a leggerlo come un libro aperto, che so decifrare quasi ogni dettaglio nelle sue espressioni e nella sua gestualità. Non posso fare a meno di pensare che c’entri in qualche modo suo padre, e tutto il male che gli ha fatto… e vorrei sempre di più che si aprisse con me su questa storia. Io non so esattamente cosa sia successo, ma vorrei parlargliene… e se lui non trova il coraggio di affrontare l’argomento, credo che lo farò io. Magari sta proprio aspettando che gli arrivi un appiglio, che io gli tenda una mano a cui può aggrapparsi e lasciarsi trascinare… Forse se comincio ad introdurre il discorso…
Spengo la sveglia prima che suoni e decido di svegliarlo io. Gli passo una mano delicatamente tra i capelli.
“Ray…” sussurro.
Devo chiamarlo qualche volta prima di ottenere una qualche reazione. Lentamente apre gli occhi, lamentandosi un po’…
“Che succede?” mi chiede sfregandosi la faccia e tirandosi su leggermente.
“Niente…” sorrido. “Mancano cinque minuti alle sette…”
“Hmmm…” si lascia ricadere all’indietro. “Allora possiamo permetterci ancora cinque minuti interi di sonno…”
“Quattro e mezzo a questo punto…” rettifico.
“Che ci fai già sveglia?” mi chiede incuriosito.
“Non lo so…” scrollo le spalle.
“Tutto bene, vero?” mi chiede sospettoso.
“Hm hm” annuisco con un sorriso e lo guardo, appoggiandomi ad un braccio e sdraiandomi accanto a lui.
Ray mi guarda negli occhi e ricambia il sorriso. “Dovresti farlo più spesso, sai… preferisco essere svegliata da te che dalla radiosveglia…” mi dice inclinando leggermente la testa.
“Oh… suppongo che questo sia una complimentone… E’ gratificante essere considerata meglio di una radiosveglia!” ribatto ironica e divertita.
“Eccome!” esclama convinto. “Vieni qui…” mi dice poi cambiando tono, tirandomi verso di sé e abbracciandomi.
“Lo sai che così finiamo per fare tardi vero…” gli dico piano in un orecchio, mentre lui comincia a passarmi una mano lungo la schiena…
“Si, Roomie… ma poi sai come si affronta meglio la giornata dopo il risveglio che ho in mente…” sussurra prima di addentarmi il collo.
“Ma… lo sai che poi…” provo a parlare.
“Sshhhh… avevamo quattro minuti e mezzo di vantaggio e li stai sprecando tutti a faffugliare…” mi zittisce girandosi sopra di me…
Dovrò trovare un modo di ristabilire un controllo sulle mie azioni ed imparare a dire di no quando è ragionevole farlo… magari… la prossima volta… forse… si, da domani in poi…
“Ray! Mi hai di nuovo rubato l’eyeliner!” protesto urlando dal bagno.
“Si, c’è qualche problema?” mi risponde candido dalla cucina.
“No, figurati…” rispondo ironica. Tanto è inutile. “E ti ricordi dove l’hai messo o l’hai perso anche questa volta?” gli chiedo appoggiandomi allo stipite della porta in cucina e assumendo un’espressione che è una via di mezzo tra un sorriso e l’aria di rimprovero.
“Hm…” si gira un attimo con aria pensierosa senza staccarsi dai fornelli. “Prova nella custodia della chitarra…”
“Nella custodia della chitarra??” ripeto perplessa e un po’ divertita, mentre vado a recuperare la refurtiva. “Te lo sei portato al concerto ieri sera??”
“La colazione è quasi pronta!” esclama nel fin troppo chiaro intento di cambiare discorso. “I pancakes a la Barnett più buoni che tu abbia mai mangiato!”
“Si, certo…” commento rassegnata.
“Scusa Roomie” mi dice con un sorriso appena mi siedo a tavola. “Volevo fregarlo a Jar l’altra sera ma poi mi sono dimenticato”
“Ma tu scusa… fammi capire…” mi fermo un attimo pensierosa, “l’eyeliner non puoi comprarlo, devi fregarlo a qualcuno per forza?”
“Dai, mi ci vedi che vado a comprare l’eyeliner???” mi chiede indicandosi e poi allargando le braccia come se stesse dicendo la cosa più logica del mondo.
“In effetti no…” rido. “Ma mi vuoi dire che in tutti questi anni di onorato servizio sul palco sei sempre riuscito a reperirlo in altro modo?”
“Beh si…” risponde azzannando il primo pancake.
“E come?” chiedo incuriosita.
“Hm… Non so se te lo posso dire… ho la sensazione che non la prenderesti bene…” annuisce con la bocca piena.
“A questo punto la prenderei peggio se non parlassi…” lo minaccio. “Quindi spara!”
“Ecco…” comincia, “io e Jar…”
“Mi preoccupano sempre i tuoi racconti che cominciano con ‘io e Jar’…” lo interrompo mettendomi a ridere, e lui mi lancia un’occhiata divertita.
“Io e Jar, dicevo…” riprende, “avevamo un personale sistema di procurarci l’eyeliner… molto rischioso…”
“Lascia perdere, ho già capito tutto…” commento gesticolando. “E non vi hanno mai beccato?”
“Oh, ma eravamo geniali!” ribatte orgoglioso. “Lo rubavamo sempre in posti diversi, in quartieri diversi, con tattiche diverse… era una sfida!”
Scuoto la testa in segno di disapprovazione, cercando di esibire un’espressione severa, ma mi viene da ridere.
“Quando la sorella di Jar ha cominciato a truccarsi, qualche volta rubavamo anche il suo…” riprende, “…e lì si che le cose diventavano pericolose… Era terribile quella!”
“Certo che con due come voi in giro per casa avrà dovuto imparare ad affilare le unghie!” rido.
“Ammetto che non eravamo sempre facili da sopportare…” gira la testa con un sorriso un po’ colpevole. “Kris poi era la nostra vittima predestinata, gliene combinavamo di tutti i colori. Jackie era molto più piccola di noi, e questo spesso la salvava, ma Kris si è presa tutta la nostra stupidità in pieno…”
“Era guerra aperta, eh?” commento bevendo un sorso di caffè dalla mia tazza di Stewie Griffin.
“Non hai un’idea… Mi ricordo quando abbiamo cominciato a suonare la chitarra, io e Jar passavamo pomeriggi interi in camera sua provando e riprovando sempre lo stesso assolo ad un volume impossibile, mentre lei cercava di studiare nella stanza affianco… e per farcelo apposta lei sparava gli East 17 e i Take That a volume ancora più alto… allora noi ci siamo infilati in camera sua quando lei non c’era per cercare un sistema per vendicarci e abbiamo trovato il suo diario…”
“Noooo… bastardi!” protesto.
“Siamo stati degli stronzi in piena regola… abbiamo riso come scemi a leggere tutto, abbiamo cominciato a prenderla in giro e a ricattarla…” confessa scuotendo la testa.
“Ray! Non ho parole! Sei una persona orribile!” lo accuso.
“E avanti, eravamo piccoli… e cretini!” si difende. “Però mi sento in colpa in effetti…”
“E lei come ha reagito?” domando.
“Tranquilla che lei ha trovato le sue armi! La pacchia è durata pochissimo! Due giorni dopo ci ha beccato a fumare una canna e ci ha tenuto sotto minaccia di spifferare tutto ai nostri genitori per tutto il resto dell’anno…” ride. “Siamo diventati improvvisamente degli angioletti!”
“Mi sembra il minimo! Non so come abbia fatto a non uccidervi!” ribadisco il mio disappunto.
“Non lo so neanch’io in effetti…” commenta. “Però sai… Ci facevamo un sacco di cattiverie a vicenda, ma alla fine ci volevamo bene e ci divertivamo anche insieme… Io e Jar eravamo un po’ teppistelli e un po’ coglioni, ma tutto sommato non eravamo malaccio… e la facevamo morire dal ridere!”
“Non ne dubito…” sorrido.
“Certo che tu e Jar avete una splendida amicizia…” aggiungo dopo qualche secondo.
“Già… è vero… ne parlavamo l’altra sera…” ammette con un po’ di imbarazzo. “Ci conosciamo da 25 anni e siamo sempre stati molto legati”
“Dopo tutto questo tempo… e tutto quello che avete passato insieme…” commento.
“Eravamo dei pazzi…” ribatte scuotendo la testa. “Non so come sia possibile che non ci siamo mai messi nei guai sul serio…”
“Immagino che i furti di eyeliner e di nani da giardino siano solo una piccola parte di tutte le vostre follie…” lo guardo divertita.
“Lasciamo perdere…” ride.
“E non voglio nemmeno sapere la parte sicuramente enorme che riguarda le avventure con l’altro sesso…” lo provoco.
“Eeeeeeeehhhh… Sarà meglio che mi metta a lavare i piatti, cosa dici?” mi dice con un sorriso ruffiano alzandosi dal tavolo.
“Chissà perché non mi stupisce affatto che tu sia così ansioso di cambiare discorso…” lo prendo in giro.
“Hey Roomie… lo sai che sei l’unica donna della mia vita…” scherza raggiungendomi e abbracciandomi da dietro.
“Si si, certo…” sorrido, mentre lui mi dondola tenendomi stretta. “Ci sono state giusto quel trilione di altre ragazze nella tua vita prima di me… Sono fiera di essere al trilionesimo posto…”
“Solo cronologicamente!” puntualizza. “Sei solo tu al primo posto nel mio cuore!” esclama poi mimando un linguaggio aulico e portandosi una mano sul petto.
“Quanto sei cretino!” ribatto dandogli una sberla sul braccio con cui mi sta cingendo.
“Ouch!” esclama mentre ci mettiamo a ridere tutti e due.
“Davvero… ok…” riprende poi cambiando tono e dandomi un bacio sulla guancia, “faccio lo scemo in continuazione… sono un caso irrecuperabile… però è vero… c’è un’unica inimitabile Roomie nella mia vita… che io amo alla follia…”
Mi giro verso di lui e lo abbraccio forte… poi tiro su gli occhi e lo guardo sorridendo.
“Lo sai che sei riuscito a farmi fare tardi anche stamattina, mio unico inimitabile Roomie?” sussurro dopo qualche secondo.
“Hey, non è colpa mia!” protesta. “Beh, non solo…” si corregge.
“Sei una pessima influenza…” lo guardo storto.
“Grazie…” sorride.
“Dai, andiamo, i piatti li facciamo stasera…” esclamo incamminandomi per andare a prendere la mia giacca.
“Hey… è uscito davvero dalla tua voce?? Accidenti, la mia pessima influenza funziona davvero troppo bene!” esclama con una punta di orgoglio.
“Muoviti!” gli dico scherzando e tirandogli il suo giaccone.
“E ma Roomie…” riprende mentre usciamo di casa, “ti ho raccontato inconfessabili dettagli del mio passato da adolescente selvaggio… ora voglio sapere i tuoi!”
“Io non ero un’adolescente selvaggia!” ribatto, e mi viene quasi da ridere.
“Beh, questo lo sospettavo…” commenta. “Però dai… qualcosa di folle l’avrai fatto anche tu…”
“Hm… temo di no, sai?” rispondo pensierosa. “Ci penserò su, ma non credo proprio…”
“E dai… non hai nemmeno mai rubato niente in un grande magazzino?” mi chiede curioso.
“No! Non l’avrei mai fatto!” replico decisa.
“Neela, almeno una pazzia nella tua vita devi averla pure fatta…” non si arrende.
“Ne ho fatta una, in effetti…” annuisco decisa dopo averci pensato un po’. “Una sola, ma enorme…”
“Lo sapevo!” esclama entusiasta. “Sono tutto orecchie, Roomie!”
“Mi sono messa con te… e mi sono pure innamorata di te perdutamente… doppia pazzia!” gli dico girandogli un’occhiata mentre usciamo dal portone, e lui mi guarda un po’ smarrito, per aprirsi dopo qualche secondo in un sorriso disarmante… e poi abbassare leggermente lo sguardo…
“Non sai quanto sia felice di questa tua forma di pazzia…” mi dice mettendomi un braccio sulle spalle e tirandomi verso di sé, mentre ci incamminiamo verso la stazione della metropolitana in questa fredda mattina di ottobre.
* * *
“Signora, io non posso somministrare l’antibiotico a suo figlio per una semplice influenza” cerco di spiegarle per l’ennesima volta. Le madri apprensive sono assolutamente ingestibili.
“Il dottore che c’era l’anno scorso me li aveva dati!” ribatte.
“Si sarà trattato di un altro tipo di patologia. In questo caso davvero è meglio che suo figlio non prenda antibiotici. Vede, se il suo fisico si abitua ad assumente antibiotici troppo spesso, quando ne avrà realmente bisogno non faranno più l’effetto dovuto” riprovo.
“Ma ha 39 di febbre!” protesta.
“Per quello è sufficiente un antipiretico” ricomincio daccapo, cercando di non far apparire troppo la mia esasperazione… Odio ripetere le cose mille volte e perdere tempo in questo modo…
“Scusi, non è che potrei parlare con un medico?” mi chiede lei a questo punto.
“Io sono un medico…” la guardo confusa.
“Intendevo… un medico maschio… sa, giusto per sentire un altro parere…” mi dice tranquilla.
Ora la uccido. Morte lenta e dolorosa.
“Signora buongiorno, sono il dottor Morris, capo dei borsisti e responsabile del pronto soccorso” arriva giusto in tempo tendendole la mano con un sorriso di circostanza.
“Vai pure a finire le tue cartelle, mi occupo io della signora” dice poi rivolto a me. “E non prendertela…” aggiunge sottovoce abbozzando un sorriso di comprensione mentre mi allontano.
Io torno in accettazione con un diavolo per capello.
“Heyyyyyy… che succede, Giulietta?” mi chiede Jar notando subito il mio umore.
“Una cretina in sala visite due… mi ha fatto perdere mezzora a spiegarle cose ovvie, per poi sentirmi dire che vuole parlare con un medico maschio…” gli spiego nervosamente.
“Ah, ha trovato la persona giusta a cui dire una cosa del genere!” commenta divertito. “Giusto per curiosità, è ancora viva?”
“Ma si può??” non mi capacito e continuo a protestare ad alta voce. “E’ pure una donna, come diavolo fa ad essere così ottusa?? Non si può lavorare con pazienti del genere, bisogna fargli fare un test anti-stupidità prima di farli entrare qui dentro…” scrollo la testa.
“Cosa ci vuoi fare… la settimana scorsa c’è stato un idiota che non voleva farsi curare da Pratt perché diceva che un nero non può essere un buon medico…” Jar allarga le braccia sconsolato. “L’ho preso in carico io, e non so come ho fatto a trattenermi dal dargli un pugno in faccia… Purtroppo dobbiamo tenerci anche questi soggetti…”
“Potevi operarlo senza anestesia…” suggerisco.
“La tentazione era forte… del resto in questo ospedale c’è chi ha fatto cose del genere per molto meno…” sorride, riferendosi al trattamento che aveva riservato Ray ad Alejandro, e io sollevo gli occhi verso di lui, e mi scappa un sorriso.
“Già…” commento.
“Ci vediamo, Giulietta, e dai… non arrabbiarti!” mi saluta prima di raggiungere il suo prossimo paziente.
Comincio ad esaminare le nuove cartelle quando vedo Morris avvicinarsi.
“Tutto a posto?” gli chiedo.
“Si si, l’idiota è liquidata” mi risponde sistemando i fogli delle analisi.
“Grazie…” gli dico.
“Figurati… ti stava facendo perdere un sacco di tempo” ribatte.
Fa impressione vedere Morris così… così diverso… in questi giorni è sempre così serio… da quando è arrivata sua sorella in quelle condizioni lui è assolutamente irriconoscibile…
“Come… come va con tua sorella?” mi azzardo a chiedere.
“Ti importa davvero?” mi domanda freddo accennando un sorriso sarcastico e guardandomi negli occhi.
“Certo che mi importa! Che domanda è?” mi difendo.
“Siete tutti impressionati dal fatto che Morris non faccia più il buffone, giusto?” domanda continuando a scartabellare tra i documenti.
“Non è questo il punto! Sappiamo più o meno quello che è successo, notiamo che non stai bene e ci preoccupiamo per te!” cerco di fargli capire.
“Mia sorella sta bene, grazie” mi dice tranquillo. “Per come può stare bene una che ha appena tentato di suicidarsi…”
“E’ tornata a casa?” gli chiedo.
“Già…” risponde con un sospiro.
“Mi dispiace…” commento sentendomi un po’ stupida, ma non so che altro dire. E fare altre domande mi sembrerebbe indiscreto per il livello di confidenza che c’è tra di noi. “Senti… so che c’è stata un po’ di tensione tra noi ultimamente…” comincio, e lui sembra ignorarmi. “E forse sono l’ultima persona da cui vorresti sentir dire una cosa di questo genere, ma… ecco… se ci fosse qualcosa che posso fare… o io o Ray… mi raccomando, non farti problemi a cercarci, ok? Se avessi difficoltà pratiche… o anche solo per parlare…” aggiungo gesticolando nervosamente, e lui mi guarda con una certa diffidenza, ma credo che gli faccia piacere quello che ho appena detto.
“Grazie…” annuisce dopo qualche secondo, prima di tornare nel suo ufficio. “Probabilmente vi cercherò…”
* * *
“Siamo sicuri che tocchi a te scegliere il film stavolta?” mi chiede Ray mentre entriamo in videoteca.
“Hai una bella faccia tosta! Mi hai appena fatto vedere quattro Nightmare consecutivi!” protesto. “Non uno, non due, non tre. Quattro Nightmare consecutivi!” ripeto decisa girandomi verso di lui. “Secondo te ora a chi tocca scegliere??”
“Ma dai, Nightmare è un cult, come potevi continuare a vivere senza averlo mai visto??” allarga le braccia.
“Si, un imbecille bruciacchiato con le unghie troppo lunghe che gira per lo schermo uccidendo la gente e facendo risate sataniche…” fornisco la mia personale versione del film. “Mi chiedo anch’io come ho potuto vivere finora…”
“Stai scherzando, vero?” mi guarda inorridito, e io gli giro una delle mie solite occhiatacce.
“Ok ok, cosa vediamo?” riprende rassegnato dopo un sospiro.
“Mi do un’occhiata intorno e decido” rispondo scorrendo rapidamente la parete di dvd davanti a me, e lui annuisce guardando prima me e poi la parete con un po’ di sospetto ed un certo timore…
“Uh guarda!!” esclamo ad un certo punto entusiasta.
“Cosa?” mi chiede aggrottando la fronte.
“Dirty Dancing in dvd!” gli rispondo con un sorriso aperto.
“Cosa??” ripete più forte con un’espressione preoccupata.
“Non sapevo che fosse uscito in dvd!” replico prendendo dallo scaffale l’oggetto del mio desiderio e rimirandolo con espressione sognante. “Era il mio film preferito da ragazzina, l’ho visto centinaia di volte!”
“Ecco, quindi immagino che tu non abbia voglia di vederlo di nuovo…” mi dice terrorizzato, con un filo di voce.
“E invece ho troppa voglia di rivederlo! E’ una vita che non lo vedo!” ribatto fiera della mia scelta.
“Neela… pensaci!” mi implora.
“Ma non ho bisogno di pensarci! Non lo vedo da quando avevo quindici anni!” mi lamento. E ok, devo ammettere che Dirty Dancing mi sembra una dolce e sottile vendetta, ideale per fargli scontare i quattro Nightmare… ma questo ovviamente non uscirà mai dalla mia bocca…
“E’ il film più idiota della storia del cinema!” protesta.
“L’hai mai visto?” lo sfido con occhi assottigliati. “E non provare a mentire perché me ne accorgo!” aggiungo appena lui comincia ad aprire la bocca per dire si.
“Ok, no, non l’ho visto…” ammette. “Ma non ho bisogno di vederlo per dire che è un’idiozia!”
“Allora vuol dire che lo farai per me…” gli faccio gli occhioni dolci prima di incamminarmi verso il bancone.
“Hey, questo è un ricatto morale!” scherza venendomi dietro.
“Esattamente!” confermo con un sorriso quasi diabolico.
“Poi non dire che non ti ho dato prove del mio amore, eh…” sospira esasperato stringendomi un braccio intorno al collo, mentre ci mettiamo a ridere.
“Ma se a me venisse un improvviso attacco di sonno??” Ray gioca l’ultima carta possibile, disperato.
“Piantala!” gli dico ridendo. “Non sei mai andato a letto alle nove in tutta la tua vita, nemmeno quando avevi due anni probabilmente!”
“Beh, ma sai, la vecchiaia…” si passa una mano dietro la nuca.
“Ora tu vieni su quel divano e guardi quel meraviglioso film con me!” ribatto senza ammettere obiezioni. “E avanti, non ti sto mica portando al patibolo!” lo prendo per mano trascinandolo.
“Andare al patibolo però sarebbe più emozionante! La tensione perlomeno non mancherebbe!” commenta lasciandosi cadere sul divano, mentre io lo ignoro e faccio partire il dvd.
“Ma di che parla sta roba?” mi domanda rassegnato.
“Di una storia d’amore… tra una ragazzina in vacanza con la famiglia, e il suo insegnante di ballo…” gli spiego.
“Hm… interessante…” mi prende in giro, e a me scappa da ridere. “Già che io ho questo bel rapporto con i ballerini…” aggiunge annuendo.
“Ma la storia è molto più complicata di così…” cerco di difendere la trama, ignorando il suo ultimo commento. “Ora non ricordo i dettagli, ma mi piaceva tanto…” continuo cambiando tono, e lui si gira a guardarmi, e questa volta sembra che mi stia perfino ascoltando. “Avevo una cassetta consumata quando ero ragazzina, la mettevo su in continuazione… nei pomeriggi di pioggia londinesi… qualche volta con le amiche invece che fare i compiti… e poi mi buttavo a letto con la musica nelle orecchie e cominciavo a viaggiare…” ammetto.
“Viaggiare?” mi guarda un po’ perplesso.
“Si… mi facevo un sacco di storie in testa…” gli spiego. “Storie d’amore impossibili e soffertissime…” continuo, e lui mi sorride senza dire nulla.
“Ogni tanto mi scappava la mano… quando avevo undici anni una volta mio fratello mi ha beccato che dicevo ad alta voce ‘nessuno può mettere Neela in un angolo’… e per me è stata la fine… mi prende in giro ancora adesso…” gli racconto.
“‘Nessuno può mettere Neela in un angolo’???” ripete perplesso ed incuriosito.
“Si… è la frase che dice Johnny, il protagonista, alla fine del film… è, diciamo, il momento di riscatto del film… poi prende per mano la ragazza e ballano insieme…” rispondo un po’ imbarazzata. “Si, beh, ovviamente il vero Johnny non diceva ‘Neela’… quella era una mia variazione sul tema…” aggiungo scrollando le spalle, e lui si mette a ridere.
“E tuo fratello ti ha beccato mentre dicevi questa cosa ad alta voce??” riesce a chiedere tra uno spasimo e l’altro.
“Si, stavo recitando la parte! E tu smettila di deridermi!” protesto, mentre scoppio a ridere anche io.
“Vieni qui, Roomie…” mi sorride dopo qualche secondo, e mi tira verso di sé. Mi accoccolo sulla sua spalla, lui mi abbraccia, e cominciamo a vedere il film.
“Mi ci vuole una birra, assolutamente!” esclama Ray passandosi una mano tra i capelli mentre partono i titoli di coda.
“Ne hai già bevute quattro!” ribatto.
“Troppo poche per sopravvivere…” si lamenta ridendo.
“Ma dai, hai fatto lo scemo tutto il tempo! Non c’è stata una singola scena su cui non hai fatto una battuta idiota!” replico io.
“Ma ti sei divertita anche tu!” mi rinfaccia.
“Questo è un altro discorso! E non c’entra niente!” mi difendo. “Dai… considera che è un film da teenager… non è poi così male…”
“No… no…” commenta, e subito dopo si mette a ridere, prendendosi la mia ennesima sberla. “No, davvero… non è male, non è male… solo non capisco perché quei due si devono stare a sfiorare e a girarsi intorno per giorni… non potevano cacciarsi in un letto, punto e basta??”
“Ma Ray, dai, non fare il cavernicolo!! E’ stupenda tutta la UST tra di loro quando ballano!!” mi difendo.
“U-esse che???” mi guarda stranito.
“UST! Unresolved Sexual Tension!” gli spiego, e lui continua a guardarmi perplesso. “Sai quando due hanno questa incredibile attrazione a livello chimico e di intesa…” riprendo, “…e si vede lontano un miglio che si piacciono da morire… ma per qualche ragione le cose sono troppo complicate perché si possano mettere insieme… e allora ci sono questi momenti di tensione che scintilla…”
“Hm…” mi guarda un attimo pensieroso. “Tipo noi due prima di metterci insieme?”
“Qualcosa del genere…” rido.
“E per sexual tension, si intende quella voglia pazzesca che avevo sempre di prenderti e far l’amore con te ovunque fossimo??” mi dice con un sorriso accattivante.
“Ray!” protesto un po’ imbarazzata, e lui ridendo mi prende le mani e mi fa sedere in braccio a lui. “Comunque si, qualcosa del genere…” ammetto.
“E’ bella questa unresolved sexual tension…” mi sussurra poi passandomi le mani lungo la schiena e cominciando a baciarmi. “Ma direi che da quando abbiamo cominciato a risolvere la unresolved sexual tension… è tutto ancora più bello, non trovi?” sorride guardandomi negli occhi e spostandomi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
E io non posso fare altro che dargli ragione…
|
“Allora, è stata una tortura così dolorosa?” mi chiede Ray appena finisce Pirates Of The Caribbean e le luci del cinema si accendono.
“No, dai… non è male…” rispondo con aria di sufficienza. “Carino, tutto sommato…”
“Tutto qui quello che hai da dire?” mi domanda perplesso.
“Si, perché? E’ carino, un film divertente… lo ammetto” annuisco cercando di contenere l’entusiasmo… non posso perdere l’orgoglio dopo le scene che ho fatto per farmi trascinare qui…
“Un… film… carino…” commenta Ray poco convinto.
“Hm hm, niente male, davvero” riprendo con un’espressione innocente e vagamente distaccata. “Poi Jack è tenero… coccoloso…”
“Jack Sparrow coccoloso???” ripete stupito.
“No, non Jack Sparrow… Jack la scimmia!” chiarisco.
“La… scimmia…” ripete ancora incredulo.
“Si, la scimmia!” ribadisco, e mi sto divertendo come una bambina a vedere la sua faccia. “Jack Sparrow coccoloso, figurati…” rido alzando le spalle.
“La scimmia…” dice ancora con un’espressione perplessa, evidentemente non riuscendo a farsi una ragione della mia reazione.
“Jack Sparrow è solo un imbecille…” continuo io intanto.
“Jack Sparrow cosa, scusa???” protesta sconvolto, e io cerco di contenere le risate.
“Beh, dai… ammetterai che è un po’ scemo…” lo prendo in giro.
“Neela, io non ho parole…” mi dice allargando le braccia mentre usciamo dal cinema.
“E’ anche gay secondo me” esclamo convinta, e lui si lascia scappare una risatina ironica.
“Hey, Jack Sparrow ha avuto milioni di donne!” protesta.
“Oh beh, non vuol dire niente…” obietto.
“Come non vuol dire niente??? Puoi pensare che sia gay giudicando dalle apparenze, ma avanti…” argomenta, “qualche bacchettone arcaico lo potrebbe dire anche di me solo perché porto lo smalto nero, ma quanti milioni di donne sarebbero pronte a testimoniare il contrario??”
“Ray…” lo fulmino con uno sguardo assassino.
“Si?” replica sfoggiando i suoi occhi più innocenti.
“Non potevi trovare paragone migliore e più di tatto, eh?” ironizzo.
“Ma dai, era solo per capirci!” si difende.
“Si, certo…” commento ironica, mentre Ray mi mette un braccio sulle spalle e mi tira verso di lui. “Direi che tu e Jack avete troppe cose in comune…” mi giro a guardarlo con aria di rimprovero.
“E dedurrei che detto da te questo non è esattamente un complimento…” mi guarda con sospetto.
“Non esattamente…” rido. “Le donne, il rum…” comincio.
“Hey, io non bevo quasi mai rum!” replica.
“Beh, sostituisci il rum con il Jack Daniels e la Budweiser, e l’equazione è perfetta!” ribadisco. “Se poi aggiungi il fatto che Jack si muove come Keith Richards… l’ha detto anche Johnny!”
“Io sono molto più hot di Keith Richards!” si lamenta.
“Beh… quello proprio non posso negarlo…” ammetto. “Però siete entrambi rocker, giusto?”
“Si, quello si…” ne conviene. “Vedi, sono il Jack Sparrow del XXI secolo!” esclama tutto fiero, e io lo guardo male.
“Perfetto! Sono messa bene!” commento sarcastica.
“Che c’è, Roomie?? Non sei d’accordo?? Non è ovvio che ho il fascino del pirata??” mi chiede divertito.
“Hm… ho dei dubbi in proposito…” lo prendo in giro.
“Roomie… ora non posso esprimermi al meglio, ma ti farò vedere quando arriviamo a casa quanto posso essere pirata…” scherza inarcando un sopracciglio, con uno sguardo accattivante, prima di stringermi ancora di più a lui e darmi un bacio.
“Ma voi due non vi staccate proprio mai???” sentiamo una voce dietro di noi e ci giriamo subito.
“Hey Brett! Ciao Sarah!” esclama Ray con un sorriso, mentre anche io li saluto lievemente imbarazzata. “Che ci fate da queste parti?”
“Siamo andati a bere qualcosa” risponde Brett.
“Cosa ti sei fatto?” intervengo io notando un segno piuttosto vistoso sul suo labbro.
“Cosa mi sono fatto?” ripete lui girandosi divertito verso Ray che abbassa la testa e poi la gira dall’altra parte con aria indifferente. “Chiedi al tuo Roomie…” prosegue.
“Ray…” cerco il suo sguardo, e lui mi fa un sorriso passandosi una mano dietro la nuca.
“E a proposito, la prossima volta che sei in vena di confidenze con il cavernicolo qui presente, magari mi dai un chiamo prima?? Così prendo un volo per l’Australia…” continua Brett guardando me.
“Ray, non ci posso credere…” commento incredula capendo ora perfettamente cosa è successo.
“Hey, ho chiesto scusa!” si difende. “Te l’avevo detto che avevo perso un po’ la testa…”
“Quando hai accennato al fatto che lo avevi preso a pugni, credevo che intendessi in senso figurato!” esclamo.
“Si, molto figurato… anche le stelle che ho visto erano immaginarie, in effetti…” annuisce Brett. “Però erano anche dannatamente reali…”
Scuoto la testa, mentre tutti si mettono a ridere.
“Dai, è tutto a posto!” mi rassicura Brett.
“Confermo anche io” interviene Sarah, “non c’è nessun rancore e si vogliono bene come prima!”
“Visto, Roomie?” azzarda Ray, e io gli tiro un pugno sul braccio mettendomi a ridere.
“Sarà meglio che andiamo, io e te dobbiamo fare un discorsetto…” lo minaccio velatamente.
“Uh uh…” lo prende in giro Brett.
“Ok…” si rassegna Ray. “Ci vediamo domani alle prove!” dice poi, mentre salutiamo gli altri due e ci incamminiamo di nuovo verso casa.
“Mi correggo…” riprendo subito. “Un po’ pirata lo devi essere per forza… e della peggior specie…”
“E dai… non trovi terribilmente romantico che io abbia preso a pugni il mio migliore amico per amore della mia Roomie??” mi chiede con un sorriso irresistibile.
“Per stupidità, non per amore!” protesto io.
“In fondo ti fa impazzire la cosa, ammettilo…” mi dice facendo un balzo in avanti e poi girandosi per guardarmi negli occhi e stringermi.
“Ray… davvero… non è stata propriamente una reazione civile…” cerco di spiegargli il mio punto di vista, anche se devo riconoscere che la cosa un po’ mi diverte… e si, un po’ mi piace anche… per qualche strano motivo del tutto indipendente dalla mia razionalità… ma questo posso confessarlo solo a me stessa…
“Lo so, me ne sono reso conto subito…” ammette facendosi un po’ più serio. “E ho chiesto subito scusa… mi dispiace, in quel momento proprio ero proprio fuori di me…”
“Ok… ok…” non sono assolutamente in grado di tenere il muso, soprattutto se mi guarda così… “Perdonato… Sei un po’ pirata, ma sei il mio pirata preferito… non posso non perdonarti…” continuo, e lui mi sorride prima di prendermi il viso tra le mani e cominciare a baciarmi.
“Anche se non sarai mai all’altezza di Jack Sparrow…” lo prendo in giro appena ci stacchiamo, e lui mi guarda con sospetto.
“Hey, allora lo ammetti anche tu il fascino di Jack!!” mi guarda soddisfatto.
“Mai!!” esclamo mettendomi a ridere e ricominciando a camminare.
“Niente da fare, Roomie!!” mi insegue con quel suo sorriso gongolante. “Ormai ti sei scoperta!”
“Ma non confermerò mai nemmeno sotto tortura!!” mi diverto a scappare.
“Vedrai che quando arriviamo a casa trovo il modo di farti confessare…” mi minaccia indicandomi.
“Vediamo…” lo sfido.
“Non provocarmi…” mi guarda divertito.
“Quanto manca ad arrivare a casa?” gli chiedo sorridendo, tirando fuori il mio sguardo più accattivante.
*** Il giorno dell’aggressione di Sam e Alex ***
Arrivo con l’ascensore al secondo piano e vedo Kovac che esce dalla stanza delle infermiere in quel momento.
“Come stanno Alex e Sam?” gli chiedo subito.
“Sotto shock, direi… ma bene” annuisce. “Sono andato ora ad esaminare le loro cartelle nel dettaglio, è tutto a posto”
“Meno male…” commento facendo un sospiro di sollievo, “abbiamo avuto una paura…”
“Ora faccio un salto da Sam a vedere se si è svegliata” mi dice mentre ci incamminiamo lungo il corridoio, “poi magari andremo insieme da lui… vorrei che…” si ferma improvvisamente quando la nostra attenzione viene distratta da un frastuono di vetri infranti e una guardia che si alza freneticamente da una sedia e si precipita dentro la stanza da cui proviene il rumore.
Luka si mette a correre come un pazzo, io gli vado dietro a ruota, ci infiliamo dentro la stanza… la guardia sta tenendo fermo Steve che continua ad urlare che lui non c’entra niente… Kovac si accuccia a terra, abbasso gli occhi, Sam è distesa lì, a fianco al carrello dei medicinali, in mezzo ai vetri, priva di sensi… Lo shock è quasi insostenibile, rimango spiazzata qualche istante, col cuore in gola, il battito a mille, il cuore che mi scoppia…
“Sbrigati!! Chiama gli altri!!” mi scrolla Luka urlando.
Apro la porta, mi affaccio sul corridoio e vedo due infermiere che corrono verso di noi. “Muovetevi ci serve una barella! Subito!” urlo voltandomi poi e prendendo l’interfono. Mi risponde l’accettazione. “Jerry dì a Carter di preparare un’emergenza, stiamo arrivando con Sam…”
“Sam? Neela ma…” mi interrompe la voce dall’altro capo del filo.
“Sbrigati!” esclamo sbattendo la cornetta sul ricevitore.
Rientro dentro, assisto Luka nei primi soccorsi, tiriamo su Sam per adagiarla sul lettino mentre Steve continua a urlare.
“Devi salvarla chiaro dottore?” esclama rivolto verso Kovac, “…cazzo dottore salvala, capito?” continua.
“Portatelo via di qui!!” urla Kovac alla guardia voltandosi di scatto; l’uomo prende il letto di Steve e lo spinge fuori.
“Portiamola giù” esclamo spingendo la barella fuori dalla stanza e lungo il corridoio mentre Kovac urla a tutti di spostarsi; entriamo in ascensore e pochi istanti dopo le porte si aprono, ci sono Carter, Abby e Ray davanti a noi che ci aiutano a portarla in Emergenza Uno.
“Che diavolo è successo??” esclama John.
“Quel gran bastardo…” riesce a dire Luka passandosi una mano tra i capelli, e prendendo lo stetoscopio dal collo di Abby.
“Steve…” mi inserisco io, “…deve averla spinta, non lo so, l’abbiamo trovata incosciente in un mare di vetri…” continuo sentendole il polso. “Il battito rallenta!” esclamo.
“Fentanil, 10mg! Subito!” grida Kovac.
“Sam, svegliati, ti prego…” aggiunge poi con voce angosciata, mentre noi le somministriamo il farmaco e lei continua a non dare nessun segno di ripresa.
“Monitorate il battito, Ray prendi l’ecografo subito!” dice Carter a voce alta cercando di sovrastare il ritmico bip dei macchinari medici.
“Faccio io!” esclama Kovac girandosi di scatto e urtando un carrellino da cui cadono numerose boccette che si rompono a terra. “Cazzo!” urla e la sua voce rimbomba per la sala.
“Luka, calmati” gli dice Carter fissandolo. “Vattene fuori di qui, allontanati da questo lettino! Vattene!” continua con tono minaccioso, tornando poi a controllare la pressione e la temperatura di Sam.
“Ossigeno in maschera!” esclama Ray interrompendo lo scambio di battute.
Prendo la maschera e la metto a Sam. “Ossigeno somministrato!” commento, poi guardo i valori. “Serve una flebo!” esclamo rivolta a Chuny che si gira.
“Serve ancora Fentanil, e dove diavolo è l’ecografo, Ray!” tuona Carter mentre proprio in quel momento la porta della sala si spalanca ed entra Abby.
“Eccolo!” esclama.
“Setta i dosaggi della flebo a 75…” continua John.
“No 75 non va…” interviene Kovac.
“Luka vai fuori di qui!” gli intima Carter, probabilmente non vuole che sia presente quando useremo l’ecografo.
“Sam ce la devi fare… siamo tutti qui per te…” continua a ripetere Luka con lo sguardo fisso.
“Luka, esci di qui! Sei troppo coinvolto!” ribadisce Carter, ancora una volta con tono più pacato ma lui non ne vuole sapere.
“Non ci penso nemmeno!” ribatte secco scostandosi nervosamente e facendo qualche passo indietro.
Attivo l’ecografo, guardiamo tutti lo schermo e in un istante capiamo perfettamente quello che sta succedendo… o meglio, purtroppo, quello che è già successo…
“Il bambino…” sussurra Ray con uno sguardo preoccupato verso John.
“Il bambino cosa???” urla Luka cercando di avvicinarsi. “Il bambino sta bene?? Sta bene, vero?? Rispondetemi dannazione!”
Noto uno scambio di sguardi tra Abby e John.
“Luka andiamo…” dice prendendolo per un braccio
“NO!” urla lui cercando di divincolarsi.
“LUKA!” tuona John ancora una volta. “FUORI!” esclama e Abby scatta trascinandolo via per un braccio, mentre lui continua a contorcersi a protestare.
Ray va ad aiutare Abby a tenerlo fermo. “Luka andiamo…” gli dice aprendo la porta e spingendolo fuori, mentre io prendo il suo posto su Sam.
Ray ritorna dopo qualche minuto.
“Come sta?” chiedo.
“Abby gli ha dato dell’Ativan per calmarlo ed è rimasta con lui. Ha detto di chiamarla se abbiamo bisogno d’aiuto” ci informa. “Com’è qui la situazione?”
“Lei è stabile e fuori pericolo” risponde John.
“Lei…” dice Ray a bassa voce fissando Sam senza continuare la frase.
Il bambino non ce l’ha fatta, lo sappiamo tutti, anche se nessuno di noi ha il coraggio di pronunciare quella frase.
“Io… chiamo Liz…” dico con un filo di voce, Ray e Carter mi guardano e annuiscono senza dire nulla.
* * *
“Stai andando a casa?” mi chiede Ray mentre firmo le ultime cartelle in accettazione.
“No, finisco il turno ora ma rimango qui” rispondo e sollevo gli occhi verso di lui che annuisce. “Vai su da lei?” mi domanda a bassa voce.
“Si… E’ uscita da chirurgia e tra poco si sveglierà” gli spiego. “Kovac è ancora sotto sedativo, sta dormendo, e io vorrei… cioè…” continuo gesticolando, “non vorrei che Sam si svegliasse e fosse da sola, ecco. Qualcuno deve dirle che…” non riesco a proseguire.
“Sei sicura di sentirtela?” mi dice lui con uno sguardo preoccupato.
“Quando si sveglia vorrà sapere subito e… preferisco che sia una persona amica a dirglielo…” sussurro con il cuore in gola.
“Si, certo…” annuisce lui. “Vuoi che venga con te?”
“Credo… credo sia meglio di no” gli rispondo. “E’ una cosa piuttosto delicata e…”
“Si, hai ragione. Se avessi bisogno di me comunque mi trovi da queste parti, ok?” mi dice poi.
“Non stacchi tra mezzora?” chiedo sorpresa.
“Si, ma non me vado di qui senza di te… ti aspetto” mi dice guardandomi e passandomi una mano leggermente tra i capelli.
“Grazie…” gli rispondo cercando di abbozzare un sorriso. Forse dovrei dirgli di non preoccuparsi, di andare a casa a riposare… ma la verità è che in un momento come questo sento il bisogno di averlo vicino, e lui lo ha percepito.
“Senti… magari…” inizia a dire con un po’ di esitazione, “…magari potrei andare da Alex e tenergli un po’ di compagnia mentre tu sei con Sam, cosa dici? Dici che a lei può dare fastidio?”
“Di sicuro ne sarà felice. E anche Alex” rispondo con un mezzo sorriso. “Ti vuole bene, ti considera un amico… e lo fai sempre ridere, non può che fargli bene passare un po’ di tempo con te”
“Ok, allora passerò da lui appena finito l’ultimo paziente” dice controllando l’orologio. “Ci vediamo più tardi, Roomie” aggiunge semplicemente tenendomi una mano sulla guancia e dandomi un bacio sulla fronte.
Annuisco senza dire nulla, ho il magone e probabilmente se parlassi ora mi metterei a piangere. Mi faccio coraggio e mi avvio verso il secondo piano… non so ancora come trovare le parole per dire a Sam che il suo bambino non c’è più…
Entro nella sua stanza lentamente, senza far rumore. Sta ancora dormendo e non voglio che si svegli in modo brusco. Prendo una sedia e mi metto accanto al letto. Rimango lì in silenzio per quasi un’ora, forse di più, prima che la sua mano cominci a muoversi lentamente.
Ho pensato, ho riflettuto tutto questo tempo, ma non esiste un modo per dare una notizia di questo genere ad un’amica. Siamo medici, fa parte del nostro mestiere dare notizie brutte, talvolta orribili, ai pazienti, lo facciamo tutti i giorni. E in qualche modo devi tenertene fuori, altrimenti non sopravvivi. Non puoi permetterti di immedesimarti ogni volta in quelle persone, di pensare che ognuno di loro potrebbe essere una persona a cui vuoi bene. Non puoi lasciare che la cosa ti tocchi ogni volta così nel profondo come succede in casi come questo… quando una notizia del genere la devi dare ad un’amica.
In più qui c’è la rabbia, l’odio nei confronti di Steve, il rimpianto per un qualcosa che poteva essere evitato… forse se quella sera che è venuta da noi in piena notte le avessimo dato dei consigli diversi… forse se la situazione fosse stata affrontata in modo diverso fin dal principio… forse se qualcuno fosse stato con Sam quando si è svegliata oggi… se quella guardia non si fosse addormentata… se se se… a cosa serve ora? Il bambino non c’è più e niente al mondo potrà riportarlo indietro…
Prendo lentamente la sua mano nella mia, lei muove le palpebre e piano piano apre gli occhi piegando lievemente la testa sul cuscino.
“Sam…” le sussurro passandole una mano sulla guancia. “Come ti senti?”
“Abbastanza bene… ma ho un gran mal di testa…” riesce a dire con un filo di voce. “E un gran mal di schiena…” aggiunge spostandosi leggermente sul letto. “Ma… cosa… cosa è successo?” aggiunge poi come realizzando improvvisamente di essere ricoverata in una stanza d’ospedale.
“Sam… ecco… Steve…” inizio a dire.
“Oddio, Alex sta bene?? E’ qui? Sta bene??” mi interrompe immediatamente.
“Alex sta benissimo” mi affretto a dire. “Ed è qui in ospedale, c’è Ray con lui”
“Grazie a Dio…” sospira. “Ora… ora ricordo qualcosa… lo stronzo figlio di puttana… mi ha… mi ha spinto…” continua. “Neela… cos’è quella faccia?” mi chiede sospettosa.
“Sei probabilmente inciampata nel carrello dei medicinali, e sei caduta contro i vetri…” le spiego. “Hai perso i sensi”
“Luka sta bene, vero?” mi domanda preoccupata.
“Sta bene, sta riposando” le rispondo. “Gli abbiamo dato qualcosa per farlo rilassare un po’, quando ti ha visto svenuta si è molto preoccupato e…”
“Neela…” mi interrompe con gli occhi lucidi. Io istintivamente abbasso leggermente la testa e le stringo la mano più forte. “Neela… ho… ho perso il bambino, vero?” continua con la voce rotta.
Io semplicemente annuisco guardandola negli occhi.
Lei si porta una mano sul viso, cercando di trattenere il pianto, ma non riesce ad evitare un gemito e le lacrime cominciano a scendere lentamente. Mi avvicino ancora di più a lei, mi siedo sul letto e continuo a tenerle la mano cercando di farle sentire la mia presenza, la mia amicizia, il mio affetto…
“Mi dispiace, Sam, mi dispiace moltissimo…” le sussurro, sapendo bene che ogni parola è inutile, sapendo bene che l’unica cosa che posso fare è starle vicino.
Piange silenziosamente, sento le sue lacrime, il suo dolore, i suoi singhiozzi, che cerca di soffocare. Prendo un pacchetto di fazzoletti di carta e glielo porgo.
“La sai qual è la cosa buffa?” dice asciugandosi le lacrime senza però riuscire a smettere di piangere. “La cosa strana è che io non lo volevo nemmeno questo bambino!” allarga le braccia, e io la ascolto in silenzio, la lascio sfogare. “Non lo volevo, non volevo rimanere incinta, non volevo averlo… e ora… e ora sono qui disperata perché non c’è più…” scoppia a piangere in modo fragoroso questa volta e io la stringo.
“Sono una stronza… una cretina…” continua, “forse me lo meritavo, si, me lo meritavo, perché io non lo volevo e doveva andare così…”
“Hey… non dirlo nemmeno per scherzo!” protesto. “Non ti meriti niente, non hai colpa di niente”
“Non dovevo andare da Steve… non dovevo… quel bastardo…” riprende. “Dov’è quel bastardo?”
“E’ in custodia” le rispondo. “Lo hanno portato via, non so esattamente dove, ma lo hanno portato dentro”
“Quando finirò di pagare quel maledetto errore??? Il maledetto errore di averlo incontrato, di essermi messa con lui… Quanto male ancora ci farà??” esclama passandosi una mano sulla faccia.
“Non vi farà più niente, Sam” cerco di rassicurarla. “Questa volta ha davvero esagerato, se mai uscirà da quella prigione non si potrà mai più avvicinare né a te né ad Alex! Ha finito di farvi del male”
“Lo odio…” dice asciugandosi le lacrime, mentre il suo sguardo si fa più determinato e deciso. “Mi ha rovinato la vita, ha fatto di tutto per rovinare quella di mio figlio… che si ritrova a dieci anni con un padre che gli ha appena sparato, cazzo! E ora questo…”
“Se ne è andato per sempre, non potrà più farvi del male” le ripeto. “Tu sei ancora tanto giovane, hai tutta una vita davanti, e Alex è un ragazzino fantastico, straordinario… Vedrai che se la caverà alla grande… E non siete soli… c’è Luka, ci siamo noi… hai un sacco di amici intorno, Sam…”
Lei annuisce semplicemente, cercando visibilmente di trattenere ancora il pianto. “Grazie…” mi sussura.
“Luka lo sa? Del… del bambino, intendo…” mi chiede poi.
“Non… non so con certezza… forse gli sta parlando John…” le rispondo.
“Grazie, Neela…” mi dice dopo qualche istante. “Grazie di aver fatto questo…”
“Figurati… non pensarci nemmeno…” le stringo ancora la mano.
“Ho bisogno… vorrei stare un po’ da sola ora…” riprende poi.
“Certo” annuisco. “Io ho finito il turno, vado a casa, ma se servisse qualcosa sai dove trovarmi, ok?”
Lei fa si con la testa. “E anche se ti servisse appoggio nei prossimi giorni, per Alex o per qualsiasi altro motivo… io e Ray ci siamo sempre” continuo alzandomi in piedi e avviandomi verso l’uscita.
“Grazie” mi risponde quasi sottovoce, mentre la porta si apre e lentamente entra Luka, con un’espressione infinitamente triste e preoccupata.
“Allora io vado…” dico un po’ a disagio, ed esco subito dalla stanza lasciandoli soli.
Ray è nel corridoio che mi sta aspettando, appoggiato al muro, con le braccia incrociate e la testa bassa. Solleva lo sguardo verso di me quando mi vede e io mi avvicino a lui.
“Alex?” gli chiedo con un filo di voce.
“Si è addormentato poco fa” mi risponde. “Era abbastanza tranquillo… beh… considerando la situazione…”
Io annuisco, poi ci guardiamo negli occhi e senza dire una parola mi lascio andare nel suo abbraccio… e lui mi stringe fortissimo, passandomi una mano tra i capelli. Restiamo così qualche minuto, incuranti della gente che ci passa intorno, come se ci fossimo solo noi in questo stramaledetto ospedale, mentre io faccio uscire tutte le lacrime che sono riuscita a trattenere fino a questo momento. Ray mi tiene stretta finchè non scelgo io di staccarmi, finchè non sono pronta a farlo, molto lentamente. Mi prende il viso tra le mani e mi guarda negli occhi asciugandomi le lacrime coi pollici.
“Andiamo a casa?” mi sussurra.
“Si, ti prego…” gli rispondo con un sospiro. Lui solleva lo zaino da terra e ci incamminiamo lungo il corridoio tenendoci per mano, in silenzio, con la testa e il cuore infestati di tutte le immagini di quello che è successo oggi… di tutto il dolore… di tutta la rabbia…
Credits: ringrazio Vale e Frollis che mi hanno ispirato e suggerito per il dialogo su Jack Sparrow!
E un ringraziamento ulteriore lo devo sempre a Vale per la scena del soccorso di Sam… sono negata a scrivere le scene di azione e non ce l’avrei mai fatta senza il suo preziosissimo aiuto!
|
|
:: PER INIZIARE
::
Questo diario fa parte del gioco di ruolo Emergency
Room, dedicato al telefilm ER Medici in Prima Linea. I fatti
narrati qui sono frutto di immaginazione e i riferimenti a persone
e cose realmente esistenti è casuale. I personaggi appartengono
alla Warner Bros, alla NBC e ai creatori del Telefilm.
:: NEELA ::
:: Carta di identità
:: Nome: Neela
:: Cognome: Rasgotra
:: Età: 27 anni circa
:: Ruolo: Borsista al secondo anno
:: Legami: una relazione a distanza con Micheal Gallant
:: Altro: divide un appartamento con Ray Barnett
:: La sua storia
Neela è di famiglia punjabi ed è nata e cresciuta
in Inghilterra. Spinta alla professione di medico principalmente
dai suoi genitori, ha attraversato una fase in cui ha messo in dubbio
tutte le scelte della sua vita. Ora lavora al policlinico come borsista
ed è molto coinvolta nel suo lavoro. Sensibile, precisa e
meticolosa in ogni cosa che fa, in realtà è molto
insicura e si fa sempre troppi problemi. Tende a prendere tutto
molto sul serio, al contrario del suo coinquilino, Ray, per cui
le cose sembrano sempre essere facili. Tra di loro c’è
un’amicizia conflittuale ma molto bella, che sta diventando
sempre più importante per entrambi. Ha una relazione a distanza
con Michael, che al momento fa il medico dell’esercito in
Iraq.
:: LINKS ::
:: ARCHIVIO ::
oggi
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
:: CATEGORIE ::
:: VISITE ::
visitato *loading* volte
|